Riccardo Buonvicini – Autore, memoria e identità narrativa
Riccardo Buonvicini, nato a Bellinzona nel 1930. Commerciante in frutta e verdura. Discreto poliglotta.Molte letture, ma non sa un tubo, ossia non ha mai trovato una risposta.
Autobiografia significa descrizione di se stesso. Non lo so fare.
In fondo, se ti capitasse di leggere uno dei miei testi, che importanza avrebbe per Te sapere chi io sia?
Non lo so nemmeno io.
Qualche riflesso risulta dagli scritti. É roba che passa per la testa. Il valore dipende dalla sostanza e dall’ordine.
Potrebbe anche piacere e ne sarei contento.
Ti raccomando il dialetto; è stato verniciato con il toscano, sotto, come per tutti i dialetti, c’è l’essere.
Quand’ero bambino io…
in casa non c’era il riscaldamento. D’inverno era calda solo la cucina. A Oria, nella casa della nonna Adele e del nonno Riccardo, nella grande cucina era sempre acceso il camino, nella sala il camino c’era, ma non lo accendevano mai. Nella nostra camera, dove dormivo con il mio fratello più piccolo, non c’era nemmeno la luce elettrica. Si viveva in cucina. Ci si scaldava attorno al camino, ma dicevano i grandi di non tenere i piedi vicino al fuoco perché sarebbero venuti i geloni. Le dita dei piedi e il calcagno diventavano rossi e facevano molto male. Io avevo le scarpe, ma i miei compagni camminavano con gli zoccoli o i pedù. I pedù sono calzature fatte in casa con pezze di panno. Vanno bene in montagna, sono silenziose. Le usavano i contrabbandieri. Nel cucinone della nonna Adele, sopra il lavandino stavano tre o quattro vasetti con le sanguisughe. Il nome in dialetto è “sanguett”. Le attaccavano al nonno per cavargli sangue, quando si sentiva male. Il nonno aveva il sangue troppo grosso. La nonna tirava tabacco da una scatoletta; faceva la cioccolatta calda. Aveva un lungo grembiule nero.
Una volta fui messo in castigo nello stanzino, dove, fra scarpe e scarponi, valigie, la slitta e tante altre cose, stava il paiolo della polenta, pieno d’acqua. Io, credo per dispetto, vi feci dentro la pipì. Il papà mi cacciò la testa nel paiolo, tenendomi per il collo. Il papà non rideva quasi mai, perché aveva i denti neri. Quando, nel pollaio, si ammalarono le tacchine, il papà ne cosparse il capo con una polverina verde, ma morirono tutte.
Il caffè era in chicchi di colore verde chiaro, si tostava sul camino con il tostino, poi lo si macinava nel macinino. L’odore era buono. Mi toccava sempre macinare caffè. Quando l’acqua bolliva nel nero padellino, sul treppiedi, nel camino, mettevano il caffè macinato nell’acqua. Dopo un po’ lo versavano in una caraffa. Questo si faceva a Oria, perché a Bellinzona, dove siamo stati di casa, prima di venire a Oria, avevano una caffettiera bianca a due piani. Ma anche a Bellinzona toccava sempre a me macinare il caffé.
Mangiavamo la frutta dei nostri orti e anche quella degli altri. Rubare frutta era un gioco. Angelo aveva il calendario delle maturazioni e la geografia delle posizioni. Non c’era muro, recinzione, filo spinato, che fosse un’ostacolo. Angelo raccomandava, anzi ordinava, alla fine della riunione di complotto, avete presente i giocatori di calcio che in circolo, prima dell’inizio della partita, mettono insieme le teste? dunque Angelo ordinava di non calpestare le verdure, non toccare altre piante, non rovesciare vasi, vasetti e secchielli, possibilmente camminare sull’erba. Erba negli orti ce n’era poca, era poca la terra e magra.
La terra l’è magra, dicevano e mettevano piante dappertutto. Le banane non crescono da noi, noi non abbiamo mai visto una banana. Le fragole le aveva il Carlöö. Si chiamano “magiostre”, perché vengono in maggio e io vi assicuro, bambini di oggi, mangiatori di banane, che il Carlöö ne mangiava poche delle sue magiostre. Avrebbe dovuto dormire nell’orto.
Il nonno Riccardo aveva nell’orto, detto Mainé, due ciliegi. Mai visto ciliegi così alti, tronchi sottili. Il nonno aveva proibito di salirvi, non penso fosse per le ciliegie. Aveva paura che ci facessimo male. Figuriamoci! noi eravamo più agili delle ghire! Ma era difficile entrare nell’orto del nonno, perché lui stava spesso nella sua casetta. C’era o non c’era quel vecchio irascibile, sempre armato di bastone, nel Mainé, a curare le sue rape? Dalla stradina non si vede. L’idea delle ciliegie è venuta al Franco, io del nonno ho abbastanza paura. Gli propongo di passare sotto il muro parlando tedesco, così lui da sopra non sarebbe venuto a guardare e saremmo potuti arrivare al cancello: chiuso, il nonno non c’è, aperto il nonno c’è. Che idea parlare in tedesco! Bisogna borbottare, tossire, forse miagolare, meglio abbaiare, rantolare. Il cancello era aperto e il nonno era lì ad aspettarci con il bastone alzato. Un balzo e via ridendo.
Stavo andando all’asilo. Incontrai la nonna Luigina, in piazza. Mi domandò cos’avessimo mangiato e io le risposi: “pane e radice, fuori di casa non si dice”. Sentii molte volte la nonna raccontare alle sue amiche quella mia risposta. Ridevano e si complimentavano con me. Io sarei rimasto volentieri a mangiare all’asilo, c’era la semolina, la polentina e il risoelatte come a casa, ma non era per il cibo che mi sarebbe piaciuto. Era per stare con i compagni e poi perché avrei potuto insegnare loro come si faceva a mangiare quelle cose. Una volta che rimasi a pranzo all’asilo, la mamma non voleva, mi alzai e dissi che bisognava spalmare la semolina sull’orlo del piatto per farla raffreddare. Me l’aveva insegnato il nonno Demetrio, insieme a tante altre cose e io dovevo dirlo ai compagni.

Imparai dalla mia maestra che “sul qui e sul qua l’accento non va”. Stava scritto con il gesso sulla porta della classe e fui presto in grado di leggerlo. Io e il Pierluigi eravamo i più bravi. Il primo giorno di scuola
me la feci addosso, ma poi non mi accadde più. La maestra non lasciava uscire, diceva che bisognava andare al gabinetto prima di venire a scuola o durante la ricreazione. Amavo la mia maestra, alta, quasi bella come la nonna Luigina. Due compagni però non ce la facevano a tenerla, stavano negli ultimi banchi e quando qualcuno disturbava la maestra lo mandava a sedere vicino a quei due, uno puzzava di pipì e uno di cacca.
In casa parlavamo in dialetto. La mamma e la sua mamma, la nonna Luigina, si parlavano in tedesco. Segreti. Come quello che conoscevo io della Toti e del Pierluigi. La Toti era la più bella bambina della terza. Le bambine stavano al piano superiore, ma la ricreazione la facevano in cortile. Il Pierluigi era il bambino più bello della mia classe, la seconda. I soldati avevano in cortile una baracca di legno, dove cucinavano la galba. La Toti e il Pierluigi andavano a darsi dei baci in quella baracca. Io li vidi.
I grandi, facendo smorfie, usavano parole che non erano in dialetto. Lessivös era una stufa per fare il bucato, la Maria vi metteva a bollire le lenzuola, una volta al mese, da un camino in mezzo alla grande pentola borbottava la schiuma. Il bersò era un posto in giardino, all’ombra, con sedili di cemento in forma di fungo e un tavolo rotondo pure di cemento, tutti dipinti di rosso. Quand’erano mature le prugne, che nessuno coglieva, nel bersò giravano le vespe. Il cascpo’ era un secchio di rame dove mettevano i vasi dei fiori, mentre chiamavano abàgiur stoffe e cartoni posti attorno a lampade e lampadine. E la combinesòn? Era una camiciola combinata con le mutandine, difficile da mettere e da togliere. La zia Maria diceva combinesòn d’egitt? Malpratik.
Lessiveuse F. (lisciviatrice)
Berceau F. (pergolato, culla)
Cache-pot F. (coprivaso)
Abat-jour F (paralume)
Combinaison F (combinazione, d’Egitto (?)
Il mio triciclo aveva una ruota grande davanti, con i pedali, due ruote dietro, un sedile dove si poteva stare in due. Lo usavo a Bellinzona. Quando il papà me lo portò a Oria ero in terza classe e il triciclo non m’interessava più. L’Angelo e il Franco se ne accorsero e siccome interessava a loro, non per andare in triciclo, ma per le ruote, mi proposero di scambiarlo con dei libri. In un vecchio cassone c’erano quattro libri, due piuttosto piccoli con la copertina a colori, sbiadita, uno con molte pagine. Li portai a casa e li nascosi nella nostra stanza, sotto il letto. Uno era la storia di Ettore Fieramosca, uno parlava dei Palleschi, dei Piagnoni e di Nicolò de Lapi, quello grosso di un esploratore italiano dell’Africa. L’Angelo e il Franco con il triciclo fecero un carrettino. Ci stavano solo loro due. Al mio papà capitò di vederli scendere velocissimi verso la dogana, urlavano, ridevano; riconobbe le ruote del triciclo, volle sapere come mai.
La mamma parlava con il maresciallo. Parlava, parlava. Io avevo colto violette, ne avevo fatto un mazzetto, per darle alla mamma. Ma lei parlava, parlava. E allora buttai il mazzetto di violette per terra e lo pestai sotto i piedi. E lei mi pestò ben bene con una ciabatta.
La sirena suona disperata. Da qualche parte brucia. Brucia la Dogana, una vecchia casa rossa. La piazza è piena di gente venuta a vedere. Il capo dei pompieri grida : “Pompa numero uno, acqua”-“ pompa numero due, acqua”. Dal magazzino a pian terreno vengono fatte rotolare fuori grandi forme di formaggio. Un armadio scende da una finestra, si apre e cascano fuori piatti e bicchieri, la gente ride. La nonna piange. Alcune signore vengono a dirle: “Pora sciura Lüisina”, ma lei non sta più in quella casa in via Dogana. La nonna piange anche se non è la sua casa che brucia. Il nonno dice che la nonna ha le lacrime in saccoccia.
D’inverno, per mantenere acceso il fuoco, nella stufa in cucina, si mettevano delle mattonelle di carbone dette brichett. Bruciavano adagio. Aiutai il nonno anche a fare delle palle con la carta di giornale; si ponevano i giornali ad ammollare nell’acqua in un grosso catino, poi si facevano quelle palle e si mettevano ad asciugare al sole. Bruciavano in fretta. Sulla stufa si cucinava, la stufa scaldava l’acqua e la cucina. Era la sctüva economica, il nonno la chiamava pigna. Nel forno la nonna faceva le torte, di notte dormiva la gatta, il nonno d’estate vi metteva a maturare i formaggini di capra. Li salava, li pepava, ma i vermi, chiamati giuianin venivano fuori lo stesso sul piatto.

Provate a leggere questa poesiola in dialetto:
Esamm
In sül camin gh’è sü la masckurina
a l’è l capèll da tóla che camina
quand bôfa ‘l vent, al vent da Belinzona,
che l’è cume ‘l Signuur, trj vent e una persona
In un canton dal nord da la cüsina
calda cume una vegia signurina
che bôfa, che suscpira, gh’è una pigna,
l’è ‘l noss risckaldament e al la sa migna.
U metü’ sü süi ceerc una pumèta
e vedi che la bàla e la dundina
e la prumett da kös a chi che scpèta
In sül scpurtell dal furnu la Titina
ogni tant la sckòrla un uregèta;
mi fu parè da leeg e scpèti la matina.
Quand’ero bambino io….
il nonno mi insegnò un po’ di tedesco:
gôten i tecc (guten Tag)
furmài da scbrinz
kun dent i bau
avanti màrsc!
e, senza il consenso della nonna, alcune canzonette…
La mè murusa cara
la fà la lavandera,
la vegn a kà la sera
cul sckusarin bagnà.
–
E mì la dona grassa
la vòri no, la vòri no
perchè in lecc
la paar na cassa.
–
…la parabola del francese e del venditore di noci.
(Milano, piazza del Duomo, banchetto per vendere noci)
Francese: comment s’appellent?
Venditore: se pèlen no, se pèsten
Francese: comment?
Venditore: ma no cui màn, cunt un martelèt, un sassèt.
Francese: je ne comprends pas..
Venditore : e ben, se ‘l vòr minga cumprà, che ‘l lassa sctà.
Il nonno Demetrio aveva due sorelle. Una era la zia Ersilia, l’altra la zia Ursulin. La zia Ersilia la vidi raramente, invece spesso suo marito, il Pelizzon. Nel negozio del Pelizzon c’erano tre grandissime botti. La gente veniva con fiaschi e il vino usciva dai rubinetti delle botti. C’era sempre vino rosso per terra e un grande odore di vino. Il Pelizzon aveva una grande faccia rossa e sempre in bocca un sigaro lungo e sottile con una paglietta gialla. Il Pelizzon aveva dei ciuffi nelle orecchie che parevano code di coniglio. La zia Ursulin aveva un porro rosso sopra il labbro. La sua casa, appoggiata alla roccia verde, bagnata, del castello, era buia, i mobili neri. Aveva una stanzetta piena di libretti. Me li dava volentieri. Parlavano delle missioni. Io andavo a trovarla per quei libretti. I suoi biscotti erano umidi.
Quand’ero bambino io…
andavamo nel bosco a cercare le nespole:
in un bosckett
a gh’è un vegett
ghe sctrèpi la barba
ghe lèki ‘l kulett.
Una volta trovammo una capra sdraiata in mezzo al sentiero. Aveva la mammella gonfia di latte.
“Sta male” – disse il Franco – “perchè ha perso il capretto”.
La munse, il latte si sparse per terra. Ne bevve, anche, dalla mammella.

