Guerra e Pace – Tomo II°

guerra e pace

Parte prima.

All’inizio del 1806 Nicola Rostov tornò in congedo. Anche Denisov andò a casa a Voronesc e Rostov lo persuase ad andare a Mosca a stare nella loro casa. Alla penultima stazione di posta, dove aveva incontrato il camerata, Denisov bevve con lui tre bottiglie di vino e, proseguì verso Mosca sdraiato in una slitta, senza svegliarsi malgrado gli scossoni della strada piena di buche, dietro Rostov, che, avvicinandosi a Mosca diveniva sempre più impaziente.
“Ci siamo o non ci siamo. Oh queste odiose strade, panchine, barboni, lampioni, vetturini” pensava Rostov, mentre presentava la sua licenza alla dogana di Mosca.
“Denisov, siamo arrivati! “ dorme, disse Rostov di quel corpo stravaccato in avanti, come se quella posizione potesse attutire il movimento della slitta. Denisov non si mosse.
“Ecco l’angolo del crocifisso, dove sta S. il vetturino, eccolo con i suoi cavalli! Questa è la bancarella dove compravamo i prianiki. Vai più in fretta.”
“Dov’è la casa?” domandò il conducente.
“Eccola là in fondo, quella grande, come fai a non vederla. Quella è la nostra casa, la nostra casa!”
“Denisov! Denisov! Adesso ci siamo”.
Denisov, alzò la testa, tossì per schiarirsi la voce, ma non rispose.
“Dimitri” – Rostov si rivolse al lacchè in serpa “quella luce accesa in casa nostra?”
“È proprio quella dello studiolo del padrone”
“Non si è ancora coricato? Eh? cosa pensi?”
“Non dimenticare che devo indossare la mia nuova casacca da ussaro” aggiunse Rostov, lisciandosi i baffetti “allora, avanti” gridò al vetturino e “svegliati! “ a Denisov, che aveva sollevato di nuovo la testa.
“Muoviti, ubriacone, muoviti” urlò Rostov, quando la slitta era a tre isolati dal portone. Gli sembrava che i cavalli non avanzassero. Finalmente la slitta era giunta a destra del portone; Denisov vide, sopra la testa di Rostov, il cornicione con le stuccature slabbrate, il terrazzino, il sostegno del marciapiede. Traballando scese dalla slitta e s’avviò all’entrata. La casa era lì immota, indifferente, come se non avesse nulla in comune con chi ne varcasse la soglia. Alle entrate non c’era nessuno.
«Mio Dio! Staranno tutti bene?” pensò Rostov col batticuore; dominatolo, salì in fretta i consumati, conosciuti, scalini dell’andito. Tutte le ringhiere erano sporche, malgrado i rimproveri della contessa e tutte le porte erano socchiuse. Nell’atrio ardeva una candela di sego.
Il vecchio Michele dormiva su una cassapanca. Propopio, cocchiere ch’era stato cosi’ forte da essere сарасе di trascinare una carrozza, se ne stava seduto a riparare il suo mantello. L’apatia con cui aveva dato un’occhiata alla porta spalancata si trasformò in entusiastica sorpresa: “Padroncino, siete il giovane conte” gridò.
“Siete voi? Colombella mia” Procopio sembrò precipitarsi alla porta della sala per dare l’annuncio, ma cambiò idea e tornò per stringersi al petto il giovane padrone.
“Sei in salute?” domandò Rostov, sciogliendosi dall’abbraccio.
“Grazie a Dio. Tutti, Dio sia lodato! Hanno appena finito di mangiare. Fatevi vedere, vostra grazia!”
“Stanno tutti veramente bene?”
“Grazie a Dio! Grazie a Dio!”
Rostov, che si era completamente dimenticato di Denisov, voleva fare una sorpresa ai familiari; si levò la pelliccia e in punta di piedi andò alla porta della sala. Tutti, quelli che sedevano al tavolo da gioco o sotto il lampadario di cristallo, nella penombra della grande sala, o quelli che lo avevano già visto e non avevano ancora fatto a tempo a entrarvi, si precipitarono ad abbracciarlo e baciarlo. Gli altri arrivarono dalle porte laterali e fu un abbracciare, baciare, grida e lacrime di gioia. Non riuscì a distinguere papà, Natascia, Pietro. Tutti urlavano, gli parlavano, lo baciavano nello stesso tempo. Solo sua madre non era con loro.
“Eccolo…non lo sapevo…Nicolino..amico mio. Kolia!”
“È tornato! Evviva, fate luce! Portate il tè!”
“Un bacio”
“Anche da me, tesoruccio”
Sonia, Natascia, il fratellino, Anna Mixailovna, Vera, il vecchio conte lo abbracciavano; servitori, cameriere, tutta quanta la servitù. Il piccolo Petia abbracciato alle ginocchia gridava
“Anch’io!”
Natascia, non appena possibile, lo strinse a sé, gli stampò tanti baci sul viso, poi, afferrò la falda della sua casacca, e si mise a balzare in mezzo a tutti, come una capra, strillando acutamente. Brillavano lacrime di gioia in tutti gli sguardi.
Sonia, rossa in viso come un sipario, afferrata la sua mano, cercava il suo sguardo. Aveva appena compiuto sedicianni, era divenuta molto bella e la sua bellezza splendeva in quel momento di felicità. Sorrideva, si sforzava di trattenere il fiato. Nicola la guardava con affetto, ma più di tutti aspettava qualcuno. La vecchia contessa non era ancora apparsa. Poi si sentirono passi così svelti che egli non credette fossero di sua madre. Invece era proprio lei, con un abito nuovo, cucito su misura, che non aveva mai visto. Si scostarono tutti ed egli le corse incontro. La madre appoggiò il capo al petto del figlio, singhiozzando; la vecchia contessa non riusciva a sollevare il capo, nonostante il freddo degli alamari della casacca. Denisov, uscito dalla camera colpevolmente in ritardo, entrò nella sala, li guardò, stropicciandosi gli occhi.
“Sono Vassili Denisov, amico di vostro figlio” disse rivolgendosi al conte, che lo guardava in attesa che si annunciasse.
“Benvenuto. Lo so, lo so” disse il conte abbracciando e baciando Denisov “Il nostro Nicola ci scrisse. Natascia, Vera, eccolo Denisov”.
Allora tutti, entusiasti e felici circondarono l’arruffata, mostacciuta figura di Denisov.
“Colombella, Denisov” strillò Natascia, incapace di contenere il suo entusiasmo, abbracciandolo e baciandolo. Il suo comportamento imbarazzò tutti gli altri. Perfino Denisov arrossì, ma sorrise, afferrò la mano di Natascia per baciarla.
Denisov tornò nella sua camera per riordinarsi, gli altri si riunirono accanto al divano vicino a Nicola Rostov. La vecchia contessa gli stava seduta accanto, stringendogli la mano che continuava a baciare; gli altri, in circolo attorno a loro, non si perdevano un movimento, una parola, uno dei suoi felici, affettuosi sguardi. Fratello e sorella bisticciavano, per essere i più vicini e gareggiavano nell’offrirgli il tè, il tovagliolo, la pipa.
Rostov era grato dell’affetto che gli veniva dimostrato, ma era manifestato così vivaSemente da fargli sembrare meno intensa la sua propria felicità.
La mattina dopo i nuovi arrivati dormirono fino alle dieci.
Sciabole, borse, bisacce, valigie aperte, stivali sporchi, ingombravano le camere dei nuovi arrivati. Due paia di speroni in attesa di essere lucidati erano appoggiati al muro. Servitori portarono bacinelle con acqua calda per fare la barba e vestiti puliti. Tabacco da pipa.
“ ei! Gregorio, la pipa” s’udì la rauca voce di Vassili Denisov. “Rostov, alzati!” Costui, stropicciandosi gl’occhi, levò, allarmato, la testa dal tepido cuscino:
“Cosa c’è? È tardi?”
“È tardi, sono le dieci” rispose la voce di Natascia e dalla stanza attigua giunsero fruscii di sottane inamidate e bisbigli e risatine, poi apparvero alla porta semiaperta nastrini, capelli neri, visi allegri e felici di adolescenti. Erano Natascia, Sonia e Petia, venuti a vedere se si fossero alzati.
“Nicoluccio, alzati!” si sentì l’invito ripetuto da Natascia, dalla porta.
“Subito!”
Nel frattempo Petia, afferrata una sciabola, al colmo dell’entusiasmo ispiratogli dalla presenza del fratello maggiore guerriero, spalancò la porta, involontariamente offrendo alle ragazze la vista dei due uomini che si stavano vestendo.
“È la tua sciabola?” gridò il ragazzo, mentre le ragazze balzavano indietro. Denisov, sbigottito, nascose le sue gambe coperte di peli chiedendo aiuto al compagno. Dietro la porta le ragazze ridevano.
“Nicoluccio, mettiti la vestaglia” Natascia invitò il fratello.
“Questa è la tua sciabola?” – “o è la vostra?” domandò Petia al baffuto Denisov affettando ammirazione.
Rostov si mise frettolosamente le scarpe, indossò la vestaglia e uscì. Sonia fece una giravolta e il vestito parve un tutù. Ambedue le ragazze indossavano lo stesso fresco, allegro vestito scarlatto. Sonia corse via, Natascia prese per mano il fratello, lo guidò al divano; finalmente potevano parlare. Non avevano fatto a tempo a discutere delle mille minuzie che potevano interessare solo loro. Natascia rideva ad ogni parola che diceva o sentiva, non perché suscitasse il riso, ma perché era felice e piena di gioia.
“Ah, come sono contenta!” ripeteva a se stessa. Rostov sentì che il caldo affetto di Natascia gli aveva risvegliato nell’anima e sul viso quel sorriso dell’infanzia, sparito da un’anno e mezzo, non ancora riapparso da quando era tornato a casa.
“Pensa” diceva Natascia “lo sai che adesso sei un vero uomo? È terrificante che tu sia mio fratello”. Gli sfiorò i baffi. “Ma gli uomini come sono? Vorrei saperlo, sono come noi?”
“No. Perché Sonia è scappata via?” domandò Rostov.
“C’è tutta una storia dietro! Ne parlerai con Sonia, tu o insieme?”
“Come capita” disse Rostov.
“Parlale tu, per favore, poi io ti racconterò”
“`Sì, ma cos’è?”
“Allora adesso te lo dico. Lo sai che Sonia è una mia grande amica, un’amica per cui metterei la mano sul fuoco. Ora ascolta: un giorno Sonia sollevando la manica della camiciola parecchio al di sopra del gomito mi mostrò sul suo lungo, magro, tenero braccio, (sotto la spalla, là dove finiscono i vestiti da ballo) una rossa cicatrice. È una scottatura, che si è procurata per dimostrare il suo amore. Col fuoco.”
“La imitai, per dimostrarle il mio amore. SempliSemente una linea, tracciata col fuoco.”
Nicola Rostov stava seduto fra due cuscini, sul divano della camera ch’era stata la sua da scolaro. L’intenso, penetrante sguardo di Natascia lo fece ritornare in quel suo mondo famigliare dell’infanzia, dal quale si era separato e di cui si sovveniva solo quando gli accadeva qualche fatto importante; le scottature sulle braccia per dimostrare amore non gli parvero insensate; le capiva e non se ne meravigliava.
“Dunque è così?”
“L’amicizia, così forte. Naturalmente quella riga è una sciocchezzuola, ma l’amicizia è per la vita. Lei ama qualcuno per sempre. Io quello non lo capisco. Io dimentico subito”
“E allora che significato ha?”
“Che lei ama me e te”. Natascia arrossì improvvisamente. “Allora, tu capisci, dopo la partenza…Lei dice che tu questo te lo sei dimenticato completamente…diceva: lo amerò sempre, anche se lui vorrà rimanere libero. È perfetto vero? Perfetto e nobile. Ti pare? Molto nobile? si? non ti sembra?” Natascia poneva le sue domande con tale serietà e così appassionatamente da far capire, che quel che stava dicendo, prima lo aveva detto fra le lacrime. Rostov rifletteva.
“Per questo non voglio restituirle la sua parola” disse “ma perché Sonia, che è così affascinante, così scioccamente vuole rinunciare alla sua felicità?”
“No, ma no” – esclamò Natascia “di questo ne abbiamo già parlato con lei. Lo sapevamo, che lo dici. Ma è impossibile, capisci, a meno che non lo dica tu, e scambi la promessa di matrimonio, altrimenti è come se lei lo avesse detto per scherzo. A meno che, tuttavia, tu voglia per forza sposarla, oppure nient’affatto.”
Rostov vide, che era tutta una storia congegnata da loro. La bellezza di Sonia lo aveva sempre colpito. Adesso, vista di sfuggita, gli era sembrata ancora più bella. Era un’affascinante ragazza sedicenne, visibilmente innamoratissima di lui (di questo era sicuro) “Ma” pensava Nicola Rostov “non ne sono innamorato e non ho intenzione di sposarla, soprattutto non adesso. Adesso è tempo di altri divertimenti e occupazioni! Certo, hanno immaginato una bella storia ” penso’ “io devo rimanere libero”.
“E allora, va bene” disse “poi ne parleremo.”
“ah, come ti sono grato” aggiunse “e tu, sei rimasta fedele a Boris?”
“Che stupidaggine!” cinguettò Natascia, ridendo “né a lui né a nessuno e non mi passa niente per la testa”
“Come mai? È proprio così?”
“Io?” rilanciò Natascia e un sorriso le illuminò il viso “hai visto Dupor, eh?”
“No”
“Il famoso ballerino Duport, non lo hai visto? Non ne hai idea, ti faccio vedere” Natascia afferrò un lembo della gonna per allargarla, come si fa per ballare, s’allontanò di qualche passo, piroettò, saltellò, incrociò le gambe, salì sulle punte e fece alcuni passi “vedi come si fa?ecco?” spiegò, ma non ripeté i passetti. “Ecco cosa voglio fare. Non sposerò mai nessuno, voglio diventare una ballerina, solamente non lo dico a nessuno”.
Rostov scoppiò in una risata talmente fragorosa, che Denisov uscì a vedere dalla sua camera e Natascia non poté trattenersi dal ridere con loro. “Non è bello, forse?” disse Natascia.
“Molto bello. Allora non vuoi più promettere a Boris di sposarlo?”
Natascia si stizzì.
“Io non voglio sposare nessuno. Glielo dirò io stessa quando lo vedrò”
“Accidenti!” osservò Rostov.
“Sì, sono tutte stupidate” esclamò con rabbia Natascia “giusto, Denisov?”
“Giusto”
“Allora addio, ….. Denisov è tremendo?”
“Perché tremendo? Domandò Nicola “ma no, Vassia è molto gentile”
“Tu lo chiami Vassia?…strano. Insomma, è molto buono”
“Molto buono”
“Allora andiamo in fretta a bere il tè. Tutti insieme”
E Natascia uscì a passettini dalla stanza, come fanno le ballerine, ma ridendo come possono ridere solo felici ragazzine quattordicenni. Incontrando Sonia nella sala degli ospiti Rostov arrossì, non sapeva come comportarsi con lei. Il giorno prima, felici di rivedersi, si erano baciati, ma adesso lui sentiva che non significava nulla; sentiva che tutti, madre e sorelle, tenevano d’occhio il suo comportamento con lei. Le baciò la mano e la salutò con “lei”.
Ma i loro occhi, incontrandosi, si parlarono col tu e i due giovani si scambiarono un tenero bacio. Con lo sguardo Sonia gli chiese di scusarla per aver osato ricordargli la sua promessa attraverso l’ambasciata di Natascia e lo ringraziò del suo affetto. Nicola, con il suo sguardo, la ringraziò di avergli concesso la libertà e parlò come se, proprio perché non sarebbe stato permesso, lui non avrebbe mai cessato di amarla.
“Però che strano” osservò Vera, rompendo l’attimo di silenzio, “che Sonia e Nicola abbiano usato il lei incontrandosi, come se fossero estranei l’un l’altro” L’osservazione di Vera era giusta, come sempre giuste erano le sue osservazioni, ma, come per la maggior parte di esse accadeva, suscitò imbarazzo e non solo Sonia, Nicola e Natascia ma anche la vecchia contessa, che era contraria alla relazione del figlio con Sonia, vagheggiando per lui un brillante partito, arrossì come una ragazza. Denisov, con stupore di Rostov, entrò nella sala, impomatato e profumato, nella sua nuova uniforme, elegante come se andasse alla parata, con un fare da cavaliere e uomo di mondo che Rostov non gli aveva mai visto assumere.

II

Tornato a Mosca dall’armata, Nicola Rostov fu accolto, in famiglia come il figlio migliore, l’eroe e amato Nicoluccio; dal parentado come il giovane uomo simpatico e cortese; dai conoscenti come il bell’ufficiale degli ussari, agile ballerino e uno dei più ambiti partiti di Mosca.
I Rostov erano conosciuti in tutta la città di Mosca. Le finanze del vecchio conte erano abbastanza stabili, i pegni sulle sue proprietà venivano rinnovati, inoltre il giovane cavalleggero Nicola, con i suoi pantaloni a sbuffo e gli stivali a punta all’ultima moda, i minuscoli speroni d’argento, salutava sempre allegramente, ispirando simpatia. Tornato a casa, Rostov aveva l’impressione di trascorrere un intervallo di tempo che lo separava dalla vita di adulto. Gli sembrava di essere in crescita.
Ormai non sperava più di superare gli esami di diritto, si faceva prestare denaro da Gavrilo il cocchiere, di nascosto scambiava baci con Sonia, dimentico di tutto, anche della sua fanciullezza, dalla quale si sentiva lontanissimo. Lui, adesso, ufficiale degl’ussari con le mostrine d’argento, la menzione di San Giorgio, pratica l’equitazione assieme ad anziane persone di riguardo. Esce la sera con una dama conosciuta passeggiando sui boulevard.
Ha comandato la mazurca al ballo degli Arxakovic, ha discusso di guerra con il feldmaresciallo Kamenski, frequentato il club d’Inghilterra e si dà del tu con alcuni colonnelli quarantenni, ai quali Denisov lo ha presentato.
La sua passione per il sovrano, a Mosca, si era placata; non l’aveva più rivisto. Ma, tuttavia, spesso, quando parlava del sovrano e del suo amore per lui, dava l’impressione di non descrivere tutti i suoi sentimenti verso l’imperatore, come se forse non gli fossero del tutto chiari; e volesse tenerli separati dal senso di adorazione, comune a Mosca per Alessandro Pavlovic, denominato in città “Angelo della zattera”.
In quel breve soggiorno a Mosca, prima di tornare all’armata, Rostov non si avvicinò a Sonia, al contrario se ne staccò. Lei era molto buona, gentile e, evidentemente, innamoratissima di Nicola; ma lui viveva quel periodo della gioventù durante il quale sembra che non sarà mai possibile occuparsi di tutte le cose da fare; il giovane uomo aveva paura di legarsi e perdere la libertà che considerava il massimo bene. Quando pensava a Sonia durante questo suo soggiorno a Mosca, rifletteva: “Eh! Ci sono tante di quelle cose dentro che mi sono sconosciute. Farò sempre in tempo, quando vorrò, a dedicarmi all’amore, adesso non ho tempo.”
A parte questo, la frequentazione della società femminile gli sembrava mortificare la sua maschilità. Andava ai balli dell’alta società facendo finta di farlo malvolentieri. Le corse, il club inglese, le baldorie con Denisov, i viaggi là, erano altra cosa: queste erano cose degne d’un giovane ussaro.
Ai primi di marzo il vecchio conte Ilia Andreevic Rostov era occupato nell’organizzazione di un pranzo al Club d’Inghilterra in onore del principe Bagration. Il conte, in vestaglia, andò in sala a dare disposizioni all’economo ed al famoso Feoktist, anziano cuoco del club, in merito agli asparagi, alle verdure freschissime, alle fragole, al vitello ed ai pesci, che avrebbero dovuto essere serviti al principe Bagration. Il conte era membro del club già dalla fondazione e socio onorario. L’onere di organizzare la festa in onore di Bagration gli era stato affidato, perché era raro trovare qualcuno più brillante nell’organizzare banchetti e soprattutto perché era raro trovare qualcuno disposto a spendere del suo, quando fosse necessario. Il cuoco e l’economo ascoltarono con piacere le istruzioni del conte, consapevoli che con nessun altro committente avrebbero potuto maggiormente approfittare di un pranzo, che sarebbe costato parecchie migliaia di rubli.
“Non deve mancare il tortino di uccelli, capisci?”
“Quanti antipasti, tre?” domandò il cuoco.
“Mai meno di tre…la maionese una volta” rispose il conte, confermando col dito.
“Di caviale ne dobbiamo portare molto?”
“Quel che occorre, perbacco, non deve mancare. Accidenti, batuscka, mi stavo dimenticando. C’è bisogno di un’altra entree. Ah! mio dio! – si grattò la testa – chi provvede ai fiori? Mitelka! Oh Mitelka! Vai a prenderli tu, Mitelka” si rivolse a una persona che stava entrando “vai tu fuori Mosca dal giardiniere Maksim, fatti aiutare, attento che tutti i vasi della serra abbiano la protezione di feltro; portate qui un duecento vasi, devono essere qui venerdì”
Date tutte quelle diverse istruzioni, il conte andò a rilassarsi con una caraffuccia, ma si ricordò di altri particolari, tornò indietro dall’economo e dal cuoco a impartire di nuovo istruzioni.
Si sentì avvicinarsi un leggero passo maschile, ritmato dagli speroni, e apparve il giovane conte, bel viso colorito e baffi neri, visibilmente rinvigoritosi nella tranquilla vita di Mosca.
“Fratellino mio! Mi gira la testa” sospirò il vecchio, come se si vergognasse, sorridendo al figlio. “Arrivi a proposito! C’è bisogno di musicanti, dove andiamo a prenderli? La mia musica è zigana, è ciò che i vostri camerati guerrieri amano.”
“In verità, paparino, – disse ridendo Nicola – mi pare che il principe Bagration quando stava preparando la battaglia di Zentraben avesse meno da fare di Voi adesso.”
Il vecchio conte finse di arrabbiarsi.
“Provaci tu, c’è poco da prendere in giro!”
E il conte si rivolse al cuoco, intelligente e rispettoso, che guardava con simpatia padre e figlio, in attesa d’istruzioni.
“Visto, Feoktist, che gioventù? Si burla dei vecchi genitori”
“È vero, Vostra serenità, a loro interessa solo mangiar bene, tutto ciò che occorre per preparare non è affar loro”
“Proprio così!” esclamò il conte e, allegramente afferrando ambedue le mani del figlio, gridò “capiti proprio a proposito! Prendi subito una coppia di slitte e vai da Besuxov, gli dici che il conte, sua moglie, Ilia Andreic ha mandato a prendere fragole e ananas freschi. Non occorre altro. Se non c’è lui, lo dici alla principessa, poi da lì vai da Rasguliai – il cocchiere di Platka lo conosce – a cercare i zigani Iluscki, quelli che sonarono al ballo del conte Orlov, capisci, quelli con il gonnellino bianco e li mandi qua da me.”
“E i zigani li devo accompagnare qui?” domandò ridendo Nicola.
“Suvvia, neh!”
In quel momento, in punta di piedi, esprimendo preoccupazione, ma cristiana rassegnazione al peggio, entrava nella stanza Anna Mixailovna. Nonostante il fatto che, ogni giorno, Anna Mixailovha sorprendesse il conte ancora in vestaglia, costui ogni volta si mostrava imbarazzato e le chiedeva scusa del suo abbigliamento. Così fece adesso.
“Niente di speciale, colombella mia” disse Anna compuntamente socchiudendo gli occhi “vengo dai Besyxov, è arrivato il giovane, e adesso, conte, avremo tutto quanto occorre dalla sua orangeria. Dovevo incontrarlo. Mi ha portato una lettera di Boris. Dio sia lodato, Boris adesso e nello stato maggiore.”
Il conte fu grato ad Anna Mixailovna di avergli risparmiato una fatica e le mise a disposizione un calesse.
“Dite a Besuxov di passare. Lo registro in credito. A proposito, si è sposato? Domandò.
Anna Mixailovna, prodondamente afflitta, alzò gli occhi al cielo…
“Ahimè, amico mio, è talmente infelice” disse “se fosse vero quel che mi è stato detto, è terribile! E pensare quanto mi rallegrava saperlo felice. Un’anima così elevata, quel giovane Besuxov! Come lo compatisco, povera anima, e cerco di consolarlo come posso”.
“Cosa c’è?” domandarono il vecchio e il giovane.
Anna Mixailovha sospirò.

“Doloxov, il figlio di Maria Ivanovna” mormorò con aria di mistero “ si dice l’abbia completamente compromessa. Lo ha condotto a San Pietroburgo, invitandolo a casa sua ed ecco…è arrivata lei con quel suo scavezzacollo” disse Anna Mixailovna, cercando d’esprimere la sua stima per Pierre, ma facendo involontariamente capire con l’intonazione e il mezzo sorriso che provava simpatia anche per lo scavezzacollo, come usava chiamare Doloxov. “Si dice che lo stesso Pierre abbia completamente assorbito la sua disgrazia”.
“Bene, allora ditegli di venire al club, tutto passa. Il banchetto sarà una baldoria”
L’altro giorno, il tre di marzo, duecento cinquanta membri del club inglese e cinquanta invitati si riunirono per festeggiare banchettando il prode eroe della campagna austriaca, principe Bagration. In un primo momento Mosca, ricevendo notizie della battaglia di Austerlitz, parve perplessa. In quel tempo i russi erano così convinti di vincere che, ricevendo la notizia della sconfitta, qualcuno non la credette vera, altri si misero a cercare spiegazioni della causa di un simile straordinario avvenimento. Al club inglese, dove si riunivano tutti i nobili e le persone di peso e alte conoscenze, quando, nel mese di dicembre, erano cominciate ad arrivare le notizie, nessuno aveva parlato della guerra e delle battaglie combattute, come se tutti si fossero messi d’accordo di tacere. Persone che avevano voce in capitolo, come il conte Rastopcin, il principe Juri Vladimirovic Dolgoruki, Balyeb, il conte Markov, il principe Biasemski, non frequentavano il club ma i circoli si riunivano nelle case private, mentre ai moscoviti, impegnati in pettegolezzi (ne faceva parte anche il conte Ilia Andreevic Rostov) rimaneva poco tempo per farsi un’idea della guerra e di coloro che la stavano conducendo. I moscoviti avevano la sensazione che parlarne portasse sfortuna e che quindi fosse meglio tacere. Ma dopo qualche tempo, quando furono arrivati nelle sale delle riunioni sempre più pezzi grossi, con le loro opinioni, si cominciò a parlare chiaro e con precisione. Individuate le cause dell’incredibile, inaudita e impossibile eventualità di una sconfitta dei russi e diventato tutto chiaro, si cominciò a parlarne in tutti gli angoli di Mosca. Le cause erano: il tradimento degli austriaci, l’insufficienza dell’approvvigionamento dell’esercito, il tradimento del polacco Prscecski e del francese Langeron, l’incapacità di Kutusov e (si diceva sottovoce) la gioventù e inesperienza del sovrano, l’essere in mano a gente stupida e incapace. Ma l’esercito, l’esercito russo, era straordinario e si era comportato con eccezionale coraggio. I soldati, gli ufficiali e i generale erano eroi. Ma l’eroe fra gli eroi era il generale Bagration, illustratosi con i fatti di Zentraben e con la ritirata di Austerlitz, dove fu il solo a sottrarre la sua colonna ordinatamente e intera a nemici due volte più potenti. Essere celebrato a Mosca contribuiva a dimostrare la sua estraneità a quell’ambiente. La sua espressione rifletteva il prestigio dell’integro, semplice, soldato guerriero russo, lontano da intrighi ed esibizionismi; piuttosto vi si leggeva l’onorata reminiscenza della vittoriosa campagna d’Italia, sotto la guida di Suvorov. Tributargli simili onori, significava, inoltre sottolineare disistima e antipatia per Kutusov.
“Se non ci fosse Bagration, bisognerebbe inventarlo”
disse il buontempone Scinscin, parafrasando Voltaire.
Nessuno parlò a favore di Kutusov; critiche furono espresse sottovoce, a dimostrazione della cortigianeria e malevolenza dell’ambiente. In tutta la città di Mosca venivano ripetute le parole del principe Dolgorukov: “Chiacchiere, chiacchiere e fango” e ci si consolava con le reminiscenze delle passate vittorie o con le storielle di Rastopcin, secondo cui il soldato francese deve essere preparato alla battaglia con frasi magniloquenti, quello tedesco deve applicare la logica secondo cui è più pericoloso correre di camminare in avanti; di quello russo che bisognasse solo trattenerlo e chiedergli di andare più adagio. Si sentivano dappertutto raccontare gesta di straordinario coraggio dei nostri soldati e ufficiali ad Austerlitz. Quello aveva fama di aver ucciso cinque francesi, quell’altro di aver sparato da solo con cinque cannoni. Dicevano di Berg, quelli che non lo conoscevano, che, ferito alla mano destra, avesse impugnato la sciabola con la sinistra e fosse andato avanti. Di Volkonski non parlò nessuno; solo i suoi intimi conoscenti provavano dolore per la sua morte precoce e compativano la vedova in aspettativa e l’eccentrico padre.

III

Il tre di marzo in tutte le sale del club inglese risuonava un brusio di voci e, come le api in primavera, si muovevano avanti e indietro, si sedevano, si alzavano, tornavano, in uniforme, in frak, qualcuno incipriato e con il caffettano, i membri e gli ospiti del club. Ad ogni entrata lacché incipriati in livrea seguivano i movimenti degli ospiti e dei membri e si premuravano di assisterli. Gl’intervenuti erano, in maggioranza, anziane onorevoli persone, d’autorevole aspetto, incedere solenne, voce profonda. Gli ospiti e i membri del club avevano posti riservati nel loro circolo. Una limitata quantità di posti era riservata ad ospiti occasionali, in maggioranza giovani persone; ne facevano parte Denisov, Rostov e Doloxov, al quale era stato restituito il grado d’ufficiale. Il viso dei giovani, tutti militari, rifletteva il sentimento fra rispetto e disprezzo che essi nutrono per i vecchi, e dice loro: “siamo disposti a rispettare la vostra generazione, ma pensate al nostro futuro”.
Nesviski si comportava qui come un vecchio membro del club. Pierre, liberata la testa dall’obbligo di sposarsi, senza occhiali, vestito alla moda, entrò in sala, con la solita espressione triste e malinconica. Dappertutto lo circondava l’atmosfera creata da gente che s’inchinava alla sua ricchezza ed egli si era abituato a rivolgere loro regalmente uno sprezzante sorriso. Per l’età avrebbe dovuto stare con i giovani, ma per la ricchezza e il nome faceva parte del circolo dei vecchi notabili e per questo andò a sedersi in uno dei loro circoli. Gli anziani importanti ne occupavano il centro ed a loro rispettosamente si accostavano, seguendo le indicazioni di amici, quelli che conosciuti non erano. Molti circoli erano formati attorno ai conti Rastopcin, Balyev e Narisckin. Rastopcin raccontava che i russi fossero stati calpestati dagli austriaci in fuga e avessero dovuto aprirsi con le baionette una strada attraverso la massa dei fuggitivi. Balyev confidenzialmente informava che Yvalov era stato inviato da San Pietroburgo per informarsi sull’opinione dei moscoviti in merito ad Austerlitz. Nel terzo circolo Narisckin parlava della seduta del consiglio di guerra austriaco, durante la quale Suvorov reagì canzonandoli ad una stupida domanda dei generali austriaci. Scinscin, che stava lì in piedi, volendo scherzare, disse che quella facile arte, rispondere canzonando – Kutusov non l’aveva imparata da Suvorov; ma gli anziani gli fecero capire con una severa occhiata che lì e in quel giorno non sarebbe stato tollerato scherzare su Kutusov.
Il conte Ilia Andreic Rostov, con aria preoccupata, andava avanti e indietro, a gambe larghe sui suoi morbidi stivaloni, dalla sala da pranzo a quella di ricevimento, salutando, spedito, ma attentamente adattando la sua espressione all’importanza delle persone, tutte quante da lui conosciute e, ogni tanto, dava un’occhiata al suo elegante rampollo, che gliela restituiva allegramente ammiccando. Il giovane Rostov stava in piedi, presso una finestra, con Doloxov, la cui conoscenza aveva da poco imparato ad apprezzare. Il vecchio conte andò da loro e strinse la mano a Doloxov.
“Sii il benvenuto, eccoti fra i miei nuovi colleghi…assieme agli eroi…Ah! Bassili Ignatic…carissimo, vecchio mio” Così il conte aveva cominciato il discorso di saluto all’inveterato farabutto, ma non riuscì a terminarlo: fu interrotto da era entrato di corsa un lacché, entrato di corsa, stravolto, urlando “Eccolo!” S’udirono ordini secchi; sottuficiali si lanciarono innanzi; dalle altre sale, come buttati lì con la pala, si ammassarono gli ospiti nella grande sala di ricevimento. Bagration apparve alle porte anteriori, senza cappello né spada, consegnati allo svizzero, secondo le usanze del club. Non aveva nemmeno la berretta di pelo con lo staffile cosacco sulla spalla, che Rostov gli aveva visto portare la sera prima della battaglia di Austerlitz, ma indossava una nuova, attillata uniforme con le onoreficenze nazionali ed estere appuntate sulla parte sinistra del petto. Si vedeva che, per l’occasione, aveva fatto regolare capelli e basette, con poco giovamento per la fisionomia. La vagamente ingenua soddisfazione, un certo stupore per l’accoglienza, i tratti virili e rigidi del suo viso, generavano, collegandosi, un’espressione perfino vagamente comica. Beklesciov et Feodor Petrovic Yvarov, arrivati assieme a Bagration, si fermarono alle porte, desiderando che l’importante ospite entrasse per primo. Il condottiero, che non voleva approfittare della loro cortesia, esitò, poi si decise ad avanzare. Si mosse, sul pavimento di legno della sala, senza sapere dove mettere le mani, timido e goffo; si era sentito più a suo agio sotto le cannonate, a Zentraben, alla testa del reggimento di Kursk. Gli ufficiali cosacchi, fattisi strada fra gli ospiti, lo accolsero alla porta d’entrata con parole di giubilo e, senz’attendere risposta, se ne impadronirono, lo circondarono e lo accompagnarono nella sala. Era impossibile passare dalle porte della sala di ricevimento, bloccate dalla folla di soci e ospiti che vi si era ammassata, a spintoni, per vedere Bagration. Il conte Ilia Andreic, il più energico di tutti, ridendo e sgridando “Lasciate passare, mon cher, fate passare” sospingendo la folla, introdusse l’ospite e lo fece accomodare sul divano centrale. I pezzi grossi e i membri più influenti del club lo assediarono di nuovo. Il conte Ilia Andreic, attraversata un’altra volta con fatica la folla, uscì dalla sala di ricevimento e si ripresentò dopo qualche minuto, con un altro ufficiale, portando un grande piatto d’argento che offrì al generale Bagration. V’era un foglio con versi scritti in suo onore. Bagration guardò il piatto e parve smarrito, come se avesse bisogno d’aiuto. Ma con tutti quegli occhi addosso, dovette rassegnarsi a trionfare. Sentendosi in loro potere, risolutamente prese il piatto con le due mani e, piuttosto stizzito, lo esaminò, non senza aver rivolto al conte uno sguardo di biasimo. Servizievole, qualcuno ricevette il piatto dalle mani del generale (il quale pareva non sapere cosa farne) e richiamò l’attenzione sul significato dei versi. “ Ora li leggo” disse Bagration e abbassò gli stanchi occhi sul foglio per concentrarsi a leggere. Il foglio finì nelle mani dell’autore dei versi, che cominciò a recitarli. Bagration ascoltava scuotendo il capo.
……
Ma la lettura fu interrotta dallo stentoreo avviso del maggiordomo: “Il pranzo è pronto” Le porte furono spalancate e cominciò ad echeggiare in polacco “Si diffonda il tuono della vittoria, rallegriamoci o coraggioso russo”. Il conte Ilia Andreic, lanciando un’occhiataccia al poeta, che andava avanti a leggere i versi, andò a salutare Bagration. Tutti si alzarono, coscienti che mangiare dovesse avere la precedenza sulla poesia; Bagration andò a sedersi a tavola prima di tutti. Al primo posto, in mezzo a due Alessandro, Beklemov e Narischkin, fatto che poteva avere relazione con i rapporti col sovrano, era andato a sedersi Bagration: trecento persone si accomodarono ai tavoli secondo rango e importanza, chi più vicino, chi più lontano del festeggiato ospite: così come l’acqua scorre in discesa verso il pozzo. Prima del pasto il conte Ilia Andreic aveva presentato suo figlio al principe. Bagration, che lo conosceva, pronunciò alcune parole prive di significato, come tutte quelle che gli capitò di dire quel giorno, suscitando l’orgoglio del conte che si guardava attorno felice mentre il condottiero parlava con suo figlio.
Nicola Rostov con Denisov e la nuova conoscenza Doloxov, erano seduti a un tavolo quasi al centro della sala. Di fronte a loro, di fianco al principe Nesviski, sedeva Pierre. Il conte Ilia Andreic nei riguardi di Bagration e degli altri ufficiali, impersonava la tradizionale cortesia moscovita. Le sue fatiche non erano state sprecate. Le pietanze, magre o grasse, erano eccellenti, ma completamente tranquillo egli non poté esserlo fino alla fine del pranzo. Sorvegliava il barista, impartiva ordini sottovoce ai lacché e, non senza agitarsi, controllava il corretto servizio dei piatti previsti. Tutto si stava svolgendo benissimo. Dopo il secondo piatto, insieme all’applauditissimo caviale (all’apparizione del quale Ilia Andreic arrossì di soddisfazione) i lacché cominciarono a stappare e mescere champagne. Dopo il pesce, che fece una certa impressione, il conte Ilia si scambiò un ‘occhiata con gli altri ufficiali. “è il momento di cominciare con i brindisi” mormorò, afferrò il calice e si alzò. Tutti tacquero, in attesa di sentirlo.
“Evviva il nostro sovrano imperatore!” gridò e i suoi occhi di bonaccione si riempirono di lacrime di gioia e d’orgoglio. “Rombi il tuono della vittoria” gridarono tutti e tutti si alzarono e urlarono “urrà”! E Bagration urlò “urrà”, allo stesso modo come a Zentraben. La voce entusiasta del giovane Rostov si distinse fra le altre trecento. Lui non pianse.
“Evviva il nostro sovrano imperatore” gridò “urrà!” Svuotato il suo calice, lo scaraventò sul pavimento. Molti lo imitarono. Gli evviva continuarono. Quando furono cessati, i lacché raccolsero i frammenti di vetro, tutti si rimisero a sedere, e rallegrandosi delle loro grida, cominciarono animatamente a discorrere. Il conte Ilia Andreic si alzò di nuovo in piedi e pronunciò, leggendo dal foglietto che aveva tenuto sotto il suo piatto, un brindisi alla salute dell’eroe dell’ultima campagna, il principe Pietro Ivanovic Bagration. Di nuovo il mite nobiluomo dovette asciugarsi gli occhi con il fazzoletto.
Urrà! Gridarono ancora una volta trecento voci e al posto della musica fu cantata in coro la composizione dedicata a Paolo Ivanovic Kutusov:

..........

Alla fine del coro ricominciarono i brindisi, una lunga serie. Il conte Ilia si commosse sempre di più, crebbero le grida e la strage di bicchieri. Si bevve alla salute di Beklesciov, Harischkin, Ybarov, Dolgorukov, Apraksin, Balueb, a quella dei sergenti, dei funzionari, di tutti i membri del club e di tutti i suoi ospiti e, infine, un’ovazione particolare fu rivolta all’organizzatore del pranzo, il Conte Ilia Andreic Rostov. A questo meritato brindisi il conte si coprì il viso col fazzoletto e pianse.

IV.

Pierre sedeva di fronte a Doloxob e Nicola Rostov. Maniava tanto, avidamente e beveva molto, come sempre. Ma quelli che lo conoscevano bene intuivano che in lui, quel giorno, stava avvenendo un grande cambiamento. Durante tutto il pranzo non aveva detto una parola, si era guardato attorno, aggrottando le sopracciglia e corrugando la fronte; palesemente distratto, chiudeva gli occhi, si strofinava il naso. Sembrava non vedere né ascoltare nessuno fra coloro che gli stavano attorno e fosse concentrato su di un unico problema, pesante e insolubile. Il penoso dilemma era originato dalle allusioni circolanti a Mosca sull’intimità di sua moglie con Doloxov e appesantito da una lettera anonima, ricevuta quella mattina, nella quale, con quel tono bassamente canzonatorio di cui sono intrise tutte le lettere anonime, gli veniva rivelato ciò che i suoi occhiali gl’impedivano di vedere, ossia ciò che era un segreto solo per lui. Pierre non credeva nè alle insinuazioni sulla principessa , né alla lettera, ma non poteva sopportare la vista di Doloxov, seduto di fronte. Ogni volta che, involontariamente ne incrociava gli occhi, belli e insolenti, Pierre provava repulsione e toglieva rapidamente lo sguardo. Rievocando tutto il passato di sua moglie e la sua relazione con Doloxov, Pierre vide chiaramente che ciò che era detto nella lettera, avrebbe potuto essere vero, potuto, al limite sembrarlo, se non si fosse trattato di sua moglie. Pierre si ricordò involontariamente che Doloxov, al quale dopo la campagna era stato ridato tutto, era tornato a San Pietroburgo ed era andato direttamente da lei. Appoggiandosi al rapporto di complice di Pierre nelle loro baldorie, era andato direttamente a casa da lei e Pierre lo aveva ospitato e gli aveva prestato denaro. Pierre ricordava che Elena, sorridendo, dichiarava di non gradire il fatto che Doloxov vivesse in casa loro; come Doloxov cinicamente vantasse la bellezza di sua moglie e come dal tempo del suo ritorno a Mosca non si fosse levato dai piedi per un solo minuto.
“Certo, è un uomo molto bello – pensava Pierre – lo conosco. Per lui può essere particolarmente attraente screditare il mio nome e prendersi gioco di me mi sono occupato di lui, l’ho ospitato e aiutato. Lo so, lo capisco che dare importanza al suo inganno potrebbe soddisfarlo, purché sia un fatto vero. Si, purché sia un fatto vero, ma non vi credo, non ho certezze e non voglio nemmeno averne”.
Pierre, imbattendosi nello sguardo di Doloxov, ne notò l’espressione di crudeltà e, riflettendo, la confrontò con quella che aveva buttando l’orso nel canale del quartiere o quando, senza alcun motivo, sfidava persone a duello o quando ammazzò con la sua pistola il cavallo del vetturino. Con quell’espressione Doloxov lo stava fissando.
“Sì, è un attaccabrighe – rfletteva Pierre – non ci pensa due volte ad uccidere una persona, deve sembrargli che tutti abbiano paura di lui e se ne compiace. Deve pensare che ho paura di lui ed effettivamente lo temo”. Pensieri che gli diedero nuovamente l’oscura sensazione di essere coinvolto in una vicenda scandalosa.
Doloxov, Denisov e Rostov sedevano adesso di fronte a Pierre e sembravano molto allegri. Rostov chiacchierava animatamente con i suoi due amici, uno dei quali era un prode ussaro e l’altro un conosciuto lavativo e perdigiorno, che, di tanto in tanto, puntava su Pierre uno sguardo beffardo. Pierre, la cui massiccia, trasandata figura, non poteva passare inosservata. Rostov non lo vedeva di buon animo, anzitutto perché, ai suoi occhi d’ussaro, costui non era altro che un ricco borghese, marito di una bella donna; e poi perché quel gigante di cattivo umore non lo aveva riconosciuto e non aveva risposto al suo saluto. Quando si erano alzati a brindare, Pierre era rimasto a sedere e non aveva gettato il calice sul pavimento, come loro.
“Cos’avete voi?” – urlò Rostov lanciandogli uno sguardo fra l’euforico e lo sdegnato “non avete sentito che stiamo brindando alla salute del nostro sovrano imperatore!?” Pierre, accondiscendente, s’alzò a fatica, bevve dal suo calice e poi aspetto che tutti fossero seduti, prima di rivolgersi a Rostov con un bonario sorriso.
“Ah, non vi avevo riconosciuto” disse. Ma Rostov non si accontentò e urlò “urrà”.
“Non ti conviene ripristinare la conoscenza” disse Doloxov.
“Boh! È uno scemo” rispose Rostov.
“Bisogna aver molta comprensione per i mariti delle belle donne!”
Pierre non aveva sentito cos’avessero detto, ma capito che stavano parlando di lui. Arrossì e si girò dall’altra parte.
“Allora adesso alla salute delle belle donne” disse Doloxov alzando il calice e rivolgendosi a Pierre con fare serio, ma con una piega derisoria sulle labbra “alla salute delle belle donne e dei loro amanti”.
Pierre, abbassando gli occhi, bevve dal suo calice senza guardare Doloxov e senza rispondergli. Un lacchè, che stava distribuendo foglietti col testo dell’inno a Kutusov, ne porse uno a Pierre, riconoscendolo importante personaggio. Pierre avrebbe voluto prenderlo, ma Doloxov sporgendosi, lo prevenne, s’impossessò del foglietto e cominciò a leggerlo. Pierre lo fulminò con lo sguardo, ne aveva abbastanza dello scandaloso trattamento inflittogli durante tutto il pranzo da quel farabutto. Gettò tutto il suo peso attraverso il tavolo e gridò: “Non osate toccare.”
Udito quel monito e resosi conto a chi era diretto, Nesviski e i vicini spaventati si rivolsero a Besyxov.

“Calma! Fermatevi, Cos’avete?” mormorarono preoccupati. Doloxov fissava Pierre con i suoi occhi chiari, crudeli, lieto di aver provocato la lite.
“Ecco, quello che mi piace!”
“Non lo dò!” lo si sentì dire chiaramente.
Pallido, le labbra tremanti di rabbia, Pierre gli strappò il foglio dalle mani.
“Voi, voi…screanzato!…vi mando i miei secondi” esclamò e si alzò allontanando la sedia. Nello stesso istante in cui pronunciava quelle parole, Pierre sentî che la domanda sulla colpevolezza di sua moglie, che lo aveva tormentato in quei giorni, aveva ricevuto un’inequivocabile conferma. Cominciò a odiarla e a staccarsi da lei per sempre. Benché Denisov lo sconsigliasse d’immischiarsi in quella faccenda, Rostov si costituì secondo di Doloxov e, dopo pranzo discusse con Nesviski, secondo di Beyxov, le condizioni del duello.
Pierre andò a casa, Rostov, Denisov e Doloxov rimasero fino a tarda sera nel club ad ascoltare zigani e cantanti.
“A domani, nel bosco di Soxolnik” disse Doloxob, salutando Rostov all’ingresso del club.
“Sei tranquillo?” domandò Rostov.
Doloxov si fermò.
“In due parole ti spiegherò tutto il segreto del duello. Se prima del duello scrivi il tuo testamento in una tenera lettera ai parenti o pensi a chi potrebbe ucciderti, sei un perfetto cretino: se invece sei deciso a ucciderlo, il più rapidamente e razionalmente possibile, allora ci riuscirai, come ci spiegava il cacciatore di orsi, mentre badava al fuoco. Come si fa, dice, a non aver paura dell’orso? Se ti spaventi, quando lo vedi, è meglio che scappi! Bene, ecco qua. A domani, amico mio!”
Il giorno dopo, alle otto del mattino, Pierre e Nesviski arrivarono nel bosco di Sokolnik, dove già si trovavano Doloxov, Denisov e Rostov. Pierre aveva l’aspetto di una persona assorta nei suoi pensieri, completamente indifferente a quanto stava per accadere. Il suo viso era affilato, giallastro. Si vedeva che quella notte non aveva dormito. Si guardava attorno distrattamente, con una smorfia, come se gli desse fastidio la luce del sole. Due riflessioni occupavano prevalentemente il suo spirito: la colpevolezza di sua moglie, su cui, dopo la notte insonne, non gli era rimasto il più piccolo dubbio e l’innocenza di Doloxov, che non aveva nessun motivo di salvaguardare l’onore di una persona estranea.
“Può darsi che, al suo posto, avrei fatto la stessa cosa” pensava Pierre. “Sî, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Cosa significa questo duello? Questo omicidio? O lo uccido o mi colpisce la testa, un braccio, un ginocchio. Vattene via da qui, scappa, nasconditi in qualche posto.” Questi i pensieri di Pierre, ma proprio mentre gli stavano passando per la mente, disse con espressione assolutamente calma e distratta, alle persone che lo stavano guardando con rispetto: “Siamo quasi pronti?”
Quando tutto fu pronto, le sciabole piantate nella neve a delimitare il campo, le pistole caricate, Nesviski andò da Pierre:
“Non adempirei ai miei doveri, conte” disse con voce sommessa, “e non sarei all’altezza dell’onore di essere stato scelto come secondo da voi, se non vi dicessi in questo solenne, molto solenne momento, tutta la verità. Io ritengo che lo scontro non sia sufficientemente motivato e che non valga la pena di spargere il vostro sangue…voi siete stato ingannato, vi siete arrabbiato per nulla…”
“Ah, sì, è terribilmente stupido” ammise Pierre.
“Perciò vogliate affidarmi il vostro rincrescimento e io provvederò a far accettare dai vostri avversari le vostre scuse” così parlò Nesviski, così come si diceva agli altri partecipanti e in occasione di tutti gli altri scontri, facendo credere che i duelli fossero effettivamente avvenuti. “Voi sapete, conte, che c’è molta più grandezza nel riconoscere il proprio errore che portarlo a conseguenze irrrimediabili. Non ci sono state offese da uno dei partiti. Vogliate quindi affidarmi…”
“No, non se ne parla” esclamò Pierre “non me n’importa…é tutto pronto?” aggiunse. “Mi dite dove si cammina e dove si spara?” disse con un mite sorriso. Aveva in mano una pistola e stava perоттепе informarsi sul funzionamento del grilletto, come se non ne avesse mai tenuto una nelle mani e non avesse l’intenzione di servirsene.
“Ah, sì, ecco, avevo solo dimenticato” ammise.
“Niente scuse e nessuna intesa” rispose Doloxov, che aveva anche da parte sua proposto la conciliazione, andando ad occupare la sua posizione.
Il luogo dello scontro era stato scelto ad un’ottantina di passi dalla strada, dove sostavano le slitte, in una piccola radura del bosco di pini. La neve, caduta nei giorni passati, si stava sciogliendo. I due rivali stavano a quaranta passi l’un dall’altro ai margini della radura. I secondi, contando i passi, segnarono nella neve fradicia e profonda le tracce della posizione dove si trovavano, fino alle sciabole di Nesviski e Denisov, che segnalavano la barriera ed erano piantate a dieci passi l’una dall’altra. Il disgelo proseguiva, la nebbia si stava diffondendo; a quaranta passi l’un dall’altro non ci si vedeva chiaramente. In tre minuti tutto fu pronto, era ormai tempo di cominciare. Tutti tacevano.

V.

“Allora, cominciate” disse Doloxov.
“Bene” disse Pierre, con un tono che fece sorridere tutti.
Poi la faccenda si fece terribilmente seria. Era chiaro che, cominciata così alla leggera, non sarebbe più stato possibile prevenirla; che avrebbe fatto il suo corso, indipendentemente dalla volontà delle persone e che bisognasse portarla a termine. Denisov avanzò per primo alla barriera e proclamò:
“Poiché i contendenti hanno rinunciato alla conciliazione, nulla osta all’inizio: prendete le pistole e cominciate alla parola tre”
“Uno!due!tre!…” contò stentoreo Denisov e si mise da parte. Ambedue avanzarono sulla traccia calpestata del sentiero, sempre più vicini, fino a riconoscersi nella nebbia. I duellanti avevano il diritto di sparare quando avessero voluto, non appena superata la barriera. Doloxov si mosse lentamente, senza alzare la pistola, fissando l’avversario con i suoi occhi chiari, luminosi, azzurri. La sua bocca aveva come sempre una piega sprezzante. Al tre Pierre avanzò a rapidi passi sulla neve intatta, evitando il sentiero calpestato. Impugnava la pistola, reggendola in avanti con il braccio destro, come se temesse con quell’arma di ammazzare se stesso. Il braccio sinistro lo teneva diligentemente steso, perché gli sembrava di dover sostenere il destro, ben sapendo che non sarebbe servito a nulla. Fatti sei passi nella neve, Pierre si guardò le gambe, di nuovo rapidamente guardò Doloxov e tirando il grilletto come gli era stato insegnato, sparò. Non avendo mai udito un frastuono cosi forte, Pierre fu spaventato dal suo sparo; poi si compatì e si fermò. Il fumo, particolarmente più fitto della nebbia, gl’impedì per un attimo di vedere davanti a sé; ma l’altro sparo, che aspettava di udire, non seguì. Si percepirono solo i rapidi passi di Doloxov, la cui sagoma apparve nel fumo. Con il braccio sinistro si sosteneva il fianco, con la mano destra portava la pistola con la canna abbassata. Il suo viso era sbiancato. Pierre accorse e mormorò qualcosa.
“No.., no” gemette Doloxov “no, non è finita” e, mossi alcuni incerti passi verso la sua sciabola, incespicò e cadde nella neve. Aveva la mano sinistra insanguinata, cercava di fermare il sangue premendola sulla marsina. Sul pallido viso tremava una smorfia di dispetto.
“Scus” cominciò Doloxov, dovette fare uno sforzo per dire “scusate”. Pierre, che tratteneva a fatica i singhiozzi, corse verso Doloxov, attraversando lo spazio delimitato dalla barriera, ma il ferito gridò: “Alla barriera!” Pierre, capì e si fermò presso la sua sciabola. Solo dieci passi li separavano. Doloxov affondò la testa nella neve, la morse, sollevò il capo un’altra volta, cercò di ricomporsi, riunì le gambe e si sedette, cercando faticosamente di riequilibrarsi. Succhiò neve, le labbra tremanti disegnavano tuttavia un sorriso; negli occhi brillava la volontà di rivalsa; impugnata la pistola stava per prendere la mira.
“Giratevi! Disarmate la pistola” esclamò Nesviski.
“Disarmate” urlò Denisov a Doloxov.
Pierre, con il mesto sorriso del rammarico e del pentimento, ricomposte al meglio gambe e braccia, stava dritto col suo corpaccione davanti a Doloxov e lo guardava tristemente.
Denisov, Rostov e Nesviski incupirono. Udirono in quel momento lo sparo e il collerico grido di Doloxov:
“Mimo” aveva gridato sparando in aria; poi, sfiancato, aveva affondato la testa nella neve. Pierre, la sua fra le mani, indietreggiò, andò a vagare nel bosco mormorando frasi sconnesse.
«Che stupidità! Morte…menzogna…” ripeteva. Nesviski lo raggiunse e lo accompagnò a casa.
Rostov e Denisov si occuparono del ferito Doloxov. Costui giaceva sulla slitta, taciturno, gli occhi chiusi, e non rispondeva alle loro domande; si riebbe di colpo mentre stavano arrivando a Mosca, a fatica sollevò il capo e prese la mano di Rostov, che gli sedeva accanto. La sua espressione implorante, così completamente diversa, sorprese Rostov.
“E allora, come ti senti?” domandò Rostov.
“Male! Ma non per il duello. Amico mio” con voce rotta disse Doloxov “dove sono? A Mosca, lo so. Non ho nulla, ma lei l’ho uccisa, uccisa. Lei questa non la sopporterà. Lei non la sopporterà…”
“Chi?” domandò Rostov.
“La mia mamma. La mia mamma, il mio angelo, il mio adorabile angelo, mamma.” Doloxob piangeva, bagnando la mano di Rostov. Quando si fu un poco calmato, gli spiegò che viveva con la madre e che lei non avrebbe sopportato di vedelo ferito. Supplicò Rostov di andare da lei per prepararla. Rostov andò avanti per eseguire l’incarico; così, con sua grande sorpresa, si rese conto che quell’attaccabrighe, quel lavativo smargiasso di Doloxov viveva a Mosca con la vecchia madre, la sorella che sgobbava ed era il loro figlio e fratello più piccolo.

VI

Nel periodo successivo Pierre e la moglie raramemte s’incontrarono da soli. Sia a San Pietroburgo, sia a Mosca la casa era piena di gente. La notte seguente al duello, Pierre, come spesso faceva, non andò nella camera da letto, ma restò nel grande studio del padre, lo stesso dove morì il vecchio conte Besyxov. Nemmeno nell’insonne notte precedente la sua mente era stata tormentata come adesso. Sdraiato sul divano avrebbe voluto addormentarsi per dimenticare quel che gli era successo, ma non gli fu possibile. Tale era la tempesta di sensazioni, pensieri, ricordi, che si era improvvisamente abbattuta sul suo spirito, che non solo non riusciva a dormire, ma nemmeno a stare fermo e doveva scendere dal divano e camminare a rapidi passi nella stanza. Per la prima volta dal matrimonio la immagina con la sua scollatura, lo sguardo stanco, sensuale e immediatamente accanto gli appare il bel viso sfacciato e beffardo di Doloxov, così com’era durante il banchetto e pallido, tremante e sofferente com’era apparso prima che lo nascondesse nella neve.
“Cos’è stato?” si domandò “ho ucciso l’amante di mia moglie; sì, questo ho fatto. Per quale ragione? Come è potuto accadere?»
«Per la ragione che l’hai sposata” gli rispose una voce interna.
“E di che sarei colpevole” domandò.
“Di averla sposata senz’amarla, ingannando te stesso e lei” ed eccolo rivivere quel momento della cena in casa del principe Vassili quando le disse quell’ipocrita “je vous aime”. “Tutto viene da quello! Io lo sapevo, io lo sentivo che non avrei dovuto, che non era vero! Così è tutto quanto è accaduto.”
Gli venne in mente la luna di miele e arrossì a quel ricordo. Bruciante, offensivo e vergognoso era per lui soprattutto il ricordo di quando, una volta, poco tempo dopo il matrimonio, un giorno verso le dieci, in vestaglia di seta andò dalla camera da letto nello studio e vi trovò l’amministratore capo; costui rispettosamente inchinandosi, lo aveva guardato, senza tralasciare la vestaglia, con un sorrisetto di compiacimento per la fortuna del proprio principale.
“Quante volte sono stato orgoglioso di lei” pensava “della sua grande bellezza, della sua disinvoltura nella società; molto fiero della sua casa, dove riceveva tutto San Pietroburgo, orgoglioso della sua inaccessibilità e bellezza. Per quale ragione ne ero così orgoglioso? A quel tempo pensavo di non capirla. Spesso, quando riflettevo sul suo carattere, mi dicevo che non capirla fosse una mia colpa; non capivo la sua immutabile calma, l’indolenza, l’assenza di qualsiasi passione o ambizione, mentre tutta la soluzione stava in quella strana parola: sgualdrina. Quella donna era una sgualdrina: detta questa parola tutto diventava chiaro!”
Anatoli era andato da lei per chiederle denaro in prestito e l’aveva baciata sulla spalla nuda. Lei non gli aveva dato il denaro, ma gli aveva permesso di baciarla. Il padre, buffoneggiando, aveva finto di essere geloso; lei, sorridendo tranquilla, aveva detto che non era così stupida da essere gelosa; si fa ciò che piace.
Una volta le domandai se non avesse ancora avuto qualche sintomo di gravidanza. Mi rispose ridendo sprezzantemente che non era così stupida da volere figli e che di miei non ce ne sarebbero mai stati.
Poi si ricordò della primitività e rozzezza dei suoi pensieri e della volgarità del suo comportamento, benché fosse stata educata in alti circoli aristocratici.
«Non sono una scema qualunque…provateci voi stesso…andate a spasso” diceva. Spesso, cogliendo negli occhi di giovani e vecchi, di uomini e donne, il riflesso del successo di sua moglie, Pierre si domandava perché non l’amasse. “Sì, non l’ho mai amata. Sapevo che era una donna dissoluta” rifletteva Pierre ”ma non ho avuto il coraggio di ammetterlo”.
«E adesso Doloxov, eccolo sedere nella neve e sforzarsi di sorridere, e muore, forse, a causa di una ragazzata, e per mia responsabilità.”
Pierre era una di quelle persone che, benché di debole carattere, non si sfogano ed elaborano da sole i loro guai.
“ E’ lei di tutto, di tutto lei è l’unica colpevole” diceva fra sé “e cosa significa? Perché mi legai a lei, perché le dissi “je vous aime”, che era una bugia, ancora peggio di una bugia, sono io il colpevole…Ma cosa? Portare il disonore di una vita infelice? Eh! È tutta una sciocchezza” pensò «onore, disonore, tutte convenzioni che non hanno nulla a che fare con me.”
Luigi XVI fu giustiziato perché dissero che fosse disonesto e criminale (capitò a Pierre di pensare in quel momento) ed essi dal loro punto di vista ritennero di essere nel giusto, così come credettero di essere nel giusto coloro che si sacrificarono per lui e lo avrebbero voluto santificare. Poi Robespierre fu decapitato perché era un despota. Chi era nel giusto, chi colpevole? Nessuno. Oggi vivi, domani muori, come posso morire io fra un’ora. E vale la pena di soffrire, quando rimane da vivere quelche secondo prima di sparire nell’eternità?
Nel momento in cui cercava di ordinare tutto quel fascio di riflessioni, improvvisamente si raffigurò lei quando lui le stava dichiarando insinceramente il suo amore ed ebbe un tuffo al cuore, dovette alzarsi nuovo, muoversi, piegarsi, rompere tutto quanto gli capitasse fra le mani.
“Perché le dissi je vous aime ? » continuava a ripetersi, e alla decima ripetizione di quella domanda si ricordò la frase di Molière “ mais que diable allait il faire dans cette galère” e gli venne da ridere.
La notte ordinò al cameriere di prepararsi per andare a San Pietroburgo. Non se la sentiva più di vivere con lei sotto lo stesso tetto. Non era in grado d’immaginare cosa adesso le avrebbe detto. Decise di andar via il giorno dopo e scriverle una lettera nella quale le avrebbe dichiarato la sua intenzione di separarsi per sempre da lei.
Il mattino, quando il cameriere entrò nello studio con il caffè, Pierre dormiva sull’ottomana, un libro aperto fra le mani. Destatosi, a lungo si guardò attorno non riuscendo a rendersi conto dove fosse.
“La contessa mi ha ordinato di chiedere se vostra eccellenza è in casa” domandò il cameriere.
Ma ancora prima che Pierre avesse deciso cosa rispondere, la contessa stessa entrò nella camera, in vestaglia di raso ricamata in argento, pettinata sempliSemente (il grazioso capo era ornato da due giri di grosse trecce) Il comportamento era tranquillo, signorile, solo un leggero tremito delle turgide labbra faceva intuire che era irritata. Per la sua abituale riservatezza non avrebbe parlato in presenza del cameriere. Sapeva del duello ed era venuta per discuterne; attese che il cameriere apparecchiasse per il caffè. Pierre la sogguardò timidamente attraverso gli occhiali, e, come la lepre accerchiata dai cani abbassa le orecchie e non si muove per non vedere i suoi nemici, egli provò a rimettersi a leggere; ma, consapevole che non avesse senso e fosse impossibile, le rivolse di nuovo il suo timido sguardo. Lei non si era seduta e lo guardava sprezzante, aspettando l’uscita de cameriere.
“E allora, cos’è? Cos’avete combinato, vi domando?” lo interpellò arrogantemente.
“Io?…cosa? Io…” disse Pierre.
“Che coraggiosa trovata! Allora volete rispondere cos’è stato questo duello? Cos’avete voluto dimostrare? Che cosa? Ve lo domando.”
Pierre si mosse penosamente sul divano, aprì la bocca, ma non riuscì a rispondere.
“Perché non rispondete a quello che vi sto dicendo? – ripeté Elena “voi credete a tutto ciò che vi dicono, a voi hanno detto…” Elena rise sarcastica “che Doloxov è il mio amante” Lo disse in francese, col suo tono grossolano, pronunciando la parola “amante” come se fosse una parola qualunque *e voi lo avete creduto! E come lo avete dimostrato? Lo avete provato con quel duello? Perché siete un idiota, che lo siate lo sanno tutti! E a cosa ha portato? A rendermi ridicola in tutta Mosca; a far dire a tutti che evidentemente ubriaco, senza controllo, avete sfidato a duello una persona della quale eravate senza motivo geloso…” Elena si agitava sempre di più e alzava la voce – “e che vi è superiore sotto tutti gli aspetti”.
Pierre, senza guardarla e senza muovere le spalle, tratteneva la sua rabbia in un mugolio: “Hm…Hm”
“E perché avete potuto credere che fosse il mio amante?…Perché? perché mi piace la sua compagnia? Se foste più intelligente e più simpatico, preferirei la vostra.”
“Non parlate con me, vi supplico” mormorô con voce rauca Pierre.
“Per quale ragione non parlare! Io posso dire, e lo dico con forza, che è rara la moglie di un marito simile a voi, che non si prenda degli amanti (des amants), ciò che io non ho fatto”.
Pierre avrebbe voluto dire qualcosa, le rivolse uno sguardo strano il significato del quale lei non comprese e si sdraiò di nuovo. Soffriva, l’angoscia gli opprimeva il petto, respirava a fatica. Capiva che avrebbe dovuto fare qualcosa per interrompere quel tormento, ma ciò che avrebbe voluto fare era troppo inconsueto.
“A noi conviene separarsi” affermò non senz’affanno.
“Separarsi, favorite pure, solo però se mi date una rendita” gli disse Elena “Separarsi, ecco cosa li ha spaventati!”
Pierre si alzò dal divano e barcollando si gettò su di lei.
“Io ti ammazzo!” urlò e afferrata una lastra di marmo da una sedia con una forza a lui stesso conosciuta, la alzò e fece un passo verso di lei.
Terrorizzata Elena balzò indietro strillando. In Pierre la natura del padre ebbe il sopravvento: la rabbia s’impadronì del suo spirito, buttò la lastra e a mani nude si lanciò sulla donna urlando “Vattene!” con una voce così alta e strana che in casa fu udita da tutti con spavento. Dio solo sa cos’avrebbe fatto Pierre in quel momento se Elena non fosse corsa fuori dalla stanza.
Una settimana dopo Pierre rilasciò a sua moglie una procura per l’amministrazione di tutti i suoi poderi nella grande Russia, costituenti la metà abbondante del suo patrimonio e andò da solo per San Pietroburgo.

VII

Due mesi erano trascorsi dal ricevimento a Lisix Gorax della notizia della battaglia di Austerlitz e della дуscomparsa del principe Andrea. Né attraverso le molte richieste d’informazione inoltrate attraverso l’ambasciata, né le attive ricerche, avevano permesso di ritrovarne il corpo o di stabilire che fosse compreso nel numero dei prigionieri. Intrisa di dolore era la speranza dei suoi famigliari, che fosse stato raccolto dal nemico sul campo di battaglia e giacesse forse per guarire, forse morire, in qualche posto, da solo in mezzo ai nemici, privo di forze per reagire. Nei giornali, dai quali per la prima volta il vecchio principe fu informato della sconfitta di Austerlitz, stava scritto brevemente e piuttosto vagamente, che i russi, dopo una brillante battaglia, avevano dovuto ritirarsi e che la ritirata si stava svolgendo in ordine perfetto. Il vecchio principe capì attraverso le notizie ufficiali che i nostri erano stati sconfitti. Una settimana dopo i giornali, che portavano notizie della battaglia di Austerlitz, arrivò una lettera di Kutusov, nella quale il generale dichiarava di non poter sfuggire al compito d’informare il principe della malasorte che aveva colpito suo figlio.
“Vostro figlio” scriveva Kutusov “sotto i miei occhi, degno di suo padre e della sua stirpe, con la bandiera in mano comandò eroicamente il reggimento,. Con mio dispiacere e ramarrico di tutta l’armata il destino di Vostro figlio è ancora ignoto; le ricerche eseguite sul campo di battaglia sono state infruttuose e il nome di Vostro figlio non è compreso nella lista ricevuta attraverso i parlamentari”.
Ricevuta quella notizia nel tardo pomeriggio, che aveva passato nel suo studio, il vecchio principe non parlò con nessuno. Il mattino seguente il principe fece la solita passeggiata;
ma rimase in silenzio con il fattore, il giardiniere e l’architetto e benché apparisse irritato, non disse niente a nessuno.
Quando, alla solita ora, la principessa Maria entrò nello studio, il vecchio principe lavorava al tornio in piedi, ma non le si rivolse, come faceva ogni volta.
“Ah! Principessa Maria!” esclamò improvvisamente il padre, gettando gli arnesi sul tavolo. (La ruota del tornio girava già a vuoto. La principessa Maria conosceva da lungo tempo quel cigolio, che cessava per lei, preludendo a ciò che sarebbe seguito.) Maria gli si avvicinò e si abbassò per guardarlo in viso. Subito le si inumidirono gli occhi. Nel viso del padre, che non era né triste, né avvilito, ma naturalmente segnato, intuì che era accaduta la terribile disgrazia, che lei aveva sempre temuto fino a soffocarne, la peggior disgrazia che possa capitare nella vita, l’insopportabile, l’irrimediabile, inconcepibile sventura, la morte di una persona amata.
“Mon père, – André?” disse la sgraziata, goffa principessa, con tale dolcezza e sentimento, che il padre non ebbe il coraggio di guardarla e si volse, con un singhiozzo.
“Ho avuto notizie. Non risulta prigioniero, non risulta nel numer dei morti. Kutusov scrive” gridò con voce strozzata come se volesse cacciar via la principessa “che è morto!”
La principessa non svenne, lei non soffriva di vertigini. Era già sempre pallida, ma quando udì quelle parole il suo viso cambiò colore e s’illuminarono i suoi begli occhi. Come se una gioia, una gioia alta, immune dalle passioni e gioie di quel mondo, avesse dissipato quella profonda tristezza che era in lei. Dimenticô tutta la sua soggezione, s’avvicinò al babbo, gli prese la mano, lo abbracciò e baciò il suo scarno, asciutto viso.
“Mon père, non abbiate riguardi per me, permettetevi di piangere con me”.
“Mascalzoni! Vigliacchi” gridò il vecchio scostandosi, “distruggete l’armata, distruggete la gente! Per cosa? Andate, andate, parlate con Lisa.”
Maria, esausta, s’accasciò nella poltrona accanto al babbo e pianse. Rivedeva il fratello camminare con lei e con Lisa, il suo tenero e insieme altero sguardo, lo rivedeva indossare, teneramente e con un’ombra di scetticismo, l’icona. “Ci ha creduto? Si è pentito della sua miscredenza? Là dov’è adesso? Là dove regnano la pace eterna e la beatitudine?” pensava la principessa Maria.
“Mon père, ditemi per favore, com’è stato?” domandò fra i singhiozzi.
“Andate, andate. È morto in battaglia, in cui sono mandati a morire i russi migliori e la gloria russa. Andate, principessa Maria. Andate a parlare con Lisa. Io arrivo.”
Quando Maria fu tornata dal padre, la principessina era al lavoro e accolse la principessa Maria con quella particolare espressione di tranquillo compiacimento propria delle gestanti. Si capiva che i suoi non vedevano la principessa Maria, ma qualcosa di profondo, radioso e misterioso, che si stava compiendo nel suo essere.
“Maria” disse scostando la mano e spostandosi indietro “metti la tua mano qui” e presa la mano della principessa se la portò sulla pancia.
Pieni di dolce aspettativa ridevano gli occhi di Lise e si muovevano le labbra in un ingenuo sorriso. Maria s’inginocchiò e affondò il viso nelle pieghe della gonna della giovane sposa.
“Senti? Lo senti?” mi sembra così strano. Sai, Maria, io vi amerò sempre tanto” disse Lisa alla cognata guardandola con i suoi occhi lucenti e felici. La principessa Maria non riusciva ad alzare il capo, piangeva.
“Cosa c’è, Mariuccia?”
“Niente…sono così triste…triste per Andrea” la principessa si asciugò le lacrime sui ginocchi della sposina. Durante la mattinata diverse volte il pianto interruppe il tentativo della principessa Maria di preparare la cognata. Le lacrime, preoccupavano Lisa, che non ne aveva capito le cause. Non diceva nulla ma si guardava attorno inquieta. Verso sera passò, il viso tirato, senza dire una parola, nella sua camera il vecchio principe, del quale aveva sempre avuto timore.
Guardò la principessa Maria, perché quei comportamenti le avevano fatto intuire, come capita alle gestanti, che stava accadendo qualcosa di grave e scoppiò a piangere.
“Avete ricevuto qualche notizia di Andrea”
“No, lo sai che finora non ne abbiamo avute, però mio padre è preoccupato e a me sembra strano”
“Proprio nulla”
“Nulla” disse Maria, gli occhi lucidi, teneramente guardando la sposina. Aveva deciso di non dirle nulla ed aveva convinto il padre di nascondere la terribile notizia alla sposina, che fra pochi giorni avrebbe dovuto partorire. La principessa Maria e il vecchio padre, ognuno per proprio conto, dissimularono la loro pena. Il vecchio principe non sperava più, aveva deciso che il principe Andrea era morto e benché avesse inviato un dipendente in Austria a cercare tracce del figlio, aveva ordinato a Mosca un monumento funebre, che intendeva collocare nel suo giardino. A tutti diceva che suo figlio era morto. Si sforzava di mantenere il suo solito stile di vita, ma le forze lo stavano abbandonando: camminava meno, mangiava poco, dormiva poco e si sentiva ogni giorno più debole. La principessa Maria era fiduciosa. Suo fratello era vivo e lei incessantemente attendeva la notizia del suo ritorno.

VIII

“Ma bonne amie,” disse la piccola principessa, la mattina del 19 marzo, dopo la colazione, alzando il labbro ombreggiato in una smorfia che le era abituale; tutto, in quella casa, non solo i sorrisi, ma perfino i respiri, erano intrisi di malinconia, da quando s’era insinuata quella terribile notizia; così, anche il sorriso della piccola principessa rifletteva quell’atmosfera, benché la causa le fosse ignota, e la malinconia si stava impadronendo sempre di più del suo umore.
“Ma bonne amie, temo che il frusctique (come dice Foca il cuoco) di questa mattina m’abbia fatto male”
“Cos’hai, anima mia? Sei pallida. Ahimè, sei molto pallida” constatò spaventata la principessa Maria, avvicinandosi coi suoi silenziosi, pesanti passi alla sposina.
“Altezza, non vuole che mandiamo a chiamare Maria Boglanova?” domandò una delle cameriere presenti.
(Maria Boglanovna era la levatrice del distretto, che viveva a Lisi Gorax già dall’altra settimana.
“Bisogna” confermò la principessa Maria “vado. Coraggio angelo mio!” Diede un bacio a Lise e si mosse per uscire dalla camera.
“Ah! No! No!” e oltre al pallore apparve sul viso della piccola principessa l’infantile terrore dell’inevitabile sofferenza.
“Non, c’est l’estomac… dites que c’est l’estomac, dites, marie, dites… » e la principessina, torcendosi le piccole mani, scoppiò a piangere, un pianto infantile, capriccioso, perfino un po’ sforzato. La principessa andò a chiamare in tutta fretta l’ostetrica nella camera.
“Mon Dieu,… oh mon Dieu ! » mormorava fra se stessa.
Maria Boglanova le venne incontro, soffregandosi le piccole mani grassocce, il viso atteggiato alla calma.
“Maria Boglanova! Mi sembra che stia cominсiando” disse la principessa guardando la vecchia con occhi semichiusi dallo spavento.
“Beh e Dio sia lodato, principessa” disse Maria Boglanova, senza affrettare il passo “è quel che succede a voi ragazze.”
“Ma perché il dottore non è ancora arrivato da Mosca?” domandò la principessa Maria. (Lise e il principe Andrea avevano chiesto e predisposto per il periodo l’intervento di un ostetrico di Mosca, costui era atteso da un minuto all’altro.)
“Non importa, principessa, non preoccupatevi” disse Maria Boglanova “andrà bene anche senza il dottore”. Cinque minuti dopo la principessa Maria, nella sua camera, presentì che stava per accadere qualcosa di grave. Si sporse dalla portaр per farsi portare un divano di pelle con una coperta pesante dallo studio del principe Andrea. Il personale viveva in silenzio la solennità del momento.
La principessa Maria, sedeva sola nella sua camera, attenta a tutto quando succedesse in casa, ogni tanto apriva la porta, quando passava qualcuno davanti e sorvegliava chi percorresse il corridoio. Alcune donne si muovevano a passi silenziosi di qua e di là, passavano dopo averle rivolto uno sguardo. Non osava domandare, chiudeva la porta, si sedeva nella sua poltrona, apriva il libro di preghiere, poi andava a inginocchiarsi davanti alle icone. Con dispiacere e meraviglia sentiva che pregare non serviva a calmare la sua agitazione. Improvvisamente si aprì la porta e sulla soglia apparve, nel suo vestito a maglia, la vecchia balia Praskovia Cabiscna, che quasi mai, in seguito alla proibizione del principe, era entrata nella sua stanza.
“Sono venuta a sedermi con te, Mariuccia” disse la tata inchinandosi ” ti ho portato, angelo mio, la candela nuziale della principessina da accendere davanti al Salvatore”-
“Ah, come sono contenta, tata.”
“Dio è misecordioso, tesoro mio” la tata accese davanti all’altare la candela incartata nell’oro e si sedette, scalza, presso la porta. La principessa Maria afferrò un libro e si mise a leggere. Solo quando sentivano passi o voci la principessa spaventata e la tata preoccupata si rivolgevano uno sguardo interrogativo. In tutta la casa si era diffusa ed era percepita da tutti la sensazione che provava la principessa Maria, seduta nella sua camera.
Nella credenza, che meno si sappia delle doglie del parto e meno siano dolorose, tutti fingevano di non sapere cosa fossero; nessuno ne parlava, ma si capiva che tutte le persone erano inquiete, benché celassero la loro preoccupazione sotto le abituali rispettose buone maniere imperanti in casa del principe; cuori e coscienze erano consapevoli della solennità e incertezza di quanto stava accadendo. Nessuna delle ragazze più grandi aveva voglia di ridere. I camerieri sedevano in silenzio, in attesa di ordini. I servitori sorvegliavano il fuoco e le candele e non dormivano. Il vecchio principe, in piedi anche lui, andò nello studio e mandò Tixon a domandare a Maria Boglanova come andassero le cose.
“Dille solamente: il principe vuol sapere come va e torna a dirmi cosa ti avrà detto”
“Riferite al principe che sono cominciate le doglie” disse l’ostetrica, guardando con serietà il messaggero. Tixon tornò dal principe a riferire.
“Bene” disse il Principe chiudendo la éporta dietro di sé. A Tixon non giunse più dallo studio alcun suono. Dopo un po’ di tempo, con il pretesto di smoccolare la candela, Tixon osò entrare nello studio. Il principe giaceva nel divano con un’espressione avvilita. Tixon scrollò il capo, s’avvicinò e in silenzio lo baciò sulla spalla; uscì senza aver smoccolato la candela né spiegato perché fosse entrato. Il più solenne degli avvenimenti su questa terra stava per compiersi. Trascorse la sera, avanzò la notte. E il sentimento di rassegnazione di fronte all’inconcepibile cresceva, invece d’acquietarsi. Nessuno dormì quella notte.
Era una di quelle notti di marzo in cui l’inverno pare voglia riprendersi e con cattiveria investe la terra con una bufera di neve. La dottoressa tedesca, impazientemente attesa, incontrava ostacoli già sulla strada principale e quella secondaria era a sua volta ingombra di lampioni caduti e piena di buche e strettoie.
La principessa Maria aveva da tempo riposto il libro: sedeva in silenzio, gli occhi lucidi rivolti al rugoso viso della tata, conosciuto in ogni piccolo particolare; vedeva i radi capelli grigi, la faccina che spuntava dal camicione, il doppio mento. La tata Savischna, scalza, a bassa voce, raccontava meccanicamente, per l’ennesima volta, con quanta tranquillità, a Kiscineva, la principessa madre aveva partorito la principessa Maria, assistita da una vecchia contadina moldava.
“Dio è misericordioso, non c’è bisogno di nessun dottore” diceva. Improvvisamente una ventata s’abbattè sulla controfinestra della stanza (il principe aveva ordinato di fare l’intelaiatura invernale apribile in primavera per vedere e salutare i primi uccelli) e, gonfiando la logora tenda, soffiò nella camera freddo, neve, spense la candela.
La principessa Maria trasalì; la tata, calzate le pantofole di lana, andò alla finestra e cercò di fissare la controfinestra. Il vento freddo le agitò il camicione e arruffò i grigi capelli.
“Principessa, figlia mia, andate all’entrata” disse, tenendo la controfinestra, senza chiuderla. “Sotto il lampione, dev’esser il dottore…”
“Ah, mio Dio! Dio sia lodato! Bisogna andare a riceverla, non parla russo” esclamò la principessa Maria. Indossato uno scialle s’affrettò verso l’entrata. Dalle finestre del corridoio vide, passando, che un calesse con i fanali accesi era fermo davanti al piazzale. Maria scese le scale. Sul parapetto ardeva una candela di sego, riparata dal vento. Filippo, il cameriere, impaurito, era sceso fin sul primo scalino del piazzale, con un’altra candela in mano. Un po’ più in basso, presso la svolta sulla scala, s’avvicinava qualcuno che portava stivali d’inverno. E si sentì una voce che a Maria parve di conoscere.
“Dio sia lodato” – “e il babbo?”
“Si è coricato” rispose il portinaio Damiano.
Dopo il dialogo con Damiano, lo sconosciuto con gli stivaloni affrettò i passi, salendo dietro al parapetto della scala.
“È Andrea” pensò la principessa Maria. “No, non può essere, sarebbe troppo straordinario!” In quell’attimo, sul pianerottolo dove stava Damiano con la candela, apparve la figura del principe Andrea, intabarrato nella pelliccia coperta di neve. Sì, era proprio lui, ma magro e pallido e con una strana tenera, ma ansiosa espressione del viso. Salì la scala e abbracciò la sorella.
“Che destino” esclamò “Mascia, cara!
E levati pelliccia e stivali, si mosse verso l’appartamento della principessina.

IX

La piccola pincipessa giaceva su un cuscino di piume, con una cuffietta bianca (indossata solo per il parto) i neri capelli sparsi attorno alle guance infiammate e madide di sudore. La graziosa boccuccia col labbro ombreggiato era aperta e lei sorrideva contenta. Il principe Andrea entrò e si fermò di fronte a lei, ai piedi del divano dove giaceva. I suoi begli occhi riflettevano una costante, infantilmente spaventata domanda. “Io vi amo, tutti, non ho fatto niente di male , perché devo soffrire così tanto. Soccorretemi”
Vedeva il marito ma non capiva il significato della sua apparizione in quel momento. Il principe Andrea aggirò il divano e la baciò sulla fronte.
“Anima mia!” così non l’aveva mai chiamata prima, “Dio è misericordioso…” Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo, d’infantile rimprovero:
“Io avevo bisogno del tuo aiuto, che non è arrivato mai!”
Non si meravigliava che fosse arrivato, lei non capiva come mai fosse arrivato. Il suo arrivo non aveva nessuna relazione con la sofferenza del partorire e non l’ alleviava. Le doglie ricominciarono e Maria Bolganova consigliò al principe di uscire dalla stanza.
Entrò l’ostetrica. Il principe Andrea uscì e, incontrata la principessa Maria, entrò di nuovo da lei. Parlarono sottovoce, poi rimasero in silenzio per qualche minuto, in attesa, vigilando.
“Andate, amico mio” disse la principessa Maria. Il principe Andrea tornò nell’appartamento della moglie e andò a sedersi nella camera accanto, in attesa di notizie. Una donna uscì visibilmente spaventata dalla camera della moglie e lo guardò imbarazzata. Egli si coprì il viso con le mani, rimanendo seduto per qualche minuto. Gemiti disperati gli giungevano dalla porta di quella camera. Il principe Andrea si alzò, andò alla porta con l’intenzione di aprirla.
“Non si può, non si può” si sentì una voce spaventata provenire dalla camera. I lamenti cessarono per qualche secondo. Improvvisamente un lamento, non proprio un grido, perché la povera donna non aveva la forza di gridare, risuonò nella stanza accanto. Il principe Andrea si accostò alla porta; il gemito finì, ma fu seguito da un altro, il vagito di un bambino.
“Come mai hanno portato dentro un bambino” pensò in un primo istante il principe Andrea “un bambino? Di chi?…come mai c’è un bambino lì dentro? O è nato un bambino?”
Quando ebbe compreso tutto il felice significato di quello strillo, gli occhi gli si riempirono di lacrime, e, appoggiando ambedue le mani al davanzale, scoppiò a piangere, singhiozzando come un bambino. La porta s’aprì. Il dottore, le maniche della camicia rimboccate, senza giacca, uscì pallido e stravolto dalla camera. Il principe Andrea gli si rivolse, ma il dottore lo guardò smarrito e gli passò davanti senza dire una parola. Una donna, che stava uscendo di corsa, si arrestò sulla soglia vedendo il principe. Andrea entrò nella camera della moglie. La povera Lise giaceva, morta, nella stessa posizione in cui l’aveva vista cinque minuti prima e con la stessa infantile domanda, malgrado gli occhi chiusi e le guance esangui, sulla bocca semiaperta e il labbruzzo civettuolamente ombreggiato.
“Io vi ho amato tutti e non ho fatto alcun male e perché voi mi avete fatto questo? Ahimè, perché me lo avete fatto?”
Questa era la domanda che esprimeva quel grazioso visetto di giovane morta. In un angolo della camera gemeva torcendosi le piccole mani Maria Bolganova.

Due ore dopo il principe Andrea andò a trovare il padre, nel suo studio. Il vecchio sapeva già tutto. In piedi, presso la porta, strinse con le sue scarne, ruvide mani, le guance del figlio e pianse, come piange un bambino.
Tre giorni dopo ebbe luogo il funerale della piccola principessa e il principe Andrea accompagnò la bara. Anche con gli occhi chiusi quel viso nella bara poneva la stessa domanda “Ahimè, perché mi avete fatto questo?” e il principe Andrea avvertiva nell’ anima il senso di una inescusabile colpa, del quale non si sarebbe più liberato. Non riusciva a piangere. Anche il vecchio principe seguì la bara e baciò la cerea mano, composta sull’altra in pace e solennità; anche a lui quel visetto domandava “Ah, perché e perché voi mi avete fatto questo?” obbligandolo a togliere, corrucciato, lo sguardo.
Già cinque giorni dopo il piccolo principe Nicola Andrea fu battezzato. La decana con il doppio mento tratteneva i pannolini mentre l’officiante aspergeva le rugose rosse manine e i piedini del neonato con la penna d’oca. Il nonno, che era il padrino, temendo di lasciarlo cadere, girò attorno al bacile di latta bugnata del battesimale e consegnò il neonato alla madrina, la principessa Maria. Il principe Andrea, tremando di paura che lasciasse cadere il bambino, aspettò la fine della cerimonia in un’altra camera. Guardò con fierezza il bambino, quando la tata glielo presentò e assentì soddisfatto quando lei lo informò che il lembo di stoffa incerata con la ciocca di capelli non era andato a fondo, ma era rimasto a galla nel battesimale.

X

Il vecchio conte si diede da fare per sopire le chiacchiere intorno della partecipazione del figlio al duello fra Doloxov e Besyxov; Rostov, che si aspettava indulgenza, venne precettato come aiutante del governatorato generale di Mosca. A causa di ciò non poté andare dai suoi in campagna e dovette trascorrere tutta l’estate a Mosca in adempimento dei suoi nuovi compiti. Doloxov guarì e Rostov, durante la convalescenza, sentì crescere la sua amicizia per lui. Doloxov viveva con la madre, che che lo adorava. L’anziana Maria Ivanovna, la preferita di Rostov a causa della sua amicizia con Fede, parlava spesso del figlio con lui.
“Sì, conte, lui è troppo nobile e per bene per la nostra corrotta società attuale. I buoni non sono amati da nessuno, sono malvisti. E dunque, conte, secondo la legge, è onesto il comportamento di Besyxov? Fede, nella sua bontà lo amava e fino ad ora nessuno ha detto qualcosa di male su di lui. A San Pietroburgo quelle monellerie nel quartiere, di cui là si è tanto parlato, non le fecero assieme? Perché tutto sulle spalle di Fede e niente su quelle di Besyxov? Tutto, in verità, lo deve sopportare lui. La posizione gliel’hanno restituita, dopotutto come avrebbero potuto non restituirgliela? Io penso che dei coraggiosi difensori della patria a loro importa poco. E adesso quel duello! Quella gente ha il senso dell’onore e della giustizia? Sapendo che è figlio unico, sfidarlo a duello e sparare dritto in quel modo! Meno male che Dio ci ha risparmiati! E dietro cosa c’è? Certo, chi non ha intrighi in questi nostri tempi? Può darsi, dato che è così geloso, che volesse dare a intendere che andava avanti da anni. E che ritenesse, sfidando a duello, che Fede non avrebbe voluto lottare perché era suo debitore. Che vigliaccheria! Che bassezza! Io so che mi credete, voi Fede lo capite, il mio amato figliolo, voi sapete quanto io vi ami. Pochi lo capiscono. È un’anima così grande, così elevata.”
Durante il periodo di convalescenza Doloxov fece a Rostov confidenze, che nessuno si sarebbe aspettato di ricevere da lui.
“Lo so che sono considerato un cattivo soggetto” – diceva- ”non conosco, né desidero conoscere nessuno, eccetto quelli che mi amano; ma quando amo qualcuno, lo amo così che gli darei la vita e caccerei tutti quelli che mi sbarrano la strada. Ho una madre adorata, inestimabile, due o tre amici, fra i quali ci sei tu, gli altri mi prestano attenzione solo se sono pigri o cattivi. E sono quasi tutti cattivi, specialmente le donne. Eh sì, anima mia – proseguì -ho incontrato uomini amabili, generosi, nobili; ma di donne, tranne le prostitute, siano contesse o sguattere sono tutte uguali, nemmeno una ne ho incontrata con tali virtù. Io non ho incontrato quella immacolata, fedele creatura che cercavo fra le donne. Se avessi incontrato una donna simile, le avrei dedicato la vita. Ah, quelle!… – e fece seguire un gesto di disprezzo – e credimi, se amo la vita, la amo solo perché spero d’incontrare l’essere sublime che mi rigenererà, purificherà, eleverà. Ma tu non capisci queste cose.”
“Invece le capisco molto bene* Rispose Rostov, che subiva l’ascendente del suo nuovo amico.

In ottobre la famiglia Rostov tornò a Mosca. Si avvicinava l’inizio dell’inverno e Denisov si stabilì dai Rostov. Quel primo periodo dell’inverno del 1806, con Nicola Rostov in servizio a Mosca, fu uno dei più fortunati e felici per lui e per la sua famiglia. Nicola invitava a casa dei suoi genitori un gran numero di giovani persone. Vera era una bella ragazza ventenne; Sonia una fanciulla dicissettenne il cui fascino stava sbocciando; Natascia una ragazzina in transito verso l’adolescenza, ora infantilmente allegra, ora consapevole di poter suscitare interesse. V’era, dai Rostov, quell’atmosfera di tenerezza e amorevolezza che si forma nelle case dove vivono molto gentili e molto giovani fanciulle. Ogni giovane persona, che frequentasse la casa dei Rostov, guardando quelle giovani, sveglie, sorridenti (in verità perché felici) fisionomie femminili, incontrando quell’animata affabilità, ascoltando quel chiacchiericcio incoerente, ma tenero, su tutto e con tutti, lo svolazzare di canzoni e musica, si sentiva coinvolto in quel sentimento d’attesa della felicità. Uno dei primi giovani introdotti in casa Rostov era Doloxov, che piaceva a tutti eccetto a Natascia. Su Doloxov Natascia non andava d’accordo con il fratello. Natascia sosteneva che era un cattivo soggetto, che per il duello con Besyxov Pierre aveva avuto ragione e che Doloxov era colpevole perché era un bugiardo e un simulatore.
“Nessuno mi capisce” strillava Natascia testardamente “è cattivo e senza coscienza. Ecco perché dopotutto mi piace il tuo Denisov, ama fare baldoria, e tutto, e dunque mi piace e capisco perché. Non so come dirtelo; tutto è calcolato in Doloxov e questo non mi piace. Di Denisov…”
“Allora Natascia, Denisov è un’altra cosa” rispose Nicola facendo capire che il confronto fra Doloxov e Denisov era senza senso “nessuno ha comprensione per la sua anima, bisognerebbe vederlo con sua madre, per rendersi conto del suo grande cuore.
“Di questo non so nulla, insomma non mi è simpatico. E poi lo sai che è innamorato di Sonia?”
“Che stupidata!”
“Ne sono sicura! Lo vedrai!”
Le previsioni di Natascia si stavano avverando. Doloxov, che non era propriamente un beniamino del genere femminile, veniva spesso in casa e alla domanda per vedere chi, fu subito chiaro (benché nessuno ne parlasse apertamente) che veniva per Sonia. E Sonia, benché mai nessuno avesse osato parlarne, lo sapeva e arrossiva violentemente quando compariva. Doloxov pranzava spesso dai Rostov, non mancava mai agli spettacoli dove andassero loro e ai balli per adolescenti da Iogelia, che i Rostov abitualmente frequentavano. Egli dedicava le sue attenzioni prevalentemente a Sonia e le rivolgeva sguardi così intensi che lei non poteva ricambiare senza arrossire e che facevano arrossire perfino la vecchia contessa e Natascia. Era evidente che quel forte, strano uomo esercitava un’ irresistibile attrazione su quest’altra amabile, graziosa, ragazzetta dai capelli corvini. Rostov intuì che c’era del nuovo fra Doloxov e Sonia, ma non si sforzò di capire che tipo di nuova relazione fosse.
“Tanto tutte una volta s’innamorano di qualcuno” pensava di Sonia e di Natascia. Comunque non gl’importava molto, come prima, di Sonia e di Doloxov e stava meno in casa.
Nell’autunno 1806 la guerra con Napoleone si riaccese con maggior forza dell’anno precedente. Non solo dovettero essere precettate reclute del dieci ma richiamati anche migliaia di soldati del nove. Dappertutto Napoleone veniva maledetto ed a Mosca era chiaro che la guerra incombeva. Per la famiglia Rostov tutto l’interesse di quell’avvisaglia di guerra consisteva solo nella speranza che il loro Nicola non dovesse lasciare Mosca; attendevano il ritorno di Denisov, affinché andasse al reggimento con lui, dopo le feste. L’imminenza della partenza non gli toglieva il buon umore, anzi lo rendeva euforico. Passava molto tempo fuori casa, in cene, serate e balli.


XI

Il giorno del trentesimo compleanno Nicola pranzò a casa, cosa che ormai di rado gli accadeva. Era il pranzo di commiato, lui e Denisov sarebbero partiti per il reggimento dopo il battesimo. Mangiarono in venti persone, compresi Doloxov e Denisov. Non s’era mai sentita così intensamente, in casa dei Rostov, quell’aria, quell’atmosfera d’incantamento amoroso, come in quei solenni giorni di festa. “Impadronitevi di ogni attimo di felicità, amatevi, innamoratevi! Non c’è nulla di più importante al mondo ed è ciò che qui non ci lasciamo sfuggire” diceva quest’atmosfera.
Nicola, come sempre, pur tormentando due coppie di cavalli non fece in tempo a visitare tutti i luoghi dove avrebbe dovuto essere e dove era stato chiamato, e arrivò a casa dopo pranzo. Appena giunto a casa, percepì quell’atmosfera d’incantamento amoroso, ma intuì anche che le relazioni fra alcuni membri della famiglia erano turbate. In particolare agitazione sembravano essere Sonia, Doloxov, la contessa e persino un poco Natascia. Nicola si rese conto che a pranzo avrebbe dovuto cercare di capire cosa stava succedendo fra Sonia e Doloxov, e, ascoltando il suo buon cuore, trattò ambedue, durante il pranzo, con molta gentilezza e prudenza. La sera di uno di quei tre giorni di festa, avrebbe dovuto svolgersi il ballo che Jughela (il maestro di danza) dava per festeggiare le sue allieve e i suoi allievi.
“Nicoluccio, vai al ballo di Jughela? Per favore vacci” implorava Natascia “ti vogliono assolutamente e Vassili Dimitric (costui era Denisov) ci va”.
“Lì non ci vado per ordine della contessa” disse Denisov scherzosamente mettendosi, nella casa dei Rostov, ai piedi della gentildonna Natascia “pas de châle” sono pronto per ballare.”
“Io non faccio a tempo, per quella sera mi sono impegnato con Arxarov” – disse Nicola.
“E tu?” si rivolse a Doloxob. E intuì, appena posta la domanda, che non avrebbe dovuto farla.
“Si, può darsi” freddamente e stizzosamente rispose Doloxov, guardando Sonia con una smorfia, esattamente con lo stesso sguardo che aveva rivolto nel club a Pierre,
poi tornò a guardare di nuovo Nicola.
“Qualcosa c’è” pensò Nicola e vista la sua congettura confermata dal fatto che Doloxov fosse andato via subito dopo il pasto, cercò Natascia per domandarle cosa fosse.
“Ti stavo cercando” disse Natascia correndogli incontro “te lo dissi, tu non volevi credermi” e la ragazza affermò solennemente “ha fatto a Sonia la proposta di matrimonio”.
In quel periodo Nicola si occupava così poco di Sonia, che altrettanto scarsa fu la sua emozione nell’apprendere quella notizia. Doloxov era un decoroso e sotto certi aspetti brillante partito per un’orfana priva di dote come Sonia. Dal punto di vista della vecchia contessa e della società non c’erano ostacoli. Il primo sentimento che Nicola provò fu di dispetto verso Sonia. Avrebbe voluto dire “Molto bene, complimenti, bisogna dimenticare le promesse dell’infanzia” ma si trattenne…
“Immagina! Lei ha rifiutato, nettamente rifiutato” esclamò Natascia e aggiunse dopo una pausa “ha detto che ama un altro!”
“Non poteva fare diversamente la mia Sonia” pensò Nicola.
“Ha chiesto parere alla mamma, poi ha rifiutato e so che non cambierà, così ha detto.”
“Ha domandato alla mamma” indispettito osservò Nicola.
“Sì” disse Natascia “tu non devi arrabbiarti, Nicoluccio, io so che tu non la sposi. Lo so e lo sa il buon Dio perché, e lo so per vero che non la sposerai”
“Beh, tu non puoi sapere tutto, adesso bisogna che parli con lei; è un bel tipo questa Sonia” aggiunse Nicola sorridendo.
“È così affascinante! Adesso te la vado a chiamare” e Natascia baciò il fratello e corse via.
Dopo qualche minuto venne Sonia, spaventata, smarrita e pentita. Nicola l’accolse baciandole la mano. Era la prima volta dopo il suo ritorno che parlavano a quattr’occhi della loro relazione.
“Sofia” cominciò il giovanotto timidamente ma poi sempre più deciso “può darsi abbiate una ragione per rifiutare un brillante, conveniente partito; lui è un ottima, generosa persona…è un amico mio…
Sonia lo interruppe…
“Ho già rifiutato” disse in fretta Sonia.
“Se avete rifiutato per causa mia, allora temo che da parte mia…”
Sonia lo interruppe di nuovo. Lo guardò supplichevole, intimorita.
“Nicola, non parlatemi di questo”
“No, devo. Può darsi sia suffisance da parte mia, ma è meglio dirsi tutto. Se rifiutate per causa mia, devo parlarvi sinceramente. Io vi amo, penso, più di tutti…”
“Mi fa piacere” disse arrossendo Sonia.
“Mi sono innamorato e m’innamorerò mille volte, e tuttavia senza quel sentimento d’amicizia, fiducia e amore che ho per voi. Ma sono giovane. Mamma non vuole. SempliSemente, non faccio promesse. Vi prego di riflettere sulla proposta di Doloxov” disse pronunciando con una certa fatica il patronimico del suo amico.
“Non me ne parlate. Io non pretendo nulla. Vi amo come un fratello e sempre vi amerò e non mi occorre nient’altro”
“Siete un angelo. Io non vi merito, ciò che non voglio sopra ogni cosa è ingannarvi.” Le disse baciandole ripetutamente le mani.

XII

I balli più in voga di Mosca erano quelli organizzati da Iogel. Lo dicevano le mammine, guardando la loro gioventù imparare i primi difficili passi di danza; lo dicevano gli adolescenti d’ambo i sessi ballando fino allo sfinimento; lo dicevano le debuttanti e i giovanotti, esperimentando simpatie, attrazioni e speranze di felicità. Quell’anno, durante quei balli, fiorirono due matrimoni. Due carine principesse Torciakov si fidanzarono e sposarono, accrescendo la fama di quei balli. Una caratteristica di quei balli era che non c’era né padrone né padrona, vi aleggiava l’arte bonaria del cerimonioso Iogel, che inchinandosi ritirava i biglietti da tutti i suoi ospiti; e che quei balli erano frequentati solo da chi desiderasse ballare e divertirsi, come desiderano fare le tredicenni e quattordicenni fanciulle che indossano per la prima volta nella loro vita un vestito lungo da ballo. Tutte, con rare eccezioni, erano o sembravano carine: sorridenti con orgoglio e cinquettanti allegramente. Qualche volta danzavano pas de châle anche le allieve migliori, fra le quali si distingueva Natascia per la sua graziosità. Ma dopo l’ultimo ballo si ballava solo danze scozzesi, inglesi e solo la mazurca, che stava diventando di moda.
La sala da ballo era stata affittata da Iogel in casa di Besuxov e il ballo stava riuscendo molto bene, come dicevano tutti. Molte erano le fanciulle graziose e quelle della famiglia dei Rostov erano le più brillanti. Quella sera erano ambedue felici e allegre. Sonia, fiera della proposta di Doloxov e della spiegazione del suo rifiuto con Nicola, piroettava nella casa, non si lasciava togliere il suo fazzoletto dalle ragazze e sfogava impetuosamente la sua gioia. Natascia, non meno fiera di lei, perché indossava in quel ballo per la prima volta un vestito lungo, era ancora più felice. Ambedue indossavano un vestito di mussolina bianca ornata di nastrini rosa.
Natascia s’infiammò entrando al ballo. Non era innamorata di qualcuno in particolare, era innamorata di tutto. In quel momento ogni cosa che guardasse in quel momento la colmava di euforia.
“Ah, che bellezza” esclamava, entrando con Sonia.
Nicola e Denisov entrarono nella sala, guardando con aria tenera e benevole quella gioventù danzante.
“Com’è carina e bella!” disse Denisov.
“Chi?”
“La contessina Natascia” rispose Denisov.
“E come balla bene, quanta grazia” osservò, poi per un attimo tacque.
“Di chi stai parlando?”
“Di tua sorella!” stizzito esclamò Denisov.
Rostov ridacchiava.
“Mio caro conte, siete uno dei miei migliori allievi, dovete danzare” disse il piccoletto Iogel, rivolgendosi a Nicola. “Guardate quante belle damigelle ci sono” poi ripeté l’invito a Denisov, anch’egli uno dei suoi allievi preferiti.
“No, mio caro, no, farò tappezzeria” disse Denisov “possibile che non vi siate reso conto di quanto male mi siano servite a fare le vostre lezioni?”
“Oh, no!” fece Iogel fingendo di fraintenderlo “eravate solamente un po’ disattento, ma avevate la capacità, certo, possedevate la capacità”.

Cominciavano a suonare un’altra volta la mazurca più in voga. Nicola non poté rifiutare l’invito di Iogel e invitò Sonia. Denisov andò a sedersi presso le persone adulte, e, appoggiato alla sciabola, la usò per battere il tempo, mentre allegramente chiacchierava e sorrideva alle vecchie dame, ammirando le giovani coppie danzanti.
Iogel apriva in coppia con Natascia, la sua fiera, allieva più brava. Con leggerezza e tenerezza, volteggiando con le sue scarpette, Iogel dapprima attraversò, rapidamente la sala, diligentemente assecondato in difficili passi da Natascia. Denisov non toglieva lo sguardo da lei e accompagnava il tempo con la sciabola con un’espressione che voleva dire: “non ballo solo perché non voglio, ma perché non posso.” Giunta la danza a metà delle figure, chiamò presso di se Rostov, che gli passava davanti:
“Questo non va assolutamente” disse “questa è una mazurca polacca. La ballano benissimo.
”Sapendo che Denisov in Polonia aveva esibito la sua maestria nel danzare la mazurca polacca, Nicola avvicinò Natascia.
“Danza con Denisov. Vedrai come ballerete! Eccezionale!”
Quando giunse di nuovo il suo turno, Natascia, timida, attraversò, correndo con le sue scarpette infiocchettate tutta la sala, verso l’angolo dove stava seduto Denisov. Vide che tutti la guardavano e aspettavano. Nicola vide che Natascia e Denisov discutevano sorridendo e che Denisov nicchiava ma era piacevolmente divertito. Si avvicinò.
“Permettete, Vassili Dimitric” disse Natascia “iniziate voi, per favore”
“Vi ringrazio, contessa. Dispensatemene” rispose Denisov.
“Suvvia, Vasco!” lo incoraggiò Nicola.
“Giusto! la gatta convince Vasco” scherzò Denisov.
“Sono sicura che sopravvivrete!” cinguettò Natascia.
“Piccola strega, cosa mi state facendo fare! esclamò Denisov, deponendo la sciabola. Abbandonò la sedia, afferrò la mano della sua dama, alzò il capo, stese una gamba in attesa del ritmo. Al fronte e quando ballava la mazurca Denisov non sembrava affatto piccolo, ma rappresentava la gagliarda gioventù alla quale sentiva di appartenere. Si accostò in tempo alla sua dama, trionfante e allegro, l’avvinse, improvvisamente sollevò una gamba dal pavimento e volteggiando condusse la ballerina attraverso la sala da un angolo all’altro. Sembrò che volasse su una sola gamba fino in mezzo alla sala, poi verso le sedie che gli stavano di fronte come se non le vedesse, ma, improvvisamente, scuotendo gli speroni e allargando le gambe, si arrestò sui tacchi, fermo per qualche secondo, con grande strepito di speroni riunì di scatto le gambe, di colpo si girò e alzando prima la gamba destra, poi la sinistra, tornò volteggiando all’angolo. La sagace Natascia intuiva le sue mosse e, inconsapevolmente le assecondava, abbandonandosi. Ora la faceva girare a sinistra, ora a destra, poi eseguiva una figura in ginocchio, facendola girare attorno a sé, balzava in alto, la lanciava in avanti con tale impeto che sembrava non volesse mai riprendere fiato e volesse percorrere tutto le stanze; poi si fermava improvvisamente e cominciava una nuova sconosciuta figura. Quando cavallerescamente accompagnò al suo posto la sua dama e battendo i tacchi la salutò con un inchino, Natascia esitò, lo fissò imbarazzata, sorridendo, come se non lo conoscesse.
“E questo cos’’era?” esclamò.
Benché Iogel non considerasse autentica quella mazurca, tutti erano entusiasti della maestria di Denisov, incuranti delle convenienze lo complimentavano e i vecchi, ridendo, discutevano della Polonia e dei bei tempi passati. Denisov, accaldato dalla mazurca, si deterse i il viso con il fazzoletto e andò a sedersi presso Natascia; non si staccò da lei per tutta la durata del ballo.

XIII
Per due giorni Doloxov non si fece vedere dai Rostov e Nicola non lo trovò nemmeno a casa sua; il terzo giorno ricevette un biglietto di Doloxov.
“Poiché non intendo più venire a casa vostra per le note ragioni e mangio all’Armata, stasera offro un rinfresco d’addio – vieni al club d’Inghilterra”.
Alle dieci di sera, dopo teatro, dov’era stato con i suoi e Denisov, Nicola si presentò alla sala di ricevimento dell’albergo d’Inghilterra. Quest’albergo, aveva subito acquisito fama di disporre del miglior foyer. Quella notte era occupato da Doloxov. Una ventina di persone si affollava attorno a un tavolo, a capo del quale sedeva, fra due candele, Doloxov. Sul tavolo monete d’oro, cambiali e il mazzo di carte di Doloxov. Nicola non l’aveva più incontrato dalla faccenda della proposta di matrimonio e dal rifiuto di Sonia e cercava d’immaginarsi come sarebbe stato il loro rivedersi. Il pungente, freddo, sguardo di Doloxov lo colpì già all’entrata, come se stesse aspettandolo da tempo.“Da tempo non ci vediamo” disse “grazie di essere venuto. Sto dando le carte le carte. Fra poco arriva il coro zingaro.»

“Ho fatto un salto da te” mormorò Rostov arrossendo.
Doloxov non gli rispose.
“Puoi puntare” disse.
In quell’istante Rostov si ricordò di una strana frase che aveva sentito dire da Doloxov: “Solo gl’idioti giocano d’azzardo”.
“Forse hai paura di giocare con me?” disse stavolta Doloxov, come se avesse letto nella mente di Rostov, e sorrise.” Nel suo sguardo Rostov vide lo stesso riflesso dell’umore che aveva Doloxov durante il pranzo al club e che sembrava suggerirgli, per sfuggire alla nausea di esistere, di compiere qualcosa di strano, magari feroce. Rostov era imbarazzato; cercava e non trovava nella mente una frase scherzosa per rispondere alle parole di Doloxov. Ma prima che riuscisse a trovarle, Doloxov, guardandolo fisso negli occhi, lentamente e scandendo le parole, affinché le udissero tutti, gli disse:
“Ti ricordi, ne parlammo giocando da te…idiota, chi vuole giocare d’azzardo; giocare bisogna certamente e io voglio tentare”
“Provare a giocare d’azzardo o fare sul serio?” pensò Rostov.
“Sì è meglio che non giochi” aggiunse e, mescolando le carte, desclamò: “Banco, signori¨
Spostatosi davanti al denaro Doloxov si peparò a dare le carte. Rostov gli sedeva accanto e non giocò all’inizio. Doloxov lo fissava.
“Perché non giochi?” domandò Doloxov. Stranamente Rostov si sentì spinto a prendere una carta, rischiare una posta irrilevante e cominciare a giocare.
“Non ho soldi con me” disse Rostov.
“Ti faccio credito!”
Rostov puntò cinque rubli su una carta e perse, puntò un’altra volta e perse. Doloxov smazzò, poi ebbe la meglio su Rostov per dieci carte di seguito.
“Signori” disse facendo pulizia per qualche minuto, vi prego di mettere il denaro sulle carte affiunché possa fare i conti”
Uno dei giocatori, sperando di vincere, gli chiese di fargli credito.
“Fare credito posso, ma non mi piace fare conti. Prego mettere il denaro sulla carta” rispose Doloxov, poi rivolto a Rostov: “Tu non trattenerti, faremo i conti dopo.”
Si continuò a giocare. I lacché continuarono a servire champagne.
Tutte le carte di Rostov fallirono e gli fu addebitata la somma di ottocento rubli, che decise di puntare di nuovo su una carta, poi, intanto che gli versavano champagne, aveva cambiato idea e scritto la puntata abituale di venti rubli.
“Fermo” disse Doloxov, benché sembrasse non aver mai sorvegliato Rostov “recupererai in fretta. Ad altri do, da te prendo. E aggiunse: “O hai paura di me?.
Rostov obbedì, smise di annotare gli ottocento e giocò un sette di cuori con un angolo staccato che aveva raccolto dal pavimento. Se lo fissò bene in mente. Puntò sul sette di cuori scrivendoci sopra ottocento in minute rotonde, chiare cifre; bevve un bicchiere di champagne, che gli avevano portato, per rinfrancarsi, sorrise alle parole di Doloxov e, aspettando col batticuore il sette, seguì le mani di Doloxov che teneva il mazzo. Vincere o perdere сon quel sette di cuori significava molto per Rostov. La domenica della settimana precedente il conte Ilia Andreic aveva dato a suo figlio duemila rubli e gli aveva detto, lui che non amava parlare di difficoltà finanziarie, che quel denaro era il resto di maggio e che lo pregava d’ora in avanti di essere parsimonioso. Nicola aveva detto che era molto e si era impegnato a farlo durare fino a primavera. Adesso di quel denaro gli restavano solo milleduecento rubli. Quel sette di cuori non solo significava la possibile perdita di milleseicento rubli, ma anche il venir meno alla parola data. Guardava col cuore in gola le mani di Doloxov e pensava: “Dai, dammi quella carta e mi metto il berretto e vado a casa a cenare con Denisov, Natascia e Sonia e giuro che non prenderò mai più una carta in mano”. In quel momento la sua vita famigliare – scherzare con il piccolo Pietro, i discorsi con Sonia, i duetti con Natascia, i colloqui con il babbo e perfino le tranquille escursioni in casa Povarski – si presentava alla sua mente con tale intensità, chiarezza e incanto, come se fosse una fortuna ormai passata, smarrita e inestimabile. Non poteva accettare che una stupida eventualità, facendo cadere il sette prima a destra, poi a sinistra, potesse privarlo completamente della sua fortuna e gettarlo nel baratro di una sconosciuta, imprevista disgrazia. Non era possibile che accadesse, tuttavia era necessario sorvegliare attentamente le mosse delle mani di Doloxov. Le robuste, rossicce, villose mani sporgenti dalle maniche della camicia, mescolavano le carte, afferravano il bicchiere e la pipa.
“Allora tu non hai paura di giocare con me?” ripeté Doloxov e come se si accingesse a raccontare un’allegra storiella, appoggiò la schiena alla sedia e con lentezza, sorridendo disse:
“Sì, signori, mi è stato detto che a Mosca gira la voce che io sia un baro, per questo vi consiglio di essere prudenti con me.
”Dài le carte, suvvia!” esclamò Rostov.
“Subito, ziette moscovite!” disse Doloxov afferrando le carte.
“Aaah!” a Rostov scappò quasi un grido, osservando le due villose mani. Il sette, di cui aveva bisogno, era sopra, prima carta del mazzo. Rigiocò di più di quanto avrebbe potuto pagare.
“Purché tu non vada a fondo” disse Doloxov, guardando con tenerezza Rostov, e continuò a dare le carte.

XIV

Da un’ora e mezza la maggior parte dei giocatori assisteva emozionandosi al suo gioco personale. Tutto il gioco era concentrato sul solo Rostov. Al posto dei 1600 rubli, era scritta a suo debito una lunga serie di cifre, che lui contava per decine di migliaia e che a quel punto stimava ammontare ormai a cinquantamila. Doloxov non ascoltava e non chiacchierava; sorvegliava ogni movimento della mano di Rostov e ogni tanto dava un’occhiata al conto del suo avere. Aveva deciso di andare avanti a giocare fino a quando la sua vincita non avesse superato quarantatre mila rubli, questa cifra di quarantatremila corrispondeva alla somma della sua età con quella di Sonia. Rostov, con la testa fra le mani, sedeva davanti al tavolo ingombro di carte sparse. Una penosa impressione non lo lasciava: quelle robuste, rossicce mani vellose, che balenavano dalle maniche della camicia, quelle mani che amava e detestava, avevano in potere il suo destino.
“Seicento rubli, asse, picche, il nove, impossibile ricuperare! Come avrei fatto meglio a rimanere a casa. Un fante, accidenti! Non può essere…e perché lo fa con me?”
Pensava e rifletteva Rostov. Ogni tanto gli capitava una carta forte ma Doloxov rifiutava di puntare e fissava lui stesso una nuova giocata. Nicola gli obbediva e pregava Iddio come lo aveva invocato presso il ponte di Amsteten; immaginava che quella carta, caduta dal mazzo sotto il tavolo, che gli era capitata in mano, potesse salvarlo; progettava di estrarla di nascosto dalla sua giubba, dove l’aveva riposta, e puntarvi tutta la perdita; guardava smarrito gli altri giocatori, come se potessero aiutarlo; o fissava l’espressione divenuta fredda di Doloxov cercando di capire cosa gli stesse facendo.
“Dopotutto lui sa” rifletteva “che cosa significa per me questa perdita, possibile che desideri la mia rovina? Mi è stato amico. E pensare che l’amavo…ma lui non si sente in colpa; a cosa gli serve aver fortuna? Io non ho colpe; io non mai fatto nulla di male. Ho forse ucciso qualcuno, oltraggiato qualcuno, augurato del male? Per quale ragione ho così tanta terribile sfortuna? E quando è cominciata? Da poco, da quando mi sono accostato a questo tavolo con l’idea di trovare cento rubli e comperare un ricordo per l’onomastico della mamma, poi tornare a casa, ero così felice, libero, allegro! E non mi rendevo conto di quanto fossi fortunato! Quando e come mi sono messo in questa penosa situazione? Come definire questo cambiamento? Sono stato seduto a questo posto, a questo tavolo, a prendere e muovere carte ed a guardare quelle forti, agili mani. Quando è avvenuto e perché in questo modo? Sono sano, forte, avevo tutto e di colpo perdo tutto. No, non può essere! Tutto questo non può finire così!”
Era rosso in viso, sudava, benché nella stanza non fosse caldo. Si vedeva che soffriva terribilmente e che si sforzava inutilmente di apparire calmo. La vincita arrivò alla fatale cifra di quarantatre mila. Rostov stava preparando la carta che avrebbe dovuto ridurre di trentamila rubli il debito da versargli, allorché Doloxov depose il mazzo, lo mise da parte e, preso un gesso, con la sua chiara, forte calligrafia, cominciò a tirare le somme della perdita di Rostov.
“Andiamo a cena, è ora di cenare! Arrivano gli zigani”
Era infatti entrato in quel m omento, da fuori, un gruppetto di uomini e donne, d’occhi e capelli neri; si sentivano parlare con il loro accento zigano. Nicola capì che ormai era tutto finito, ma fingendo indifferenza domandò:
“Allora non vai più avanti? Ho una forte carta da giocare” come se più di tutto gl’interessasse continuare allegramente a giocare.
“È tutto finito” pensò “sono caduto! Ora una pallottola in fronte, non rimane altro” e disse invece con allegria:
“Suvvia, una sola carta ancora.”
“Va bene” assentì Doloxov, terminando il calcolo “va bene, si puntano ventun rubli.” Disse mostrando la cifre di ventun rubli, che arrotondava il conto di quarantatre mila, poi afferrato il mazzo si accinse a dare le carte. Rostov umilmente raddrizzò l’angolo della pagina e scrisse ventun rubli invece dei sessantamila che aveva intenzione di rischiare.
“Per me fa lo stesso” mormorò “m’interessa solo sapere se lo ammazzi o me lo dai quel dieci”.
Doloxov distribuiva diligentemente le carte. O come Rostov odiava in quel momento quelle mani rossicce, le dita pelose sporgenti dalle maniche della camicia, che lo tenevano in loro potere…Venne dato il dieci.
“Voi, conte, dovete quarantatremila” disse Doloxov, e si alzò dal tavolo, sgranchendosi “ci si stanca a star seduto così a lungo”.
“Sì, sono stanco anch’îo” disse Rostov.
Doloxov, come se volesse ricordargli che non stava indecentemente scherzando, aggiunse:
“Quando pensate di avere il denaro, conte?”
Rostov, stizzito, invitò Doloxov nella stanza accanto.
“Non posso pagare tutto subito, ti darò una cambiale”
“Ascolta, Rostov” parlò Doloxov fissando Nicola “lo conosci il proverbio -Felice in amore, sfortunato nel gioco- tua cugina è innamorata di te. Lo so.”
“Oh! Com’è orribile sentirsi in potere di questa persona!” pensò Rostov.
Rostov meditò sul colpo che stava per dare a suo padre ed a sua madre, confessando quella perdita; capì quale avrebbe potuto essere la chance di sbarazzarsi di tutto e si rese conto che Doloxov sapeva di poterlo liberare da vergogna e pena e adesso intendeva giocare con lui come il gatto con il topo.
“Tua cugina…” cominciò Doloxov; ma Nicola lo interruppe.
“Mia cugina qui non c’entra per niente e nessuno deve parlare di lei” esclamò rabbiosamente.
“Quando paghi?”
“Domani” rispose Rostov e uscì.

XV

Dire “domani” con tono fermo non gli fu difficile, ma arrivare da solo a casa, vedere la sorella, il fratello, la mamma e il papà, confessare e chiedere denaro venendo meno alla parola data, era penosissimo.
A casa non si dormiva ancora. La gioventù dei Rostov, tornata da teatro, dopo aver cenato, sedeva attorno al pianoforte. Appena entrato, Nicola fu avvolto dall’aria poetica d’affetto che regnava in quella famiglia e sembrava ora essere più palpabile, così come l’atmosfera si carica dopo un temporale, in Sonia e Natascia, dopo la proposta di Doloxov e il ballo da Jogel. Sonia e Natascia, nei loro abitini con i quali erano andate a teatro, carine e consapevoli di esserlo, felici, sorridenti, stavano accanto al pianoforte. Vera e Schinscin giocavano a scacchi nell’anticamera, la contessa madre, in attesa del figlio e del marito, disponeva una patience con l’anziana gentildonna che viveva in casa con loro. Denisov, gli occhi brillanti e la capigliatura scomposta, sedeva al pianoforte, strimpellava accordi con le sue corte dita e, socchiudendo gli occhi, cantava con la sua esile, rauca ma intonata voce, la romantica canzone “Волшебница» alla quale tentava di adattare la melodia.

Piccola strega, dimmi, con quale forza
Vuoi legarmi al tuo carro;
incendiare il mio cuore,
turbare la mia mente?

Denisov сantava con voce appassionata, sgranando i suoi occhi neri sull’intimorita e felice Natascia.
“Bellissimo, perfetto” – gridò Natascia, “adesso la prossima strofa” che non si era accorta dell’arrivo di Nicola.
“Tutto questo non è per loro” pensò Nicola, dando un’occhiata all’anticamera dove stavano Vera, la mamma e la vecchia nobildonna.
“Ah, eccolo Nicoluccio” Natascia gli andò incontro.
“Il babbo è in casa?” domandò il giovanotto.
“Come sono contenta che sei venuto!” disse Natascia, omettendo di rispondere. “Siamo così contenti! Sai che Bassili Dimitric è stato con me tutto il giorno?”
Sonia: “No, il papà non è ancora qui”
“Koko, sei arrivato, vieni da me bricconcello” si sentì la voce della contessa madre. Nicola andò dalla madre, le baciò la mano, si sedette in silenzio accanto alla sua sedia a guardarne le mani, che disponevano le carte. In sala ridevano e si sentiva la persuasiva allegra voce di Natascia.
“Allora, benissimo” insisteva Denisov” adesso non ci potete rifiutare la vostra barcarolla, vi prego!”
La contessa osservava il viso del silenzioso figliolo.
“Cos’hai?” domandò la madre a Nicola.
“Niente” rispose, come se avesse già risposto a tutti con la stessa parola a quella domanda. “Papà verrà presto?”
“Penso di sì”
“Non è roba per loro. Non sanno nulla! Dove posso rifugiarmi?” pensò Nicola e tornò nella sala del pianoforte.
Sonia sedeva al pianoforte e suonava il preludio della barcarola così tanto amata da Denisov. Natascia si preparava a cantare. Denisov la guardava entusiasta.
Nicola andava avanti e indietro nella sala.
“E cosa la spinge a cantare? Cosa vuole cantare? Qui non c’è nulla di allegro” pensò Nicola.
Sonia suonò i primi accordi del preludio.
“Dio mio, sono una persona disonorata, finita. Mi rimane solo una pallottola in testa, altro che cantare” pensava “andar via, ma dove? È tutto uguale! Lasciali cantare!”
Accigliato, entrò dando un’occhiata a Denisov e alla ragazza, evitando d’incontrare i loro sguardi.
“Nicola, cos’hai?” chiese con lo sguardo Sonia. Sonia aveva subito intuito che qualcosa doveva essergli accaduto. Anche Natascia, con la sua sensibilità, aveva prontamente percepito l’umore del fratello, ma in quel momento era talmente felice, talmente lontana dalle afflizioni, le tristezze, i conflitti, che (come accade spesso ai giovani) di proposito scacciò dalla mente l’idea che potesse essere nei guai.
“No, sono troppo contenta per lasciarmi rattristare dai guai degli altri” era il suo sentimento, poi diceva a se stessa: “No, forse mi sbaglio a pretendere che sia così felice come me.”
“Allora, Sonia” Natascia andò in mezzo alla sala dove, secondo lei, la sonorità era migliore. Alzato leggermente il capo, atteggiando le braccia come molli alucce come fanno le ballerine, Natascia, energicamente camminando sulle punte e sui tacchi occupò il centro della sala.
“Eccomi” diceva il suo sguardo come se volesse rispondere allo sguardo entusiasta di Denisov che la seguiva.
“E quanto è allegra, lei non si annoia e non si vergogna”
Alla prima nota Natascia s’impettì, prese fiato, lo sguardo diventò serio. In quel momento non pensava a nulla ed a nessuno e dalle sue labbra atteggiate a un sorriso, sgorgavano suoni, quei suoni che possono risuonare in certi momenti e con certi intervalli, mille volte sentiti con freddezza e altre prime mille volte con profonda emozione.
Per la prima volta Natascia in quella famiglia cantava seriamente, incoraggiata particolarmente dall’entusiasmo di Denisov. Non stava cantando con quel suo fervore, comico e fanciullesco di prima; ma non bene come avrebbero preteso i conoscitori che la stavano ascoltando. “Bella voce, ma bisogna educarla” dicevano. Ma lo dicevano abitualmente già da tempo, quando la sua voce taceva. Ma adesso, al risuonare di quella voce naturale, non sempre padrona del fiato, ma ricca di sentimento, perfino i soliti esperti tacquero cercando solo di gustarla, senza pensare alla sua educazione. Nella sua voce c’erano l’innocenza, la purezza, l’inconsapevolezza della forza della suggestione, la tenerezza naturale, l’assenza d’artifici artistici; nulla sembrava dovesse o potesse modificare o alterarla.
“Cosa significa?” rifletteva Nicola, udendo quella voce e sgranando gli occhi; “Cosa le sta succedendo? Come mai canta in quel modo?” E improvvisamente tutto il suo mondo si concretizzô nella successione di quelle note, di quelle frasi, tutto quel mondo si divise in tre temi: Oh, mio crudele affetto…una, due, tre volte…una due, tre volte…O mio crudele affetto…una, due, tre volte. Eh, la vita è la nostra farsa!” venne in mente a Nicola. “Tutto questo, la sfortuna, i soldi, Doloxov, la cattiveria, l’onore, è una sciocchezza…ecco cos`è…il presente…Allora, Natascia, colombella, allora mammina!…Come lo rende quel Sì….Lo sente? Mio Dio! E senz’accorgersi di cantare, per rinforzare quel Sì, accompagnò la terza lunga nota della seconda strofa. “Dio mio! Com’è bello! Possibile che lo senta? Che fortuna!”
O, com’era vibrata quella terza nota e aumentato il turbamento dell’animo di Rostov! Così tanto nel mondo non dipendeva da lui e così tanto gli era superiore. Cosa contavano qui la perdita, Doloxov e la parola d’onore! Tutte sciocchezze! Bisognava uccidere, rubare ed avere fortuna…

XVI

Da tempo Nicola non aveva ascoltato musica con così tanto piacere, come quel giorno. Ma non appena Natascia ebbe terminato la sua barcarola, la realtà tornò a impossessarsi del suo animo. Senza dire nulla uscì e scese nella sua camera. Verso le quattro il vecchio conte, d’ottimo umore, tornò a casa dal club. Nicola, vedendolo tornare, gli andò incontro.
“Allora, vi siete divertiti? “ disse Ilia Andreic, allietato dalla vista del figliolo, di cui era fiero. Nicola avrebbe voluto rispondere “sì” ma non ne fu capace, per poco non scoppiò a piangere. Il conte stava caricando la pipa e non s’era accorto della stato d’animo del figlio.
“Aihmè, è inevitabile!” pensò Nicola per la prima e l’ultima volta. Poi, di colpo, con quello stesso sciatto tono, che a lui stesso spiaceva, con il quale chiedeva la carrozza per andare in città, disse al padre:
“Papà, debbo dirvi una cosa. ( ) Mi occorre denaro.”
“Come mai” disse il conte immediatamente rabbuiandosi “ti avevo detto che bisoganava risparmiare. Tanto?”
“Molto” arrossendo, con lo sciocco e mesto sorriso di chi non riesce a scusarsi, rispose Nicola “ho perso molto, troppo, quarantamila.”
“Cosa? Con chi?…stai scherzando” gridò il conte, diventato paonazzo e senza fiato, come succede alle persone anziane quando si emozionano.
“Ho promesso di pagare domani”
“Diavolo” sospirò il vecchio conte, allargando le braccia e lasciandosi cadere senza forze sul divano.
“Cosa fare? Com’è potuto succedermi” disse Nicola con tono disinvolto, animoso, mentre si sentiva un vile mascalzone che non sarebbe mai stato capace di redimersi. Avrebbe voluto baciare la mano del babbo, chiedergli perdono in ginocchio, invece di lasciar intendere con noncuranza, quasi con grossolanità, che quella cosa sarebbe potuta succedere a tutti.
Il conte Ilia Andreic socchiuse gli occhi, ascoltando quelle parole del figlio, poi, rapidamente si riprese.
“Sì, sì, difficile, temo, difficile trovarli…a chi non succede! Sì, a chi non succede?” il conte rivolse un tenero sguardo al figlio e si mosse per uscire dalla stanza…Nicola si aspettava rimproveri, non certo quel comportamento.
“Babbo, papà mio!” gridò seguendolo, singhiozzante, “perdonatemi” e afferrata la mano del padre vi posò le labbra e pianse.

Contemporaneamente al difficile colloquio del figlio con il padre, fra madre e figlia si stava svolgendo una non meno importante discussione. Natascia, emozionatissima, era andata dalla madre.
“Mamma, mamma…mi ha proposto….”
“Che cosa ti ha proposto?”
“Mi ha proposto, mi ha fatto la proposta di matrimonio. Mamma, mamma.” Gridò Natascia.
La contessa non credeva alle sue orecchie. Denisov voleva sposare quella ragazzina che giocava ancora con le bambole e aveva piuttosto bisogno di lezioni.
“Natascia, smettila, che sSemenza!” esclamò, pensando piuttosto che fosse uno scherzo.
“Non è una sSemenza! Vi parlo sul serio” si stizzì Natascia. Sono venuto a chiedervi cosa fare e voi parlate di sSemenza…”
La contessa alzò le spalle.
“Se fosse vero che messieu Denisov ti ha proposto di sposarlo, benché non sia educazione, diglielo che è un’idiota. Ecco tutto.”
“No, non è un idiota” obiettò con aria offesa, seriamente, Natascia.
“E allora, cosa vuoi? Siete innamorati, adesso, ma da essere innamorata e prendere marito c’è spazio! si stizzì la contessa “per Dio!”
“No, mamma, io non sono innamorata di lui, non posso essere innamorata di lui.”
“Bene, e allora vai a dirglielo”
“Mamma, siete arrabbiata? Non dovete arrabbiarvi, mammina. Allora sono colpevole di cosa?”
“Di cosa, tesoro mio? Vuoi che vada a dirglielo io?” propose la contessa, sorridendo.
“No, ci vado io stessa, come suggerite. Con voi tutto è facile” aggiunse ricambiando il sorriso. Se aveste visto in che modo mi ha parlato. Dopotutto lo so, che non avrebbe voluto dirlo; non ha potuto farne a meno.”
“Tuttavia bisogna rifiutare.”
“No, non si deve. Mi è così caro! È così gentile.”
“E allora accetta la proposta, è il momento di pigliar marito” stizzita disse beffardamente la madre.
“Ma no, mamma, è che mi fa compassione. Non so come dirlo.”

“Poiché non glielo sai dire, glielo dirò io stessa.
indignata dal comportamento di un adulto con la sua piccola Natascia.
“No, ci vado io e voi state ad ascoltare alla porta” Natascia attraversò il vestibolo e andò nella sala dove presso il pianoforte stava seduto, con la testa fra le mani, Denisov. Costui si riscosse sentendo avvicinarsi i leggeri passi della ragazza.
“Natalia” Denisov le andò incontro a rapidi passi “decidete il mio destino. È nelle vostre mani!”
“Vassili Dimitri, mi dispiace tanto!…siete così simpatico…ma io non devo…questo…anche se vi amerò sempre.”
Denisov s’inchinò e mormorò parole che Natascia non capì. Sfiorò con un bacio la testa folta di riccioli neri dello spasimante. Si sentì in quel momento il fruscio del vestito della contessa.
“Bassili Dimitric, vi ringrazio dell’ onore” disse la contessa con imbarazzo, che a Denisov sembrò severità,
“ma mia figlia è così giovane che penso avreste dovuto rivolgervi prima di tutto a me. Non mi avreste messo nella condizione di dover inevitabilmente rifiutare.”
“Contessa” cominciò Denisov abbassando gli occhi e con aria pentita, avrebbe voluto dire qualcosa ma s’interruppe.
Natascia s’impietosì e cominciò a singhiozzare.
“Contessa, mi sento colpevole verso di voi” proseguì Denisov con voce rotta “ma sappiate che io adoro vostra figlia e venero tutta la vostra famiglia a cui darei due vite.” Alzando lo sguardo si accorse della severità dello sguardo della contessa…“allora, addio, contessa” le baciò la mano e, senza guardare Natascia, a rapidi passi uscì dalla stanza.

Il giorno dopo Rostov accompagnò Denisov, che non voleva stare a Mosca nemmeno un giorno di più. Denisov salutò dagli zingari tutti i suoi amici di Mosca; dormì nelle slitte e tornò in senno dopo aver passato tre stazioni di sosta.
Dopo la partenza di Denisov, Rostov, in attesa del denaro che sul momento non era in grado di dargli il vecchio conte, passò due settimane a Mosca. Non uscì mai di casa e passò il tempo prevalentemente nelle camere delle signorine.
Sonia era con lui ancora più affabile e tenera di prima. Sembrava volergli dimostrare che considerava la sua perdita al gioco un atto d’eroismo, per cui lo amava ancora di più di prima; ma Nicola adesso si sentiva indegno di lei.
Riempì gli album delle ragazze di versi e annotazioni. Senza congedarsi dai suoi conoscenti, inviati, infine, tutti i quarantamila rubli e ricevuta la quietanza di Doloxov, partì alla fine di novembre per raggiungere il reggimento, che era già in Polonia.

PARTE SECONDA

I

Dopo il chiarimento con la moglie, Pierre si mise in viaggio per San Pietroburgo. Alla sosta di Torscke non c’erano cavalli o non ebbe voglia di farli cercare dallo stalliere. Si buttò vestito su un divano di cuoio accanto a un tavolo rotondo, sul quale stese le sue grandi gambe strette negli stivaloni. Rifletteva.
“Desiderate che vengano portate dentro le valigie? Che prepariamo il letto? Desiderate un tè?” domandò il cameriere. Pierre non rispose perché non stava né ascoltando, nè vedendo. Rifletteva, piuttosto, sui fatti accaduti e in particolare riconosceva l’importanza di non aver prestato sufficiente attenzione a quanto succedesse attorno a lui. Non solo gli era indifferente arrivare prima o poi a San Pietroburgo, o fermarsi a riposare in quel posto; era da tempo ossessionato da quei pensieri che adesso occupavano la sua mente. Poteva darsi che stesse trascorrendo qualche ora in quella stazione, o magari tutta la vita. Il custode, la moglie del custode, la nonna e il cameriere della stazione gli offrirono i loro servizi. Pierre, senza cambiare posizione delle sue stanche gambe, li sbirciava attraverso gli occhiali, non aveva idea di cosa gli occorresse, non si curava di distinguerli, non rispondeva alle loro domande. Era occupato da tutte quelle domande sorte quel giorno tornando dal bosco di Sokolnikov dopo il duello e in quella prima penosa notte insonne; solo che adesso, viaggiatore solitario, s’erano impadronite con forza di lui. Fatti su cui non aveva mai riflettuto, lo assalivano uno alla volta con quelle domande per cui non aveva spiegazioni e non aveva mai cessato di porsi. Sembrava che nella sua mente si stesse avvitando il grande intreccio che si era radicato nel suo essere. Un roveto che non veniva da lontano, che non riusciva a svolgere, che anzi continuava a pungere e ad intricarsi. Venne il custode a chiedere umilmente a sua eccellenza di pazientare ancora un paio d’orette, dopo di che, per sua eccellenza, ci sarebbe stato il corriere. Il custode evidentemente mentiva e voleva solo ricavare più denaro dal viaggiatore.
“È male o bene” si domandò Pierre “per me va bene, per un altro viaggiatore andrebbe male, inevitabile per lui stesso, perché non è nessuno: ha parlato perché lo ha costretto quell’ufficiale. L’ufficiale ve l’ha ha costretto perché doveva andare più in fretta. Ho sparato a Doloxov perché mi sono sentito offeso. Luigi XVI fu giustiziato perché lo giudicarono un delinquente, ed entro l’anno ammazzarono chi lo aveva giustiziato. È male? È bene? Perché amare, perché odiare? Per cosa vivere e cosa faccio io? Cos’è la vita, cos’è la morte? Quale forza le regge? Queste erano le domande che si poneva. E non c’erano risposte per nessuna di quelle domande, eccetto per una, che non era né logica, né del tutto coerente. Quella risposta era: “Muori, tutto finisce. Muori e conosci tutto o smetti di porti domande” Ma morire faceva paura. La commerciante di Torschkovsk offriva, con la sua stridula voce, la sua merce, in particolare scarpe di pelle di montone. “Io ho centinaia di rubli, che non so come usare, lei, con quella logora pelliccia, mi sta davanti e guarda timidamente” pensava Pierre “e per cosa le servono denari? Le danno quei denari più felicità, tranquillità d’animo? Forse qualcosa al mondo può proteggere me e lei dal male e dalla morte? La morte che pone fine a tutto e può venire adesso o domani, tutto accade in un attimo e sparisce nell’eternità”. Ed eccolo di nuovo avvitarsi in un groviglio di pensieri.
Un suo servitore gli portò un capitolo centrale del libro del romanzo epistolare di Madame Suza. Cominciò a leggere della dolorosa, meritoria lotta di una certa Amélie de Mansfeld. “E perché lottò contro il suo seduttore” pensò Pierre “mentre lo amava?” Dio non poté infonderle desiderio contrario alla sua volontà. La mia ex-moglie non lottò e forse aveva ragione. “Io la soluzione non la troverò mai. Possiamo sapere solamente che non sappiamo nulla. Questo è l’apice della saggezza umana.”
Tutto in lui stesso e attorno a sé gli si presentava timoroso, insensato e disgustoso. Ma in quello stesso disgusto per tutto quanto lo circondasse, Pierre l’eccitante divertimento della sua età.
“Mi permetto di chiedere a vostra eccellenza di fare un pochino di posto” disse il custode entrato nella stanza accompagnando un’altro viaggiatore in sosta per mancanza di cavallo. Il nuovo arrivato era un tarchiato, corpulento, giallognolo, grinzoso anziano; sotto folte cespugliose, grigie sopracciglia, luccicavano occhi d’un incerto colore grigiastro. Pierre levò le gambe dal tavolo, scavalcò il letto preparato per lui, dando di tanto in tanto un’occhiata al nuovo arrivato, che, accigliato e stanco, a fatica si stava svestendo aiutato da un servitore. Si tolse gemendo gli stivali felpati di montone dalle secche, scheletriche gambe, sedendo provvisoriamente sul divano e appoggiando alle sponde il suo testone senza collo. Non perdeva di vista Besuxov. Pierre fu colpito dallo sguardo serio, intelligente e penetrante del vecchio. Pierre avrebbe voluto discorrere con il nuovo arrivato, ma, mentre si accingeva a interrogarlo sullo stato delle strade, costui chiuse gli occhi, snodò le vecchie rugose mani, mostrando su un dito un grosso anello d’acciaio raffigurante una testa adamitica, indi rimase seduto immobile. Sembrò a Pierre che volesse riposare o che meditasse. Anche il servitore del nuovo arrivato era un grinzoso vecchietto giallo, senza baffi e la barba si vedeva che non era mai stata rasa e non era mai cresciuta. Lo svelto vecchietto servitore corse in cantina, preparò il tavolino per il tè e portò il samovar. Quando tutto fu pronto il nuovo arrivato aprì gli occhi, si spostò su una sedia, si versò un bicchiere di tè, ne riempì un altro e lo porse al vecchietto glabro. Pierre cominciava a inquietarsi ed a sentire il bisogno di comunicare con il nuovo venuto. Il servitore portò indietro il suo bicchiere vuoto, scolato, con un quadretto di zucchero domandò se occorresse.
“Niente. Porta il libro”. Il servitore portò un libro che a Pierre sembrò di dottrina religiosa e il nuovo arrivato s’immerse nella lettura. Appena Pierre gli ebbe rivolto uno sguardo, chiuse il libro, lo ripose e, appoggiato alla sponda del divano riprese il suo atteggiamento. Mentre Pierre lo guardava non osando interpellarlo, il vecchio aprì gli occhi e rivolse direttamente a Pierre il suo sguardo intenso e severo. Pierre ne fu imbarazzato ma anche soggiogato.

II

“Penso di avere il piacere di parlare con il conte Besuxov, se non sbaglio”
disse il nuovo venuto, a voce alta, con lentezza. Pierre, tacendo, rivolse, attraverso gli occhiali, uno sguardo interrogativo all’interlocutore.
“Ho sentito parlare di lei” continuò “e posso comprendere, signor mio, che si senta sfortunato” appoggiò la voce su quest’ultima parola, come se avesse voluto dire “Sì, sfortunato, benché voi non lo definiate in questo modo, ciò che vi è capitato a Mosca non è altro che sfortuna. Mi dispiace molto, caro signore”.
Pierre arrossì e levando le gambe dal letto si chinò con un’esitante, timido sorriso verso il vecchio.
“Non è per piacere che le ricordo quelle cose, caro signore, ma per un motivo molto più importante”. Qui tacque e si spostò sul divano, invitando con quel gesto Pierre a sedersi accanto a lui. A Pierre l’idea di conversare con quel vecchio non piaceva più gran che, tuttavia malvolentieri accondiscese e andò a sederglisi accanto.
“Voi siete sfortunato, caro signor mio” proseguì “voi siete giovane, io vecchio. Io potrei aiutarvi, secondo le mie forze.”
“Ah, sì” sorrise con naturalezza Pierre “le sono molto grato…voi dove siete diretto?” Benché l’espressione del nuovo venuto non fosse cordiale, ma piuttosto fredda e severa, le sue parole e il suo viso esercitavano su Pierre un’irresistibile attrattiva.
“Comunque, se per motivo qualunque non v’interessasse discorrere con me, ditemelo, mio caro signore” proseguì il vecchio, questa volta con un paterno, tenero sorriso.
“No, assolutamente, non ho nulla in contrario, sono molto contento di fare la vostra conoscenza” rispose Pierre e, guardando più da vicino le mani della sua nuova conoscenza si accorse dell’anello. La testa d’uomo era il contrassegno dei massoni.
“Scusate la mia domanda, siete massone?”
“Sì, appartengo alla fraternità dei liberi muratori” rispose il nuovo arrivato, guardando Pierre sempre più intensamente negli occhi, “e da parte mia e da parte di essi vi porgo una fraterna mano”.
“Temo” disse Pierre, sorridendo, indeciso se aver fiducia nei suggestivi principi dei massoni o considerarli ridicoli, “temo di essere molto distante dal capire cosa significhi, temo che il mio modo di pensare sia così opposto al vostro mondo da impedirci la reciproca comprensione.”
“Il vostro modo di pensare mi è conosciuto” rispose il massone. “e il modo di pensare, di cui parlate e che a voi sembra provenga da fatica riflessiva, è il modo di pensare di molte persone ed è il frutto dell’orgoglio, della superficialità e dell’ignoranza. Vogliate scusarmi, mio caro signore, di essere stato superficiale con voi, non vi conoscevo. La vostra opinione è uno sbaglio veniale.”
“Posso supporre che vediate l’errore esattamente come lo descrivete” mormorò Pierre con un debole sorriso.
“Non oserei mai dire che conosco la verità” riprese la parola il massone, che impressionava Pierre sempre di più con il suo discorso chiaro e deciso.
“Nessuno può da solo raggiungere la verità. Solo mattone su mattone, con la partecipazione di tutti i milioni di generazioni, dalla venuta al mondo di Adamo fino ai nostri tempi, sarà compiuto il tempio degno di ospitare la grandezza di Dio” tacque il massone e chiuse gli occhi.
“Dovrei dirle che non credo, non…credo in Dio” disse Pierre, sforzandosi di dire la verità, benché se ne rammaricasse.
Il massone gurdò attentamente Pierre, sorridendo come sorride il milionario facendo capire al povero che cinque rubli per lui sono niente e per il povero invece una fortuna.
“Sì, poiché non lo conoscete, non potete credergli. Voi non lo conoscete e quindi siete infelice.”
“Vero, sono infelice” ammise Pierre “ma che debbo fare?”
“Voi non lo conoscete e per questo siete molto infelice. Voi non lo conoscete, ma lui è qui, e in me, e nelle mie parole, è in te e perfino in quelle sacrileghe parole cha hai pronunciato adesso,” affermò il massone con severità, sia pur con qualche tremolio nella voce.
Tacque, riprese fiato, evidentemente cercando di calmarsi.
“E se non ci fosse” mormorò “fra di noi non ne parleremmo, caro signore. Di chi, di che cosa parleremmo? Di chi negheresti l’esistenza?” ora aveva assunto un tono di voce solenne, severo, autoritario. “Chi lo ha inventato, se non lui ? In che modo si presenterebbe alla tua immaginazione, se avesse un’essenza incomprensibile? Perché tu e tutto il mondo avreste supposto l’esistenza di tale inconcepibile sostanza, essere onnipotente, eterno in tutte le sue proprietà?”
Detto questo lungamente tacque. Pierre non poté, né volle interrompere quel silenzio.
“Egli c’è, ma è difficile capirlo” riprese a parlare il massone, omettendo di guardare Pierre. Guardava le sue vecchie mani, tremanti dall’agitazione, che non riusciva a tranquillizzare e continuavano a sgualcire le pagine del libro.
“Se fosse una persona, della cui esistenza tu dubitassi, te lo avrei presentato, preso per mano e mostrato. Come posso io, miserabile mortale, dimostrare l’ onnipotenza, l’eternità, tutta la sua bellezza a chi sia cieco o non apra gli occhi per non vedere, non lo capisce, non vede e non si rende conto della sua miseria e del suo errore?” qui il massone fece una pausa, poi:
“Tu chi sei? Cosa sei? T’illudi di essere saggio, perché sei capace di pronunciare quelle sacrileghe parole” continuò con voce profonda e sprezzante “tu sei più stupido e povero di spirito del bambino che, manipolando i meccanismi di complicati orologi, osa dire, poiché non ne capisce il funzionamento, che non si fida dell’artigiano che li ha fatti. Conoscerlo è difficile. Noi nei secoli, dalla creazione di Adamo ai nostri giorni, lavoriamo per conoscerlo e siamo incommensurabilmente distanti dai nostri obiettivi; nell’ignoranza si palesa solamente la nostra debolezza e la sua grandezza…”
Pierre, col cuore in gola, gli occhi spalancati, ascoltava il massone; non lo interruppe, non gli pose domande e con tutta l’anima credeva a ciò che gli stava dicendo quello sconosciuto. Credeva agl’intelligenti argomenti del discorso del massone, o come fanno i bambini, all’intonazione, alla convinzione e cordialità con cui li esponeva con voce tremante, rotta di tanto in tanto, , oppure agli occhi pungenti del vecchio, nei quali la convinzione si era nel tempo materializzata? O a quella tranquilla fermezza e alla consapevolezza della propria vocazione che brillavano nella personalità del massone e contrastavano violentemente con la propria debolezza e la propria disperazione? Con tutta l’anima desiderava credere e credette; si sentì in pace, rinvigorito e gli parve di aver recuperato la voglia di vivere.
“Non lo si capisce con la mente, si capisce con la vita” affermò il massone.
“Io non capisco” disse Pierre, sentendo con apprensione risorgere dubbi. Temeva la scarsa chiarezza e debolezza degli argomenti del suo interlocutore; aveva paura di non credergli.
“Io non capisco come l’intelletto umano non possa acquisire quella conoscenza di cui parlate”

Il massone paternamente sorrise.
“La suprema sagezza e la verità sono come l’acqua pulita, che noi possiamo bere. Posso io versare acqua pulita in un recipiente sporco e dare un giudizio sulla qualità di quest’acqua? Solo dopo essermi purificato potrò abbeverarmi con l’acqua pulita”
“Sì, sì, è proprio così” esclamò con entusiasmo Pierre.
“La suprema saggezza non consiste in un ragionamento, né nelle scienze della fisica,della storia, della chimica, che compongono il sapere intellettuale. La saggezza suprema è una sola. La saggezza suprema ha una sola scienza, la sua scienza, che comprende tutto l’universo e il posto che vi occupa l’uomo. Per accogliere questa scienza è necessario purificarsi e rinnovare la propria personalità, per questa ragione, prima di sapere bisogna credere e perfezionarsi. E per raggiungere questi obiettivi occorre che la luce divina illumini la coscienza.”
“Sì, sì” approvò Pierre.
“Esaminata spiritualmente la tua personalità sei soddisfatto di te stesso. Cosa ottieni basandoti solo sulla mente? Che cosa? Voi giovani, voi ricchi, voi intelligenti, voi istruiti, caro signore. Cosa fate con tutti quei beni che vi sono dati. Siete soddisfatti della vostra vita?”
“No, io odio la mia vita” esclamò Pierre con una smorfiaю
“La odi, perciò cambiala, purificati e grazie alla purificazione otterrai la saggezza. Esaminate la vostra esistenza, mio caro. Come la trascorrete? Nella sregolatezza, tutto a carico della società, alla quale non restituite nulla. Avete ricevuto la ricchezza. Come la impiegate? Fate qualcosa per il vostro prossimo? Avete pensato alle decine di migliaia di vostri schiavi, aiutandoli materialmente e spiritualmente? No. Li avete sfruttati pesantemente, per poter condurre la vostra vita dissoluta. Ecco cos’avete fatto. Avete scelto un’attività che vi avrebbe permesso di essere utili al vostro prossimo? No. Avete trascorso la vita nell’ozio. Perché vi siete ammogliato, caro signore, assumendo la responsabilità di guidare una giovane persona e che cosa avete fatto? Non l’avete aiutata, caro signore, a trovare la via della verità, ma l’avete cacciata nell’abisso del male e dell’infelicità. Una persona vi ha offeso e voi l’avete colpito e dite di non conoscere Dio e che disprezzate la vostra vita. Qui non c’è proprio nulla di sensato, mio caro signore.”
Dopo queste parole il massone, come se si fosse stancato con il lungo discorso, si appoggiò di nuovo alla sponda del divano e chiuse gli occhi.
Pierre contemplò quel viso severo, immobile, senile, esangue; avrebbe voluto dire: “Sì, vita ributtante, oziosa, dissoluta” ma non osò rompere il silenzio.
Il massone tossì, si schiarì la voce e chiamò il servo.
“Ci sono cavalli” domandò, senza guardare Pierre.
“Li hanno condotti adesso” rispose il servo “non volete riposarvi?”
“No, falli attaccare”
“Forse se ne va lasciandomi solo, senza finire il discorso e senza darmi aiuto? Pensò Pierre, alzandosi e di tanto in tanto guardando il massone che si accingeva ad uscire dalla stanza, “Sì, non ci ho pensato, ho condotto una vita disordinata, spregevole, ma non l’ho né amata né voluta, quell’uomo conosce la verità e se volesse me la rivelerebbe”. Pierre avrebbe voluto dirlo al massone, ma non osava. Il nuovo venuto radunò, con le sue vecchie mani, i suoi oggetti e indossò il suo giaccone. Questi gesti compiuti, si rivolse a Pierre e gli disse, con voce piana, professorale:
“E voi adesso dove volete andare, mio caro signore?”
“Io?…Io a San Pietroburgo” rispose Pierre con voce infantile, esitante. “Vi sono grato. Sono d’accordo su tutto con voi. Non dovete pensare ch’io sia così sciocco. Io con tutta l’anima avrei voluto essere un’altra persona; ma non sono mai stato aiutato…Del resto, io stesso in passato me ne sono pentito. Aiutatemi, istruitemi e forse io sarò…” Pierre, commosso, non poté continuare.
Il massone tacque a lungo, visibilmente rifletteva.
“L’aiuto può essere dato solo da Dio” disse “ma nei limiti dell’aiuto che è in suo potere di dare, ve lo darà, caro signore. Andate a San Pietroburgo, consegnate questo al conte Villarck (dal portafoglio tolse un foglio grande quattro volte una pagina e vi scrisse alcune parole) Mi permetto di darvi un consiglio. Giunto nella capitale, cercate nei primi tempi la solitudine, meditate sulla vostra vita attuale ed evitate i luoghi frequentati nella precedente. Vi auguro buon viaggio, mio signore” aggiunse osservando il servo che usciva dalla stanza “e buona fortuna.”
Il nuovo venuto era Osip Alexeevic Basleev, constatò Pierre nel libro degli ospiti. Basleev era uno dei più conosciuti massoni e martinisti missionari del tempo. Dopo la sua partenza, Pierre, che non voleva mettersi a letto e non aveva chiesto cavalli, sostò a lungo nella sala d’aspetto a meditare sul suo disordinato passato e ad immaginare, entusiasmandosi, il suo felice, impeccabile virtuoso e, riteneva facile, futuro. Gli sembrava di essere stato disordinato solo perché era stato o sbadato o bonaccione. Nella sua coscienza non c’erano più tracce dei dubbi avuti in passato. Credeva fermamente nell’esistenza di persone fraternamente associate con lo scopo di sostenere amici sulla via del bene e che questa fosse l’essenza della massoneria.

III

Giunto a San Pietroburgo Pierre non informò nessun del suo arrivo, non uscì e trascorse molti giorni sulle pagine d’un libro di Tommaso Kempinski, che gli era stato portato da uno sconosciuto. Leggendo quel libro provò soprattutto una cosa: il piacere, mai sperimentato, di credere alla possibilità di raggiungere la perfezione ed alla possibilità di fraterno aiuto fra gli uomini, come gli era stato spiegato da Osip Aleksevic. Una settimana dopo il suo arrivo, il giovane conte polacco Villarski, che Pierre superficialmente aveva conosciuto nella società sanpietroburghese, venne in visita nel suo appartamento. Il giovane nobiluomo aveva lo stesso contegno formale e altero del padrino di Doloxov; chiuse la porta dietro di sé, si accertò che nessun’altra persona fosse presente nell’appartamento e si rivolse a Pierre.
“Sono venuto da voi con una proposta e un incarico” cominciò a parlare, stando in piedi. “Una persona, molto importante nella nostra fraternità, ha chiesto che vi siate accolto senza indugio e mi ha incaricato di fungere da vostro tutore. Considero mio sacro dovere adempiere alla sua volontà. Desiderate voi aderire, con la mia tutela, alla fraternità dei liberi muratori?”
Pierre fu sorpreso dal tono freddo e serio del visitatore, che fino a quel momento era stato per lui un simpatico giovane frequentatore di balli in compagnia di belle signore.
“Sì, lo desidero”
Villarski chinò il capo.
“C’è una domanda, conte, che non rivolgo al futuro massone, ma al galantuomo, alla quale vi prego di rispondere sinceramente: credete in Dio, ritrattando le vostre passate opinioni?”
“Sì…sì, io credo in Dio” rispose Pierre dopo qualche istante di riflessione.765 “In questo caso…” cominciò Villarski, ma Pierre lo interruppe:
“Sì, io credo in Dio” disse un’altra volta.
“In questo caso possiamo andare, la mia carrozza è a vostra disposizione.”
Villarski tacque durante tutto il percorso. Alla domanda di Pierre su cosa avrebbe dovuto fare e come rispondere, Villarski rispose solo che la fraternità, più degnamente di lui, lo avrebbe ascoltato e che il conte non aveva altro da fare che dire la verità. Varcato il portone di un grande edificio, dove la loggia aveva la sede, salirono una buia scala ed entrarono in un piccolo vestibolo. Lì si tolsero, наsenza aiuto di servitù, le pellicce. Poi entrarono in un’altra stanza. Alla porta si affacciò una persona che portava uno strano paramento. Villarski gli andò incontro e gli disse sottovoce qualcosa in francese, poi aprì un armadio non molto grande. Pierre notò che conteneva diversi paramenti mai visti prima. Villarski prelevò un fazzoletto, bendò gli occhi di Pierre e lo annodò strettamente dietro il capo. Poi gli prese la mano, gliela baciò, gli fece abbassare il capo e lo condusse in un altro posto. Pierre soffriva per il nodo alla testa e si vergognava. A passi incerti la sua imponente sagoma, le mani ciondolanti, seguiva il tutore fra smorfie e sforzati sorrisi. Villarski si fermò dopo averlo guidato per una decina di passi.
“Non vi accadrà nulla, dovete solo sopportare tutto con coraggio se volete fermamente aderire alla nostra loggia. (Pierre assentì col capo) Quando sentirete bussare alla porta liberate la vista” aggiunse Villarki. “Abbiate coraggio, vi auguro successo.” E abbandonata la mano di Pierre, Villarski uscì.
Rimasto solo, Pierre non smise di sorridere in quel modo. Un paio di volte si strinse nelle spalle, portò le mani agli occhi, come se volesse togliere il fazzoletto, le abbassò di nuovo. Cinque minuti passati con gli occhi bendati gli sembrarono un’eternità. Gli si erano gonfiate le mani, le gambe gli tremavano, gli pareva di essere molto stanco. Sensazioni bizzarre lo pervadevano. Era strano quel che gli stava accadendo, tanto più perché non provava alcun timore. Scoprire cosa gli stesse accadendo, lo incuriosiva; ma ancora di più lo faceva felice il pensiero che fra qualche minuto, infine, sarebbe stato accolto in quel luogo di rinnovata e benefica vita, cui aspirava dal momento del suo incontro con Osip Alekeevic. Alla porta fu bussato con forza. Pierre si tolse la benda e si guardò attorno. La stanza era completamente buia: una sola lampada illuminava un tavolo nero, sul quale Pierre, avvicinatosi, vide un libro aperto. Era un Vangelo; accanto, nella bianca luce della lampada, c’era un teschio. “In principio c’era la parola e la parola è quella di Dio” si leggeva sulla prima pagina del Vangelo. Pierre girò attorno al tavolo e scoprì una grossa cassa aperta. Era un feretro, conteneva uno scheletro. Non fu affatto meravigliato da quel che vedeva. Desideroso di iniziare una vita completamente nuova, completamente diversa dalla precedente, si aspettava qualcosa d’inconsueto, ancora più straordinario di quanto stesse vedendo. Il teschio, il feretro, il Vangelo, gli sembravano banali. Temendo di smontarsi, si guardò attorno. “Dio, morte, amore, fraternità” si ripeté, collegando con quelle parole la sua ancora confusa ma lieta aspettativa. La porta si aprì, entrò qualcuno.
Nella scarsa luce, alla quale, di nuovo, Pierre aveva già cercato di adattare la vista, entrò una persona di bassa statura. Sostò brevemente nell’oscurità, poi s’avvicinò a sorvegliati passi al tavolo nero e vi posò la minuta mano inguantata. Indossava un bianco grembiule di pelle che gli copriva il petto e scendeva parzialmente sulle gambe;
al collo pendeva una collana che reggeva un grosso monile bianco, con l’effetto di allungare il viso verso il basso.
“Perché siete venuto qui?” sussurrò il nuovo venuto volgendosi verso Pierre. “Per quale ragione voi, che non credete nella vera luce, che non vedete la luce, siete venuto qui, cosa volete da noi? Saggezza, virtù, illuminazione?”
Mentre stava entrando lo sconosciuto, Pierre si sentiva timoroso e contrito come quando da bambino affrontava la confessione; era ora confrontato con condizioni di vita completamente diverse ed era quattr’occhi con un esponente della confraternita. Pierre, col cuore colmo d’emozione si volse verso il massone che aveva l’incarico di preparare i candidati all’ammissione alla loggia. Pierre, avvicinatosi, riconobbe nel cerimoniere un conoscente, Smolianinob, ma pensò fosse inopportuno tener conto di questo particolare: la persona entrata era nella circostanza solo un benevole fratello istruttore.
Pierre non fu a lungo in grado di articolare parole, per cui l’ufficiante dovette ripetere la domanda.
“Sì, io…io…vorrei cambiare vita” mormorò a fatica Pierre.
“Bene” disse Smolianinob e continuò subito “avete un’idea degli strumenti che il nostro sacro ordine mette a vostra disposizione per ottenere il vostro scopo?” disse l’ufficiante tranquillo e spedito.
“Io…ho bisogno di essere guidato…aiutato nel cambiamento” balbettò con voce rotta Pierre, che aveva difficoltà a esprimersi a causa dell’emozione e non era abituato a parlare in russo di astrazioni.
“Che concetto avete della massoneria?”
“Io presumo che la massoneria sia una fraternità di persone che si considerano uguali ed hanno obiettivi virtuosi” disse Pierre, vergognandosi, man mano che parlava, della modestia delle sue parole in confronto con la solennità del momento. “Io suppongo…”
“Bene” disse frettolosamente lo scrutatore, evidentemente soddisfatto dalla risposta “cercavate lo strumento per raggiungere i vostri obiettivi nella religione?”
“No, la consideravo ingiusta e non la praticavo” mormorò così piano Pierre, che l’inquisitore dovette domandargli cos’avesse detto.
“Ero ateo” chiarì Pierre.
“Siete alla ricerca della verità per regolare la vostra vita, quindi voi cercate la saggezza e la virtù, vero?” sentenziò l’inquisitore dopo essere rimasto in silenzio per qualche secondo.
“Sì, Sì” confermò Pierre.
L’inquisitore si schiarì la voce, prelevò da un mucchietto alcuni guanti e cominciò a parlare.
“Adesso devo svelarvi il principale obiettivo del nostro ordine, e se questo obiettivo coincide con il vostro, tanto più vi conviene entrare nella nostra fraternità. Il primo sacro scopo e solido fondamento del nostro ordine, sul quale si basa e che nessuna forza umana può distruggere, è la custodia e la trasmissione ai posteri dell’antico sacro rito…che risale nei secoli fino al primo uomo, dal quale discendiamo, e da cui forse dipende il destino del genere umano. Ma questo sacramento ha tali caratteristiche, che nessuno lo può conoscere o utilizzare se non si sia lungamente e diligentemente purificato e non pretenda di possederlo in fretta avvicinandosi con superficialità.Per questo consideriamo primo obiettivo, preparare i nostri membri, per quanto possibile, a migliorare il loro cuore, purificarli e illuminarli su tanti strumenti, che ci sono stati rivelati e ci permettono d’indagare il carattere e accertare l’ idoneità all’appartenenza alla confraternita di un individuo.
Purificando e migliorando i nostri membri noi ci sforziamo, in terzo luogo, di migliorare anche il mondo intero, proponendo un modello di persona pia e virtuosa; lottiamo con tutte le nostre forze contro il male che spadroneggia nel mondo. Riflettete su tutto questo, fra poco tornerò da voi” L’inquisitore terminò qui il suo discorso e uscì.

“Opporsi al male che regna nel mondo” ripeté Pierre, immaginando la sua futura attività in quel campo. Si rappresentava quelle persone che aveva conosciuto due settimane prima e ripeteva mentalmente l’edificante, istruttivo discorso. Immaginava persone depravate e disgraziate, che lui avrebbe aiutato con parole e opere; vittime di oppressori che lui avrebbe salvato. Dei tre obiettivi menzionati dal celebrante, l’ultimo, il miglioramento del genere umano, era quello che Pierre sentiva particolarmente più affine. Nessun importante mistero, menzionato dal celebrante, benché fosse curioso di conoscerlo, era considerato sostanziale da Pierre; il secondo obiettivo, purificazione e miglioramento di se stesso, lo considerava secondario, perché dal primo istante sentiva la gioia d’essere già completamente redento e dedito solo al bene.
Durante una mezzora l’officiante illustrò le virtù, corrispondenti ai sette scalini del tempio di Salomone, che ogni massone deve coltivare in se stesso: quelle virtù erano: 1° Modestia, conservazione dei segreti dell’ordine 2° Obbedienza agli alti ranghi dell’ordine 3° Mansuetudine 4° Amore per l’umanità 5° Coraggio 6° Generosità 7° Accettazione della morte.
“in quanto al 7°, sforzatevi” aggiunse il celebrante “di convincervi, riflettendo spesso sulla morte, che essa non è un nemico, bensì un amico…che scioglie l’anima dalla tormentosa ricerca della virtù in questa disastrosa vita per condurla in un luogo di ricompensa e pace.”
“Sì, deve essere così” pensò Pierre quando, dette quelle parole, il celebrante fu uscito, lasciandolo solo a riflettere. “Deve essere così, ma sono ancora debole per amare la mia vita, il cui senso a tratti si sta aprendo davanti a me”. Ma delle restanti cinque virtù, corrispondenti alle dita della mano, Pierre sentiva sue la modestia, la generosità, la mansuetudine e l’amore per l’umanità; l’incondizionata obbedienza, che non aveva mai finora concepito, gli sembrava la più felice. (È adesso cosî felice di sbarazzarsi della sua indipendenza e sottoporsi alla volontà di chi sicuramente conosce la verità!) La settima virtù Pierre non fu in grado di capirla e la dimenticò. Per la terza volta il celebrante in fretta tornò per chiedere a Pierre se fosse fermamente deciso a sottoporsi a tutte le prove necessarie.
“Sono pronto a tutto” rispose Pierre.
“Bisogna che vi spieghi” disse l’officiante “che la dottrina del nostro ordine non consiste solo di parole, ma anche di strumenti pratici, che aiutano la ricerca della vera saggezza forse di più della sola teoria. Il solenne aspetto del nostro tempio, che vedete, già dovrebbe avere parlato al vostro cuore, se è sincero, più chiaramente delle parole; vi fa capire, nell’atto della vostra imminente ammissione, di più di tante spiegazioni. Il nostro ordine s’ispira ad antiche società che spiegavano la loro scienza con i geroglifici. Geroglifico” continuò l’officiante “è la denominazione di qualcosa d’immateriale, che possiede la qualità di rappresentare il reale.”
Pierre sapeva molto bene cosa fosse un geroglifico, ma non osò aprir bocca. Ascoltò засучin silenzio l’officiante, ritenendo che la prova sarebbe subito seguita.
“Se credete fermamente che io debba procedere alla vostra ammisione” disse l’officiante accostandosi a Pierre “In segno di generosità vi prego di darmi tutti i vostri oggetti preziosi”.
“Ma non ne ho alcuno con me” disse Pierre, ritenendo che fosse necessario dare tutto quanto possedesse.
“Ciò che portate su di voi: orologio, denaro, anelli…”
Pierre si tolse in fretta il portamonete e l’orologio, ma non riuscì a sfilarsi l’anello nuziale dal dito. Poi il massone continuò:
“In segno d’ubbidienza vi chiedo di spogliarvi” Pierre si tolse il frack, il panciotto e lo stivale sinistro, seguendo gli ordini dell’officiante. Il massone gli aprì la camicia sulla spalla sinistra e poi, chinandosi, gli sollevò il calzone sinistro sopra il ginocchio. Pierre voleva frettolosamente togliersi lo stivale destro e rimboccare i pantaloni, per liberare da quella difficile faccenda quella persona a lui sconosciuta, ma il massone gli disse che non era necessario e gli diede una scarpa per il piede sinistro. Con un sorriso infantilmente pudico, fra il dubbio e il compatimento per se stesso, che non riusciva a reprimere, Pierre, le gambe larghe e le mani a penzoloni, stava ritto davanti al fratello-massone, in attesa di nuovi ordini.
“E infine, in segno di sincerità, vi prego di rivelarmi quale sia la vostra più importante passione”
“Passioni, ne ho avute così tante!” rispose Pierre.
“La passione che più di tutte le altre ostacolava il vostro cammino verso la virtù”
Pierre taceva, riflettendo.
“Vino? Golosità? Oziosità? Pigrizia? Irascibilità? Cattiveria? Donne?” elencava i suoi difetti, valutandoli mentalmente senza poter decidere quale fosse preminente.
“Donne” disse a bassa, quasi impercettibile voce. Il massone non reagì a questa risposta e non disse nulla. Poi si avvicinò di nuovo a Pierre, prese il fazzoletto dal tavolo e gli bendò di nuovo gli occhi.
“Per l’ultima volta vi parlo: rivolgete tutta la vostra attenzione a voi stesso, dominate i vostri sensi e cercate la felicità non nelle vostre passioni ma nel vostro cuore…la fonte della felicità non esiste fuori da noi, ma dentro di noi…”
Pierre sentiva già con gioia e tenerezza scorrere nel suo animo quella fonte di felicità.

IV

Subito dopo subentrò all’officiante il tutore Villarski, che Pierre riconobbe dalla voce. A una nuova domanda sulla fermezza della sua vocazione Pierre rispose:
“Sì, sì, confermo” e, sorridente come un bambino, a petto seminudo, una scarpa sì e una no, a incerti passi camminò davanti al tutore Villarski che procedeva con la spada sguainata. Dalla stanza passarono attraverso un tortuoso corridoio e infine arrivarono davanti alla porta della loggia. Villarski bussò, gli fu risposto con colpi del martello massonico, la porta si aprì davanti a loro. Una voce di basso, sconosciuta, gli domandò chi fosse, dove andasse, quando fosse nato ecc. Poi lo fecero andare in un altro posto, senza togliergli la benda dagli occhi e durante il tragitto gli raccontarono metafore delle ifficoltà del suo viaggio, delle amicizie passate, della creazione del mondo, del coraggio con il quale si debbono affrontare le fatiche e i pericoli. Durante quel tragitto Pierre si accorse che lo chiamavano il vagabondo, o il sofferente, o il bisognoso e battevano ogni volta colpi diversi con il martello e le spade. Si accorse che la sua assegnazione ad una qualunque di quelle categorie produceva confusione e turbamento. Udì parlottare le persone che assistevano e qualcuno dire che avrebbe dovuto essere accompagnato a un certo tappeto. Dopo di che gli misero qualcosa nella mano destra, gli ordinarono di appoggiare alla parte sinistra del petto un compasso e di ripetere le parole, lette da un altro massone, del giuramento di fedeltà alle leggi dell’ordine. Poi furono spente le candele, venne acceso dell’alcol, che Pierre riconobbe dall’odore e fu detto che egli stava vedendo una piccola luce. Gli tolsero la benda e Pierre, come in sogno, vide nella debole luce della lampada a spirito alcune persone, con uno strano grembiule addosso, lo stesso dell’officiante. Costoro gli stavano di fronte con le spade dirette al suo petto. Fra di essi v’era una persona con la camicia macchiata di sangue. Allora Pierre protese il petto, aspettandosi d’essere trafitto. Ma le spade si ritrassero e subito gli fu messa di nuovo la benda.
“Adesso hai visto una piccola luce” gli disse una voce. Poi vennero riaccese le candele e fu detto che avrebbe dovuto vedere la piena luce; di nuovo gli tolsero la benda e improvvisamente dieci voci esclamarono: sic transit gloria mundi!
Pierre piano piano si era ripreso; esaminava dove fosse e con chi. Attorno a uno stretto tavolo coperto con panno nero, sedeva una ventina di persone. Tutti indossavano i paramenti, come quelli che aveva visto prima. A Pierre alcune persone, appartenenti alla società pietro-burghese, erano note. Presiedeva un giovane uomo con una croce particolare al collo. Pierre non lo conosceva. A destra era seduto l’abate italiano che Pierre aveva incontrato due anni addietro in casa di Anna Lavlovna. Poi erano presenti un alto funzionario e un precettore svizzero prima vissuto in casa Kuragin. Tutti solennemente in silenzio, ascoltavano il discorso del tutore col martello. Sulla parete ardeva una stella; un tappeto con nitide raffigurazioni era steso a un lato del tavolo, all’altro lato una specie di altare con il vangelo e il teschio. Attorno al tavolo c’erano sette grandi candelabri. Due framassoni condussero Pierre all’altare, gli ordinarono di prostrarsi, dicendo che stava precipitando nel tempio della confraternita.
“Deve prima ricevere la pala” mormorò uno dei framassoni.
“Ah! Basta, per favore” disse l’altro.
Pierre, che non si era pentito, i miopi occhi irritati, si guardò attorno e subito gli vennero dei dubbi “Dove sono? Che cosa sto facendo? Non sono ridicolo? Non mi devo vergognare del mio passato?” Ma i dubbi svanirono in un attimo. Pierre, osservando le serie espressioni delle persone presenti, si ricordò di tutto il percorso e capì che non si sarebbe fermato a metà strada. Respinse con sdegno i suoi dubbi e il timore di tornare ad essere preda della sua mollezza, s’inginocchiò alle porta del tempio. Improvvisamente lo prese quel senso di debolezza, forse più forte di prima. Dopo un po’ di tempo gli fu ordinato di alzarsi, ricevette una specie di grembiule bianco di pelle, simile a quelli degli altri massoni, una pala, tre paia di guanti, poi gli si rivolse il Gran Maestro. Gli disse di guardarsi dal macchiare quel grembiule, che rappresentava la fermezza e l’innocenza; dopo di che gli spiegò che la pala sarebbe servita a tenere pulito il suo cuore ed a predisporlo all’amore per il prossimo. Del primo paio di guanti da uomo disse che non ne conosceva il significato, ma che avrebbe dovuto кconservarli, mentre del secondo paio di guanti da uomo che avrebbe dovuto indossarli alle riunioni; del terzo, che invece erano da donna disse:
“Caro fratello, i guanti da donna hanno un determinato significato. Dateli alla donna che voi fra tutte stimate. Vi sono utili per dimostrare la purezza del cuore che assicura la vostra degna appartenenza alla massoneria.”
Dopo una breve pausa, continuò:
“Manteneteli puliti, caro fratello.”
Il tutore sembrò a Pierre turbato da quest’ ultime parole del Gran Maestro. Pierre ne fu imbarazzato ancora di più, arrossì fino alle lacrime, come arrossiscono i bambini; si guardò attorno inquieto e non osò aprir bocca.
Il silenzio fu interrotto da un confratello che si avvicinò al tappeto di Pierre e comincio a leggergli da un quaderno la spiegazione di tutte le raffigurazioni: il sole, la luna, il martello, il filo a piombo, la pala, la pietra grezza e a cubo, la colonna, l’occhio nel triangolo ecc. Poi assegnarono a Pierre il suo posto, gli mostrarono il simbolo della loggia, gli dissero la parola d’ordine e, infine, gli permisero di sedersi. Il Gran Maestro cominciò a leggere lo statuto. Lo statuto era molto lungo e la gioia, l’emozione e l’imbarazzo impedirono a Pierre di seguirne attentamente la lettura. Solo le ultime parole dello statuto gli s’impressero nella memoria.
“Nelle nostre logge non conosciamo altri ranghi” lesse il Gran Maestro ” eccetto quelli che separano virtù dal vizio. Guardati dal fare differenze, potrebbe alterare l’uguaglianza. Accorri in soccorso del fratello che stia sbagliando strada, rialzalo e non nutrire verso di lui né cattiveria né inimicizia. Sii cordiale e affabile. Mantieni acceso nel cuore il desiderio di virtù. Condividi la felicità con il tuo prossimo, ed evita di essere invidiato per i tuoi sia pure corretti piaceri. Dimentica il tuo nemico, non vendicarti, piuttosto dimostragli benevolenza. Applicando questa legge, ritrovi la traccia antica, smarrita con la tua alterigia.” Terminò così, si alzò, abbracciò Pierre e lo baciò.
Pierre, gli occhi pieni di lacrime di gioia, si guardò attorno, non sapendo se corrispondere alle congratulazioni ed alle rivelazioni, con le quali era stato accolto. Le persone presenti non erano conoscenze, ma fratelli con i quali era ardentemente impaziente di agire.

Il Grande Maestro batté un colpo col martello, tutti si sedettero al loro posto e uno dei fratelli lesse un sermone sull’obbligo d’essere umili. Il Grande Maestro propose di compiere l’ultima funzione e il grande cerimoniere, collettore delle elemosine, cominciò a girare fra i fratelli. Pierre avrebbe voluto dare tutto il denaro che aveva con se, ma temendo in quel modo di mostrare superbia, offrì solo la stessa somma degli altri.
La cerimonia era terminata. Giunto a casa, gli sembrò di essere tornato da un grande viaggio, durato dieci anni, in cui si era rinnovato completamente ed aveva cambiato ordine e principi della sua vita.

V.

Il giorno dopo la cerimonia d’ammissione alla loggia, Pierre, a casa sua, leggeva il libro e cercava di capire il significato del quadrato che su un lato rappresentava Dio, su di un altro la morale, sul terzo la materia e sul quarto la confusione. Ogni tanto distoglieva lo sguardo dal libro e dal quadrato e immaginava come organizzare la sua nuova vita. Il giorno prima, nella loggia, gli era sembrato che l’eco del suo duello fosse giunto al sovrano e che sarebbe stato opportuno per lui allontanarsi da San Pietroburgo. Pierre progettava di ritirarsi nella sua tenuta al Sud e là dedicarsi ai suoi contadini. Si stava rallegrando all’idea della sua nuova vita, allorché, inaspettatamente, entrò il principe Vassili.
“Cos’hai combinato a Mosca, amico mio? Perché hai litigato con Lilly? Ti stai sbagliando” disse il principe Vassili, entrando nell’appartamento. “Io sapevo tutto e posso assicurarti che Elena è perfettamente innocente verso di te, come Cristo con gli ebrei.”
Pierre avrebbe voluto rispondere, ma il principe continuò:
“E perché non ti sei rivolto direttamente e sempliSemente a me, invece che ad altri? Io so tutto, io capisco tutto, ti sei comportato dignitosamente da persona colpita nel suo onore; forse troppo frettolosamente, ma su questo non tocca a noi giudicare. Devi capire in che posizione ti sei messo con lei e con me negli occhi di tutta la società e della corte” aggiunse abbassando la voce “lei vive a Mosca, tu qui. Suvvia, mio caro” gli tese la mano “c’è un equivoco, tu stesso lo sai. Scrivi subito con me una lettera e lei viene qui, tutto si chiarisce, finiscono tutte le chiacchiere e tu te la cavi con poco, mio caro”.
Il principe Vassili appoggiò il suo discorso con uno sguardo autorevole.
“Ho appreso da fonte attendibile che l’imperatrice madre considera con molto interesse tutta questa faccenda. Tu lo sai che nutre molta benevolenza per Elena”
Più volte Pierre tentò d’interloquire ma il principe glielo impedì riprendendo frettolosamente a parlare, e Pierre dal canto suo temeva di non essere capace di parlare con quel tono deciso di rifiuto e disaccordo, che aveva deciso di usare per rispondere al suocero. Le regole della massoneria inoltre prescrivevano: sii cordiale e affabile. Contrasse il viso, arrossì, si alzò, s’incurvò, lottando faticosamente con se stesso come succede in certi casi della vita, quando occorra dire cose spiacevoli in faccia a qualcuno, chiunque sia, che si aspetta di sentire tutt’altro discorso. Era così abituato a quell’indolente, presuntuoso modo di parlare del principe Vassili, da non sentirsi adesso in grado di tenergli testa; ma era consapevole che tutto il suo futuro destino dipendeva da quello che gli avrebbe detto: continuare sulla vecchia strada di prima, o intraprendere la nuova via, quella così fascinosa che gli avevano indicato i massoni e che profondamente credeva conducesse ad una nuova vita.
“Allora, mio caro” disse scherzoso il principe “ dimmi di sì e io le scrivo e siamo fuori dalle…” Ma Pierre non gli lasciò finire a frase e, con l’espressione di sdegno che lo faceva assomigliare al padre, senza guardare in faccia l’interlocutore, sibilò:
“Principe, io non vi ho interpellato, andatevene, per favore, andatevene!” si alzò di scatto e gli aprì la porta “andatevene” ripeté, quasi non credendo a se stesso e tuttavia compiacendosi per l’espressione intimorita e imbarazzata del principe.
“Cosa ti succede? Stai male?”
“Andatevene” ripeté ancora una volta con tono minaccioso.
Il principe Bassili dovette andarsene senza aver ottenuto alcuna spiegazione.
La settimana dopo, Pierre, congedatosi dai suoi nuovi amici massoni con una grossa somma di beneficienza, partì per i suoi poderi. I suoi nuovi fratelli gli diedero lettere d’introduzione presso i massoni di Kiev e di Odessa e gli scrissero un conciso promemoria per la sua nuova attività.

VI

L’episodio di Pierre e Doloxov era stato tacitato, e, benché l’autorità governativa fosse rigidamente contraria ai duelli, né i duellanti, né i padrini, subirono conseguenze. Ma la storia del duello, origine della rottura di Pierre con sua moglie, era un argomento di discussione nell’alta società. Pierre, al quale guardavano con indulgenza e favore quando era un figlio illeggitimo, che accarezzavano e adulavano, quando era uno dei migliori partiti dell’impero russo, e dal quale, dopo il suo matrimonio, ragazze da marito e mamme non si aspettavano più nulla, mancava fortemente nella società, alla quale lui non aveva mai desiderato né cercato di appartenere. Adesso si alludeva all’accaduto dicendo solo che era stupidamente geloso e che aveva reazioni sanguinariamente rabbiose, come suo padre. E quando, dopo la partenza di Pierre, Elena fu tornata a San Pietroburgo, tutti i suoi conoscenti l’accolsero affabilmente, con sfumature di rispettosa partecipazione alla sua disavventura. Se accadeva che si discorresse di suo marito, Elena assumeva un dignitoso comportamento che, dato il suo carattere, aveva assimilato senza comprenderne il significato. Comportamento, si diceva, che lei aveva deciso di assumere, senza rimpianti, ovvero sopportare la sua disgrazia perché suo marito era la croce impostale da Dio. Il principe Bassili esponeva con fermezza la sua opinione. Si stringeva nelle spalle, quando si parlava di Pierre e diceva, additando la fronte:
“Un cervello guasto, l’ho sempre detto!
“Io l’avevo detto prima” diceva di Pierre Anna Pavlovna “e lo dissi allora e prima di tutti (ci teneva ad affermare la sua perspicacia) che quell’insensato giovanotto aveva un’idea perversa e depravata della vita. Io lo dissi già allora, quando tutti lo riverivano, appena tornato dall’estero, ricordatevene, che quella sera mi parve rappresentasse Marat. A me quel tipo non piacque e previdi tutto quel che sarebbe accaduto.”
Anna Pavlovna dava in casa nei giorni liberi serate normali e ne organizzava dedicate principalmente alla crème de la véritable bonne société, la fine fleur del’essence intellectuelle de la socitété de Petersburg; così diceva Anna Pavlovna. Oltre alla raffinata scelta degli invitati, le serate di Anna Pavlovna si distinguevano per il fatto che lei quasi sempre introduceva qualche nuova, interessante persona e che in nessun altro luogo, come in quelle serate, fosse possibile misurare con chiarezza la temperatura politica della legittima società di pietroburghese.
Alla fine dell’anno 1806 mentre giungevano malinconiche informazioni sull’annientamento dell’armata prussiana presso Jena e Ayerstadt, sulla defezione di gran parte dei satelliti prussiani, mentre il nostro esercito stava entrando in Prussia e cominciava la nostra seconda guerra contro Napoleone, Anna Pavlovna riuniva persone nell’abituale serata. La crème de la véritable bonne société era rappresentata dall’affascinante Elena, infelice sposa abbandonata dal marito, da Mortemarti, dal prestante principe Ippolito appena tornato da Vienna, da due diplomatici, c’erano la zietta, un giovanotto accreditato in sala come un homme de beaucoup de mérite, una dama accolta a corte da poco, accompagnata dalla madre e alcuni personaggi meno in vista. La persona, che quella sera Anna Pavlovna proponeva come novità ai suoi ospiti, era l’appena giunto Boris Drubezkoi, corriere diplomatico dell’armata prussiana, aiutante nella stessa, insomma un personaggio molto importante. Il livello della temperatura politica della società riunita quella sera era il seguente: ” Anche se i sovrani e gli strateghi europei si sono sforzati di non assecondare Napoleone, dal quale derivano a me e in generale a noi, tutti quegli inconvenienti e quei dispiaceri, la nostra opinione su Napoleone non può cambiare. Noi non cessiamo di mettere in dubbio la sua sincerità nei confronti del nostro cespite di modi di pensare e possiamo solo dire alla corona della Prussia e ad altri: Tanto peggio per voi! Tu l’a voulu, George Dandin, è tutto quello che possiamo dire.”
Ed è ciò che rivelava il termometro politico nella serata di Anna Pavlovna. Quando Boris, che doveva essere presentato agli ospiti, entrò nella sala, quasi l’intera società si radunò attorno a lui e il discorso, orientato da Anna Pavlovna, si concentrò sulle nostre relazioni diplomatiche con l’Austria e sull’affidabilità dell’alleanza con essa. Boris, in elegante uniforme di aiutante, prestante, fresco, colorito in volto, entrò disinvolto nella sala, salutato dalla zietta, e si riunì al gruppo. Anna Pavlovna gli porse la sua ossuta mano da baciare e gli presentò alcune persone che lui non conosceva, nominando ciascuno a bassa voce.
“Il pricipe Ippolito Kuraghine – charmant jeune homme -Monsieur Kroug chargé d’affaires de Kopenhague – un homme profond» – e, semplificando, : «Monsieur Shitoff un homme de beaucoup de mérite», quando non ne conoscesse le qualifiche. Boris, che a suo tempo dovette il suo impiego alle manovre di Anna Mixailovna, grazie al suo innato buongusto ed al suo compassato carattere aveva migliorato considerevolmente la sua posizione. Fungeva da aiutante di un personaggio molto importante, eseguiva incarichi importanti in Prussia ed era appena tornato da quel paese in qualità di corriere. Il giovanotto aveva completamente assimilato quella, a lui congeniale, subordinazione non scritta, appresa a Olmutz, grazie alla quale il burocrate si situa senza confronti al di sopra del generale e che, per consentirgli di avere successo nell’incarico, non necessita d’impegno, né di lavoro, di coraggio o di costanza, ma solo d’ abilità nello sfruttare chi fosse in grado di ricompensarlo; spesso si meravigliava del suo rapido successo, così come altri non sapevano spiegarselo. In seguito a quella scoperta cambiò tutta la sua concezione della vita, tutte le precedenti conoscenze, tutti i suoi piani per il futuro. Non era ricco, ma usava il denaro che gli rimaneva per vestirsi meglio degli altri; preferiva rinunciare a molti piaceri piuttosto che circolare a San Pietroburgo in una misera carrozza o indossando una vecchia uniforme.
Avvicinava e cercava di conoscere solo persone che stessero più in alto di lui e perciò potessero essergli utili. Amava San Pietroburgo e disprezzava Mosca. Le reminiscenze della sua frequentazione della casa dei Rostov e del suo amore infantile per Natascia lo infastidivano e non era più stato dai Rostov nemmeno una volta dalla sua partenza per l’armata. Nella sala di Anna Pavlovna, dalla quale si riprometteva importanti effetti positivi sulla sua carriera, cominciò subito a giocare il suo ruolo e permise ad Anna Pavlovna di utilizzare l’interesse che suscitava; il suo consisteva nell’attento studio di ogni persona per valutare i vantaggi che avrebbero potuto derivargli da ciascuna di esse. Sedeva al posto assegnatogli accanto alla bella Elena e prestava orecchio ad ogni discorso.
-« Vienne trouve les bases du traité proposé tellement hors d’atteinte, qu’on ne saurait y parvenir même par une continuité de succès les plus brillants, et elle met en doute les moyens qui pourraient nous les procurer » C’est la phrase authentique du cabinet de Vienne, – disse l’incaricato d’affari lettone.
-« C’est le doute qui est flatteur ! » disse finemente sorridendo l’homme à l’esprit profond.

  • « Il faut distinguer entre le cabinet de Vienne et l’Empereur d’Autriche » interloqui Montemart-« l’Empereur d’Autriche n’a jamais pu penser à une chose pareille, ce n’est que le cabinet qui le dit »-
    -« Eh, mon cher vicomte » -intervenne Anna Pavlovna- “l’Urope (pronunciava Urope, in quanto assoluta sottigliezza della lingua francese, quando si concedeva di parlare in francese) l’Urope ne sera jamais notre alliée sincère”.
    Dopo di che Anna Pavlovna portò la discussione sul coraggio e la solidità della corona prussiana per dare spazio a Boris.
    Boris ascoltava attentamente chi stesse parlando, aspettando il suo turno, ma nel frattempo ogni tanto scambiava un’occhiata con la sua vicina, la bella Elena, che sorrideva ogni volta che i suoi occhi incontravano quelli del bello, giovane uomo.
    Con molta naturalezza, parlando della posizione della Prussia, Anna Pavlovna invitò Boris a raccontare le sue avventure a Glogay e descrivere l’atteggiamento dell’esercito prussiano. Boris, con calma, concisamente e in ottimo francese raccontò particolari molto interessanti sulle armate, sulla corte, sempre diligentemente menzionando la sua opinione sui fatti che andava riferendo. Dopo qualche tempo Boris aveva attratto l’attenzione di tutti i presenti e Anna Pavlovna sentì che aveva indovinato e che la novità piaceva. Elena più di tutti dedicava attenzione ai discorsi di Boris. Diverse volte gli chiese particolari sui suoi viaggi e sembrava molto interessata alla situazione dell’armata prussiana. Non appena Boris ebbe terminato di parlare, Elena gli si rivolse con il suo abituale sorriso:
    “Il faut absolument que vous venez me voir” gli disse con quel tono riflessivo che non permise di capire se fosse un obbligo, “mardi entre 8 et 9 heures. Vous me ferez grand plaisir”.
    Boris promise di esaudire il suo desiderio e avrebbe desiderato continuare a discorrere con lei se non fosse stato interrotto da Anna Pavlovna col pretesto che la zietta voleva sentirlo.
    -“Voi per caso conoscete suo marito?” domandò Anna Pavlovna indicando Elena con lo sguardo e un gesto di malinconia. “Ahi, quella donna così infelice e così affascinante! Non parlatele mai di lui, vi prego, non parlatele mai. Le fa così male!”

VII

Quando Anna Pavlovna e Boris furono tornati nel gruppo, prese la parola il principe Ippolito. Dirigendosi verso una poltrona esclamò ridacchiando:
“Le Roi de Prusse!” attirando l’attenzione di tutti. “Le Roi de Prusse?” domandò Ippolito, ancora ridacchiando, sprofondandosi tranquillamente e con gravità nella sua poltrona. Anna Pavlovna aspettò un momento, ma visto che Ippolito non sembrava volesse dire di più, cominciò a raccontare di come lo spudorato Napoleone avesse a Potsdam sottratto la spada di Federico il Grande.

“C’est l’épée de Frédéric le Grand, que je…” aveva appena cominciato a dire, che Ippolito intervenne di nuovo, come se stesse rivolgendosi a se stesso, ripetendo: “Le Roi de Prusse”, poi si scusò e tacque. Anna Pavlovna non gradì. Montemart, amico d’Ippolito, gli si rivolse con decisione
“Voyons à qui en avez vous avec votre roi de Prusse?”
Ippolito sogghignò come se si vergognasse della sua risata.
“Non, ce n’est rien, je voulais dire seulement…(Cercava di ricordarsi la scherzosa storiella che aveva sentito a Vienna e che durante tutta la sera avrebbe voluto raccontare) “ je voulais dire seulement que nous avons tort de faire la guerre pour le Roi de Prusse¨
Con un cauto sorriso Boris segnalò che sarebbe stato pronto sia a deplorare, sia ad accettare lo scherzo, e, inoltre, era pronto ad ascoltarlo. Ridacchiavano tutti.
“Il est très mauvais, votre jeu de mots, très spirituel mais injuste” lo minaccò Anna Pavlovna con lo scarnito ditino «Nous ne faisons pas la guerre pour le Roi de Prusse, mais pour les bons principes. Ah, le méchant, ce prince Hippolite!»
La discussione andò avanti tutta la sera, principalmente su questioni politiche. Alla fine della serata l’argomento particolare fu l’onoreficenza da donare al sovrano.
“Ma se per l’ultimo compleanno NN ha ricevuto una tabacchiera con ritratto” parlò l’homme à l’esprit profond” “perché non può riceverla anche SS?”
“Je vous demande pardon, une tabatière avec le protrait de l’empereur est une récompense, mais point une distinction» disse il diplomatico «fate un regalo, piuttosto!
»Il y eut plutôt des antécédents, je vous citerai Schwarzenberg»
«C’est impossible» lo contraddisse l’altro.
“Scommettiamo. Le grand Cordon, c’est différent…”

Quando tutti si furono alzati per andarsene, Elena, che aveva parlato pochissimo tutta la sera, si rivolse nuovamente a Boris per domandargli con cordiale espressività se avesse deciso di farle visita il martedì.
“Ne ho molto bisogno” disse sorridendo ad Anna Pavlovna e Anna Pavlovna ebbe quel malinconico sorriso che significava consenso per le parole di Elena, grande appoggio e incoraggiamento per la sua iniziativa.
Sembrò che quella sera da quelle parole scambiate con Boris in merito alla guerra di Prussia, fosse nato il bisogno d’incontrarlo. Gli faceva intendere che gli avrebbe spiegato, quel martedî se fosse andato da lei, in cosa consistesse quel bisogno. Quel martedì, nel nobile salone di Elena, Boris non ricevette spiegazioni. C’erano altri ospiti, la contessa parlò poco con lui, si limitò solamente, a sussurargli inaspettatamente, mentre lui, accomiatandosi, le baciava la mano:
“Venez demain diner le soir. Il faut que vous veniez. Venez.”
Boris, appena giunto a San Pietroburgo, diventò un intimo frequentatore della casa della contessa Besuxov.

VIII
Il conflitto era ripreso e il teatro della guerra si stava avvicinando ai confini della Russia. Bonaparte, nemico del genere umano, veniva maledetto invano; nei villaggi si riunivano guerrieri e reclute; le notizie che arrivavano dal campo erano come sempre false o si trasformavano in pettegolezzi.
La vita del vecchio principe Volkonski, del principe Andrea e della досprincipessa Maria era parecchio cambiata nel 1805.
Nel 1806 il vecchio principe fu chiamato a сomandare uno degli otto settori delle truppe irregolari, che, a quel tempo, erano sparse in tutta la Russia. Il vecchio principe, malgrado la debolezza dovuta all’età ed al deperimento sofferto quando credeva che suo figlio fosse stato ucciso, non ritenne di potersi sottrarre al compito assegnatogli personalmente dal sovrano, anzi quella nuova responsabilità lo rinforzò e inorgoglì. Si tenne costantemente pronto a partire per il distretto che avrebbe dovuto governare; si apprestava a dedicarvi la sua pedante disponibilità a compiere il suo dovere, la severità confinante con il sadismo con cui teneva conto di ogni particolare. La principessa Maria aveva smesso di sottoporre le sue lezioni di matematica al fratello ed al padre e solo la sera, in qualità di assistente della balia, andava nello studio del padre, quanto era in casa, con il principino Nicola (come lo chiamava il nonno) Il lattante principino Nicola viveva con la balia e la tata Sabina nell’appartamento della sua povera mamma defunta e la principessa Maria passava la maggior parte del tempo col nipotino, facendo molto efficientemente le veci della madre del piccolo nipote. Anche M.lle Bourrienne sembrava amasse molto il bambino, e la principessa Maria cedeva spesso alla sua amica il piacere di accudire il piccolo angelo (come lei chiamava il nipotino) e giocare con lui.
Sull’altare della chiesa di Lisy Gorach c’era una cappella con la tomba della principessina, nella cappella era stata eretta una statua di marmo italiano che rappresentava un angelo che apriva le ali per salire in cielo. L’angelo aveva il labbro superiore leggermente sporgente, come se accennasse a sorridere e una volta il principe Andrea e la principessa Maria, osservando la cappella, si dissero che, stranamente, il viso dell’angelo pareva loro somigliare a quello della povera morta. Ma ancora piu strana sembrava, e Andrea non si confidò con la sorella, era l’espressione che l’artista aveva dato all’angelo. Andrea vi leggeva quel mesto rimprovero apparso allora sul viso della povera moglie morta “Ah, perché mi avete fatto questo?…”

Poco tempo dopo il ritorno del principe Andrea, il vecchio principe cedette al figlio la grande tenuta di Boguciar, distante una quarantina di verste da Lisy Gor.
In parte a causa dei dolorosi ricordi legati a Lisy Gor, in parte perché non sempre il principe Andrea si sentiva in grado di sopportare con tranquillità il carattere del padre, e anche perché sentiva il bisogno di stare da solo, il principe Andrea approfittò di Boguciar, vi pose le basi e cominciò a trascorrervi gran parte del tempo.
Dopo la campagna di Austerlitz il principe Andrea era fermamente deciso a non prestare più servizio militare; quando cominciò la guerra e tutti dovettero arruolarsi, per sbarazzarsi dal dovere di prestarlo si mise agli ordini del padre per collaborare a radunare le milizie irregolari. Dopo la campagna del 1805 si sarebbe detto che padre e figlio si fossero scambiati i ruoli. Il vecchio principe, rinvigorito dalla responsabilità, considerava positivamente la campagna attuale; al contrario suo figlio non si sentiva coinvolto dalla guerra e nell’intimo ne aveva una pessima opinione.
Il 26 febbraio 1807 il vecchio principe partì per il distretto.
Il principe Andrea, come quasi sempre durante le assenze del padre, si trattenne a Lisy Gorax. Il principino Nicola era già al quarto giorno di malattia. Il cocchiere, che aveva condotto il vecchio al distretto, era tornato dalla città e aveva portato al principe Andrea documenti e una lettera. La cameriera, non trovando il giovane principe nello studio, cercò la principessa Maria nel suo appartamento, ma non lo trovò nemmeno presso di lei. Le fu detto che il principe era dal bambino.
“Scusate, Altezza, Petruscka è arrivato con delle carte” disse una delle ragazze, aiutante della bambinaia, rivolgendosi al principe Andrea, che stava seduto in una seggiolina per bambini e, le mani tremolanti, le ciglia aggrottate, cercava di versare una medicina da una bottiglietta in un bicchierino metà pieno.
“Cosa c’è?” disse stizzito e muovendo involontariamente la mano riempì il bicchierino fino a farlo sgocciolare, versò la medicina del bicchiere in un vaso e si fece portare nuovamente dell’acqua. Nella camera del bambino c’erano il letto, due cassapanche, due poltrone, un tavolo e il tavolino del bambino con la piccola sedia dove sedeva suo padre. Le finestre erano schermate, sul tavolo uno spartito impediva alla luce della candela, che ardeva sul tavolo, di arrivare al letto.
“Amico mio” la principessa Maria, in piedi presso il letto, si rivolse al fratello “sarebbe meglio aspettare…dopo…”
“Ah, fammi il piacere! Parli sempre a sproposito, tutti secondo te devono sempre aspettare, aspettarsi cosa” mormorò il principe Andrea evidentemente esasperato dall’opinione della sorella.
“Amico mio, veramente non ha bisogno di più, si sta
addormentando” ..implorò con gentilezza la sorella.
Il principe Andrea si alzò per avvicinarsi al letto.
“E allora pensi proprio che non ce n’è bisogno? Domandò , esitando.
“Come vuoi, veramente…io penso… come vuoi”
La principessa Maria evidentemente era intimidita e si vergognava perché la sua opinione stava prevalendo, ma non mancò di disapprovarlo, davanti alla ragazza.
Era la seconda notte che assistevano il piccolo febbricitante. In quelle quarantotto ore, poiché non si fidavano del medico locale e aspettavano la visita di quello che avevano chiamato in città, avevano fatto ricorso agli abituali rimedi. Sfiniti, insonni, preoccupati, sfogavano il loro dolore rimproverandosi a vicenda e litigando.
“Petruscka ha messaggi del papà” sussurrò la ragazza. Il principe Andrea uscì.
“Cos’avrà?” borbottò stizzito ritenendo fossero in arrivo ordini del padre in quel momento così poco opportuno, afferrò dall’incaricato busta e lettera del padre e tornò dal bambino.
“Come va?” domandò il principe Andrea.
“Si è addormentato, grazie a Dio. Carlo Ivanic ha sempre detto che il sonno fa bene” bisbigliò la principessa Maria.
Il principe Andrea tastò la fronte del figlioletto. Scottava.
“Andate a farvi benedire voi e il vostro Carlo Ivanic!” Afferrò il flacone che conteneva ancora qualche goccia di medicina e uscì di nuovo.
“André, non devi!” gli disse la principessa Maria. Ma lui la guardò, sgarbata, insofferente e s’avvicinò al bambino con la bottiglietta.
“Voglio che gli sia data” le disse “allora, ti prego, dagliela”.
La principessa Maria alzò le spalle, docilmente prese il flacone, versò la medicina nel bicchierino e si accinse a dare la medicina. Il bambino si lamentava e tossiva. Il principe Andrea, corrugò la fronte, si portò una mano alla fronte, uscì e andò a sedersi nella stanza vicina.
Aprì macchinalmente le lettere che aveva tenuto in mano e lesse. Il vecchio principe, con la sua grande, oblunga calligrafia, quasi stampatello, scriveva quanto segue:
“Molte buone notizie ha portato il cocchiere. Se non è una frottola, Bennigsen ha riportato su Napoleone una vittoria piena presso Eilau. A San Pietroburgo si giubila e non si contano i messaggi all’armata. Benché tedeschi, mi congratulo. Il superiore di Korcevski, un certo Xandrikov, non capisce cosa deve fare. Non ha finora procacciato nè gente nè vettovaglie. Adesso scarica e gli ho detto che gli taglio la testa se non va tutto a posto entro la settimana. Sulla battaglia di Eilau ho ricevuto una lettera di Petenki, lui ritiene che sia tutto vero. Non è vietato pensare che i tedeschi abbiano sconfitto Napoleone. Si dice che sia in fuga molto in disordine. Verifica se lo scarico a Korcev è stato eseguito!”
Il principe Andrea aprì la seconda busta. Era una lettera di due pagine fittamente scritte di Bilibin. Le ricompose senza leggere. Rilesse la lettera del padre e le parole conclusive: “Verifica se è stato eseguito”.
“No, scusate, adesso non ci vado, il bambino deve ristabilirsi” pensò
il principe Andrea e, socchiudendo la porta, diede un’occhiata al bambino. La principessa Maria era sempre vicino al lettino e in silenzio cullava il bambino.
“Non capisco perché sei contraria a farlo bere” disse Andrea -mentre rifletteva sul contenuto della lettera del padre.
“Sì. I nostri infliggono una sconfitta a Napoleone proprio quando io non sono in servizio. Sì, sì, tutti mi prenderanno in giro…e allora alla salute…” e si accinse a leggere la lettera in francese di Bilibin.
Capiva solo la metà, benché intendesse tradurre subito dopo gl’interessava leggere ciò che da troppo tempo con grande preoccupazione supponeva.

IX

Bilibin era attualmente funzionario diplomatico presso il quartier generale dell’armata. In lingua francese, con i termini e i giri di frase francesi, ma con la tipica audacia russa nell’autoaccusarsi e autocommiserarsi, descriveva la campagna. Bilibin scriveva che la discrezione diplomatica lo tormentava e che era felice , sapendo che il principe Andrea era un leale corrispondente, di poter sfogare la bile che gli procurava la vista di quanto accadeva nell’armata.

“Dopo i nostri grandi successi ad Austerlitz, voi sapete, caro principe, scriveva Bilibin “ che non abbandono più i quartieri generali. Decisamente la guerra mi sta piacendo; è incredibile cosa ho visto in questi tre mesi. Comincio ab ovo. Il nemico del genere umano, come sapete, se la prende con i prussiani. I prussiani sono i nostri fedeli alleati che non ci hanno ingannati che tre volte in tre anni. Noi siamo dalla loro parte. Ma succede che il nemico del genere umano non tiene i nostri bei discorsi in nessun conto e con le sue maniere maleducate e selvagge si getta sui prussiani, senza dar loro tempo di terminare la parata, li striglia ben bene e va ad installarsi nel palazzo di Potsdam.
« “Ho il più vivo desiderio” – scrive il re di Prussia a Bonaparte, “che vostra maestà sia accolta e trattata nel mio palazzo in maniera che le sia gradita ed ho preso tutte le decisioni che le circostanze mi permettono. Spero di essere riuscito!”»
I generali prussiani trattano i francesi con cortesia e abbassano le armi ai primi inviti. Il comandante della guarnigione di Glogau, con diecimila uomini, domanda al re di Prussia cosa debba fare se gli chiedono di arrendersi?… Tutto questo è positivo. In breve, sperando d’impressionare solo con la nostra attitudine militare, succede che ci troviamo in guerra sulle nostre frontiere con e per il re di Prussia.
Tutto è pronto, non ci manca che una piccola cosa: il generale in capo. Siccome si è accertato che il successo di Austerlitz avrebbe potuto essere più decisivo se il generale fosse stato più giovane, si fa la rivusta degli ottuagenari e fra Prosorovski e Kamenski, si dà la preferenza a quest’ultimo. Il generale arriva in kibik ed è accolto da urla di gioia e trionfo.
Il 4 arriva il primo corriere da San Pietroburgo. Si portano le valige nello studio del maresciallo, che ama fare tutto da solo. Mi chiamano per fare la cernita delle lettere e trattenere quelle che ci sono destinate. Il maresciallo assiste e resta in attesa di quelle che gli fossero indirizzate. Cerchiamo, non ce ne sono. Il maresciallo s’impazienta e si mette a cercare lui stesso, trova le lettere dell’imperatore per il conte T., per il principe V, e altri. Allora ha un attacco violento di collera. Vomita fuoco e fiamme contro tutto il mondo, afferra le lettere, strappa le buste e legge quelle dell’imperatore alle altre persone. -Cosa mi stanno facendo! Non hanno fiducia in me. Mi devono sorvegliare, bene; andate via. E scrive il famoso ordine del giorno al generale Benigsen”
-“Sono ferito, quindi non posso più andare avanti a comandare l’armata. Il vostro corpo d’armata è stato rovinato a Pulktyck: è lì allo scoperto, senza legna, senza foraggi, perciò bisogna soccorrerlo e lo farò domani d’accordo con il conte Bukrevedeny, si deve pensare a ritirarsi entro i nostri confini, cosa che farò domani”-
“In conseguenza di tutti i miei spostamenti soffro di un’infiammazione, aggiuntasi ad altri malanni, che m’impedisce di continuare a comandare un’armata così vasta, per questo ho ceduto il comando ad uno dei miei generali più anziani, conte Bukrevden, assegnandogli ogni servizio e prerogativa e consigliandogli, se non trovasse pane, di ritirarsi all’interno della Prussia, perché è rimasto pane solo per una giornata, per certi reggimenti nemmeno quello, come succede alle loro divisioni, dichiarano i comandanti Ostermann e Cedmorezki, costretti ad angariare i contadini. Io stesso, fintanto, rimarrò nell’ospedale di Ostrolenk. Dalle cifre segrete delle disponibilità risulta che se l’armata non riuscirà a bivaccare entro cinque giorni, in primavera non sarà rimasto nessuno in salute.
Congedate il vecchio nel villaggio dove così poco onorevolmente si trattiene perché incapace di assolvere l’alto, importante compito che gli è stato imposto. In attesa della Vostra clementissima autorizzazione, resterò qui nell’ospedale, e non svolgerò il ruolo né di scrivano né di comandante della truppa. La mia esclusione dall’armata non produrrà il minimo effetto, come l’allontanamento alla luce del sole. Di tipi come me in Russia ce ne sono migliaia.”
Il maresciallo s’arrabbia con l’imperatore e ci punisce tutti; mi pare logico!” Ecco il primo atto. Nei seguenti l’interesse e il ridicolo naturalmente aumentano. Dopo la partenza del maresciallo succede che ci troviamo in presenza del nemico e bisogna dare battaglia.
Boukshevden è generale in capo per diritto d’anzianità, ma il generale Benigsen non è di questo parere, tanto più che è lui, con il suo corpo d’armata, ad avere il nemico di fronte e vuole approfittare dell’occasione per condurre una battaglia “aus eigener Hand” come dicono i tedeschi. E la ingaggia. È la battaglia di Poultousk che si dice sia una grande vittoria, ma che, a mio avviso, non lo è affatto. Noialtri pèkins abbiamo, come voi sapete, la pessima abitudine di decidere se una battaglia sia persa o vinta. Chi si sia ritirato dopo la battaglia l’ha persa, ecco quello che diciamo noi, e quindi abbiamo perso la battaglia di Poultousk. In breve, ci ritiriamo dopo la battaglia ma inviamo un corriere a San Pietroburgo che porta la notizia di una vittoria, il generale non cede il comando in capo a Bouksveden, sperando ricevere da San Pietroburgo il titolo di comandante in capo, grazie alla vittoria. Durante questo interregno cominciamo un piano di manovre estremamente interessante e originale. Il nostro obiettivo non è, come dovrebbe essere, evitare o attaccare il nemico, ma schivare il generale Bouksveden, che sarebbe il nostro comandante in capo per diritto d’anzianità.
Ci sforziamo di realizzare questo obiettivo con così tanta energia che, passando un fiume non guadabile, bruciamo i ponti per separarci dal nostro nemico, per il momento non Bonaparte ma Bouksveden. Il generale Bouksveden non è stato attaccato e preso da forze nemiche superiori grazie ad una delle nostre belle manovre intese a salvarci da lui. Bouksveden c’insegue, noi scappiamo. Appena ripassa sulla nostra sponda, noi ripassiamo sull’altra. Alla fine il nostro nemico Bouklsveden ci raggiunge e si congiunge con noi. I due generali s’arrabbiano. C’è perfino una sfida a duello da parte di Bouksveden e un attacco d’epilessia di Benigsen. Ma nel momento critico il corriere, latore della notizia della nostra vittoria di Poultousk, ci porta la nomina di generale in capo e il primo nemico, Bouksveden, è liquidato: possiamo pensare al secondo: Bonaparte. Ma ecco profilarsi davanti a noi un terzo nemico: la sedizione, che chiede a gran voce pane, carne, fieno, di tutto! I magazzini sono vuoti, le strade impraticabili. Si passa alla razzia, in un modo di cui l’ultima campagna non dà l’idea. La metà dei reggimenti forma truppe libere che percorrono la campagna mettendo tutto a ferro e fuoco. Gli abitanti sono completamente rovinati, gli ospedali rigurgitano di ammalati, la carestia è dappertutto. Il quartiere generale è stato attaccato due volte da truppe di predoni e il generale in capo è stato costretto a chiedere un battaglione per scacciarle. In uno di questi attacchi mi è stata sottratta la mia valigia vuota e la vestaglia. L’imperatore vuole dare a tutti i comandanti di divisionel’ordine di fucilare i predoni, ma temo che ciò possa obbligare la metà dell’esercito a fucilare l’altra metà”
Il principe Andrea aveva cominciato a leggere con una certa freddezza ma, involontariamente (benché sapesse quanto credibile fosse Bilibin) ciò che stava leggendo lo emozionava sempre di più. Arrivato a questo punto afferrò la lettera e la gettò via. Non era irritato da ciò che aveva letto nella lettera, ma lo irritava il fatto che quella vita, per lui falsa, lo potesse coinvolgere. Chiuse gli occhi, si strofinò la fronte come se volesse scacciar dalla mente tutte le disgrazie descritte nella lettera e tornò ad occuparsi del bambino. Improvvisamente gli giunse uno strano suono attraverso la porta. Ebbe paura che al bambino fosse successo qualcosa mentre lui stava leggendo la lettera. S’avvicinò a passi leggeri alla porta e la socchiuse. Vide che in quel momento la bambinaia gli stava nascondendo qualcosa e che la principessa Maria non era presso il letto.
“Amico mio” gli parve sussurrargli con tono sconsolato la principessa Maria, che era entrata dietro di lui. Come spesso può accadere dopo una lunga agitata insonne nottata, lo invase un immotivato sgomento: temette che il bambino fosse morto. Tutto ciò che aveva visto e udito sembrava confermare il terribile evento.
“È tutto finito” pensò e un freddo sudore gli coprì la fronte. Smarrito si avvicinò al letto, supponendo di trovarlo vuoto perché la bambinaia aveva nascosto il bambino morto. Aprì le tende e lungamente non osò aprire gli occhi per trovare il bambino. Poi finalmente lo vide: il piccolo giaceva di traverso nel letto, aveva ripreso colore e, muovendo le labbra, respirava tranquillo con la testa affondata nel cuscino. Il principe Andrea si sentì rivivere. Si chinò per toccar le labbra al figlioletto, come gli aveva insegnato la sorella, per sentirne la temperatura. Sentì la fronte che era madida, anche i capelli erano umidi, tanto aveva sudato il piccolo. Non solo non era morto, ma era evidente che la crisi era superata e che sarebbe guarito. Il principe Andrea avrebbe voluto stringersi al petto quell’indifeso esserino,ma non osò. Stette lì, in piedi accanto al bambino, a guardare la testolina, le manine, le gambette che si vedevano sotto la coperta. Sentì un fruscio dietro di sé e un’ombra si disegnò sulla cortina del letto. Non si mosse, intento ad osservare il visetto del bambino e ascoltarne il calmo respiro. L’ombra era quella della principessa Maria, che silenziosamente s’era avvicinata al letto e aveva scostato la cortina dalla sua parte. Il principe Andrea, senza guardarla, le tese la mano. La sorella la strinse.
“Ha sudato” disse il principe.
“Ero venuta a cercarti per dirtelo” rispose Maria.
Il bambino si era appena svegliato e strofinava il viso nel cuscino.
Il principe Andrea osservò la sorella. I luminosi occhi della principessa Maria, attraverso la cortina, erano resi ancora più splendenti dalle lacrime di gioia; si rivolse al fratello e lo baciò, scostando di poco la cortina del letto. Si fissarono, ancora ritti nell’opaca luce della cortina, come se non desiderassero separarsi da quella pace, ritrovata dopo essere stati ripetutamente fuori dal mondo. Il principe Andrea s’allontanò per primo dal letto, arruffando i capelli nella mussolina della cortina:
“Sì, questa è la sola cosa che mi rimane” mormorò.

X

Poco dopo la sua affiliazione alla loggia massonica, Pierre, provvisto di complete istruzioni scritte su quanto avrebbe dovuto fare nelle sue tenute, si trasferì nel governatorato di Kiev, dove risiedeva la maggior parte dei suoi contadini.
Arrivato a Kiev convocò nel principale ufficio tutti gli amministratori e spiegò loro le sue intenzioni e i suoi desideri. Li informò che avrebbe adottato senza indugio misure per liberare completamente i contadini dalla loro feudale dipendenza; che da quel momento non sarebbe più stato possibile sovraccaricarli di lavoro, che donne e bambini non dovevano più essere costretti a lavorare, che i contadini dovevano essere assistiti, che le punizioni avrebbero dovuto essere ammonizioni e non corporali, che in ogni tenuta bisognava istituire ospedali, rifugi e scuole. Alcuni amministratori (ce n’erano anche di analfabeti) ascoltarono spaventati, presupponendo che il discorso del giovane conte significasse che era scontento delle loro prestazioni e pensasse che nascondevano denaro; altri, passata la paura, presero Pierre per un balbettante imbecille e non credettero alle sue parole; un terzo gruppo ascoltò con piacere il discorso del padrone; un quarto gruppo, composto d’importanti amministratori intelligenti, capì cosa fosse necessario per realizzare gli obiettivi immaginati dal loro signore. Quest’ultimi espressero la loro approvazione per le misure di Pierre, ma osservarono che quei generali cambiamenti avrebbero comunque richiesto azioni di non facile esecuzione. Malgrado l’enorme ricchezza del conte Besyxov, ricevuta da Pierre, il reddito annuo si diceva ammontasse a cinquecentomila rubli, egli si sentiva meno ricco di quando riceveva dal defunto conte i suoi quarantamila. Pierre sentiva piuttosto confusamente che bisognasse stabilire una linea e un budget. Il fisco incassava per tutte le tenute circa ottantamila rubli; circa trentamila costava il mantenimento della proprietà presso Mosca, e della casa di Mosca; circa cinquantamila costava il sostegno all’istituzione di beneficenza;
centocinquantamila costava il mantenimento della contessa; interessi passivi circa settantamila; costo arredamenti per la chiesa di quei due anni una decina di migliaia; il resto, circa centomila, saltava fuori non sapeva lui stesso come e lo obbligava quasi ogni anno a prendere denaro in prestito. Inoltre ogni anno gli amministratori principali annunciavano cattivi raccolti o necessità di finanziamenti di manifatture e attrezzature. Quindi la prima cosa che incombeva a Pierre era rendersi conto se avesse la possibilità di realizzare i suoi progetti.
Pierre era ogni giorno attivo con gli amministratori. Ma si rese conto che il suo impegno non faceva progredire di un solo passo i suoi progetti. Capiva che la sua attività non influiva sulle opere, che essi non s’impegnavano e non potevano essere costretti a realizzarle. Da un lato l’amministratore, vedendo il da farsi sotto una cattiva luce, prospettava a Pierre l’impossibilità di pagare il debito e la richiesta ai contadini servi della gleba di un aumento delle prestazioni, richiesta che Pierre rifiutava; dall’altro lato Pierre pretendeva la loro liberazione e l’amministratore obiettava che non sarebbe stata possibile prima di averli riscattati pagando il debito al Consiglio di Tutela, per cui la realizzazione non poteva avvenire rapidamente. L’ amministratore non diceva che era assolutamente impossibile; suggeriva, per la realizzazione di quell’obiettivo, la vendita di boschi al governatorato forestale e la vendita di terreni in pianura della tenuta in Crimea. Ma tutte quelle operazioni in discussione erano collegate con tali complicati processi di superamento di divieti, ottenimento di autorizzazioni ecc. ecc. che Pierre si smarriva e si limitava a dire: “Va bene, va bene, fate così”. Pierre non possedeva la tenacia pratica che gli avrebbe consentito di realizzare l’obiettivo, non gli piaceva prendere il posto dell’amministratore e nemmeno dare l’impressione di volerlo prendere. L’amministratore si sforzava di non far capire al conte che considerava i progetti di nessuna utilità per la proprietà e imbarazzanti per se stesso.
Cominciò ad essere noto nella grande città; sconosciuti si affrettarono a fare conoscenza ed a presentarsi cordialmente al riccone appena arrivato, uno dei più ricchi del governatorato. Le debolezze di Pierre nelle relazioni, quelle che aveva riconosciute al tempo della sua ammissione alla loggia massonica, erano così profonde che non riusciva a difendersi dalle persone. Di nuovo giorni, settimane, mesi della sua vita, trascorrevano scanditi da occupazioni e preoccupazioni in serate, pranzi, colazioni, balli, che non gli lasciavano il tempo di riflettere, proprio come accadeva a San Pietroburgo.
Invece della nuova vita, che Pierre desiderava condurre, viveva la stessa di prima, solamente in un altro luogo. Pierre si rese conto che delle tre regole principali della massoneria non osservava quella che prescriveva ad ogni massone una vita moralmente impeccabile e che dei sette aspetti della virtù non ne possedeva due: la buona indole e l’amore per la morte. Si consolava con il fatto, che tuttavia stesse praticando l’altra regola, quella del miglioramento della specie umana e l’altra virtù, quella della generosità verso il prossimo.
Nella primavera 1807 Pierre decise di tornare a San Pietroburgo. Sulla strada del ritorno volle visitare tutte le sue tenute e verificare personalmente quanto delle sue istruzioni fosse stato realizzato e in che condizioni adesso si trovasse quella gente affidatagli dal buon Dio e che lui si sforzava di beneficare. L’amministratore principale, che considerava i progetti del giovane conte insensati e negativi per lui, per sé stesso e per i contadini, cercò soluzioni di compromesso. Data l’impossibilità di continuare nella liberazione dei servi della gleba, ordinò la costruzione in tutte le tenute di edifici scolastici, ospedali e ospizi. Per la visita del padrone organizzò gl’incontri non con solenne sfarzosità, che sapeva non sarebbe andata a genio a Pierre, ma con il tono di religiosa beneficenza e la tradizionale offerta di pane e sale, che intuiva, conoscendolo, avrebbero dovuto aver effetto, e illuderlo.
Il venticello primaverile di giugno, i rapidi, tranquilli viaggi in carrozza, le strade libere, rallegrarono Pierre. Le tenute che non aveva ancora visitato erano diverse l’una dall’altra. Dappertutto la gente dimostrava commovente riconoscenza all’ammistratore generale ed al benefattore per la sua generosità. Quegli incontri lo imbarazzavano ma erano anche fonte di soddisfazione.
In un luogo i contadini lo accolsero con la consegna del pane e del sale, con le immagini di Pietro e Paolo, l’invocazione dell’intercessione dei santi Pietro e Paolo in suo onore, espressioni d’affetto e riconoscenza per la sua generosità, l’intenzione di dedicargli un altare in chiesa. In un altro luogo gli andarono incontro mamme con bambini lattanti per ringraziarlo di averle liberate dal lavoro pesante. In una terza tenuta incontrò un prete con la croce, circondato di bambini, ai quali insegnò alfabeto e religione in presenza del benevolente conte. In tutte le proprietà Pierre poté vedere con i suoi occhi o il piano di costruzione o già tracciati i muri di ospedali, scuole, ospizi, che sarebbero stati aperti in tempi brevi. Ovunque Pierre prese visione di rapporti di corvées più leggere che in passato e ascoltò messaggi di riconoscenza da parte di deputazioni di contadini in grigi caffettani.
Pierre non sapeva che là, dove dove gli fu offerto pane e sale e dedicato un altare di Pietro e Paolo, si stava svolgendo la fiera dei commercianti nel giorno di Pietro, che venivano da sempre alzati altari a ricchi contadini e che nove decimi di quei contadini erano devastatori della campagna. Non sapeva che le puerpere, mandate a presentare i loro bambini al proprietario, avrebbero ripreso i pesanti lavori nella seconda parte della loro giornata. Non sapeva che il prete, che gli era venuto incontro con la croce, opprimeva i contadini con le sue richieste di contributi, che la presentazione del gruppo di scolari era stata combinata e che la maggior parte dei soldi erano stati incettati dai genitori. Non sapeva che i muri pianificati per costruire gli edifici per i lavoratori e ridurre le corvées, esistevano solo sulla carta. Non sapeva che là, dove l’amministratore gli mostrava sui libri la riduzione, conformemente alla sua volontà, di un terzo delle corvées, l’obbligo di prestarle era stato aumentato della metà. Pierre, tornato dalla sua visita alle proprietà pieno di soddisfazione e di sentimenti filantropici, scrisse una lettera entusiasta al suo fratello-precettore, che chiamava Grande Maestro.
“Com’è facile, così poco è lo sforzo che occorre, per fare così tanto bene” pensava Pierre “e non ho dovuto nemmeno preoccuparmi!”
Era felice di manifestargli riconoscenza, ma si vergognava di ammetterla. Quella riconoscenza lo faceva riflettere a quanto di più grande la sua appartenenza lo chiamasse a fare per quelle magnanime, buone persone.
L’amministratore, un tipo scaltro e perfido, aveva capito perfettamente che il conte era ingenuo e giocando con lui, come fosse un giocattolo, intuiva le azioni da predisporre, che dovevano essere accettate da Pierre ed energicamente vi si opponeva argomentando la loro impossibilità o addirittura la loro inutilità per i contadini, i quali sarebbero stati molto più contenti senza di esse. Pierre nell’intimo concordava con l’amministratore che fosse difficile immaginarsi gente più felice e che Dio sapeva cosa loro si aspettassero; ma Pierre, benché di malavoglia, insisteva su quanto riteneva fosse giusto. L’amministratore prometteva d’impegnarsi al massimo nella realizzazione della volontà del conte, chiaramente comprendendo, che il conte non sarebbe mai stato in grado di controllargli non solo i ricavi ottenuti da boschi, tenute e riscatti consortili e nemmeno avrebbe mai chiesto né saputo a che punto fossero le costruzioni, quanto lavoro prestassero i contadini, quanto denaro o altro conferissero, che era poi tutto quanto fossero in grado di dare.

XI

Pierre, tornando felice dal suo viaggio nel sud, realizzò il desiderio, che aveva da tempo, di visitare il suo amico Bolkonski, che non aveva più incontrato da due anni.
Nell’ultima tappa venne a sapere che il Principe Andrea non viveva a Lisi Gorax, ma nella sua nuova separata tenuta. Boguciav giaceva in un territorio poco attraente, piatto, dove prati s’alternavano a boschi, parzialmente sfruttati, d’abeti e betulle. La dimora signorile si trovava direttamente al termine di un villaggio disposto ai lati di una larga strada, presso uno stagno scavato da poco, colmo d’acqua e con le sponde coperte d’erba, circondato da alcuni grossi abeti. L’aia, le stalle, un magazzino, i bagni turchi e una grande casa in muratura con la prominente facciata, ancora in costruzione, componevano la dimora signorile. Attorno alla dimora di recente era stato costruito un giardino. Recinzioni e portone erano solidi e nuovi; sotto una tettoia si vedevano tubazioni e serbatoio antincendio verniciati con colore verde; i viottoli erano diritti, i ponti solidi e provvisti di ringhiere. Ogni particolare rivelava cura padronale. Alla domanda dove vivesse il principe, veniva indicato il piccolo, nuovo magazzino situato presso lo stagno. Il vecchio zio di Andrea, Antonio, aiutò Pierre a scendere dalla carrozza, gli disse che il principe era in casa e lo accompagnò nella piccola, ordinata anticamera. Pierre fu colpito dalla semplicità della piccola, benché linda abitazione, ricordando in che brillanti condizioni fosse vissuto il suo amico a San Pietroburgo. Pierre passò in fretta in una piccola sala con le pareti non intonacate, odorosa di pino, e avrebbe voluto proseguire ma Antonio lo precedette a piccoli passi per bussare a una porta.
-“Chi è?” si sentì una voce tagliente, dura.
-“Ospite” rispose Antonio.
-“Fallo aspettare” e si sentì il rumore di una sedia spostata.
Pierre s’accostò alla porta e si trovò di fronte il viso accigliato e invecchiato del principe Andrea. Pierre lo abbracciò e, levatosi gli occhiali, lo baciò sulle guance e lo squadrò.
-“Che sorpresa, è un piacere” esclamò il principe Andrea. Pierre taceva; meravigliato, non toglieva lo sguardo dal suo amico. Lo sorprendeva il cambiamento intervenuto nel comportamento del principe. Le parole erano affettuose, le labbra accennavano un sorriso, ma lo sguardo era spento, opaco, benché fosse evidente il suo desiderio di ridargli espressione. Non lo colpiva il fatto che fosse dimagrito, fosse divenuto più pallido e deperito, ma quella piega delle labbra, che rivelava un’ afflizione. Un’espressione che Pierre non gli conosceva e che lo sconcertava. Quando ci si rivede dopo molto tempo accade sempre che si discuta senza ordine; anch’essi ponevano domande, e rispondevano brevemente, su cose risapute, di cui non era necessario parlare a lungo. Poi, a poco a poco, affiorarono i particolari e le risposte alle domande sul passato e sul futuro, sui viaggi di Pierre, sulle sue proprietà, sulla guerra ecc. La profondità e l’avvilimento, che Pierre osservava nello sguardo del principe, si leggevano più intensi nel sorriso con cui egli ascoltava Pierre parlare con entusiasmo del passato e dell’avvenire. Per quanto si sforzasse, il principe Andrea non riusciva a interessarsi ai discorsi dell’amico. Pierre cominciò a rendersi conto che fervore, sogni, speranze e propositi di bene operare, erano privi di senso per il principe Andrea. Ora si vergognava d’esibire tutti i suoi
nuovi sentimenti massonici e, in particolare, la sua metamorfosi e l’entusiasmo conferitogli dal suo viaggio.
Si trattenne, temendo di apparire ingenuo; desiderava, invece, dimostrare al suo amico che adesso lui era tutto un altro Pierre, da quello di San Pietroburgo.
“Non riesco a spiegarvi come io sia lontano da quei tempi. Non me lo spiego nemmeno a me stesso”
«Anch’io sono molto, molto cambiato da quei tempi” osservò il principe Andrea.
“E voi” domandò Pierre “che piani avete?”
“Piani?” bruscamente ripeté il principe “i miei piani? come se il significato di quella parola gli sfuggisse “come vedete, sto costruendo, spero di traslocare completamente l’anno prossimo…”
Pierre tacque, attentamente osservando il viso invec-chiato di Andrea.
“Stavo solo domandando…” disse Pierre, ma il principe Andrea ripeté:
“Parlavo con me stesso…raccontami, raccontami del tuo viaggio, di tutto ciò che hai fatto nelle tue proprietà”.
Pierre cominciò a esporre le sue misure nelle sue tenute, cercando di celare, per quanto possibile, la soddisfazione che aveva provato nell’adottarle. Il principe Andrea ogni tanto suggeriva a Pierre di andare avanti più spedito, come se ciò che stava raccontando fosse storia vecchia e conosciuta, non solo poco interessante, ma perfino tale da doversene vergognare. Pierre, imbarazzato dal comportamento dell’amico, tacque.
“Beh, come vedi, amico mio” disse il principe, anch’egli a disagio con l’ospite “sto bivaccando qui, sono venuto solo a controllare. Torno da mia sorella. Ti accompagno da lei. Mi sembra che ti conosca.» e aggiunse evidentemente desideroso di liberarsene: “Ci andiamo dopo pranzo. Nel frattempo t’interessa visitare la mia tenuta?” Uscirono e prima di mangiare, continuarono a parlare di novità politiche e conoscenti comuni, come conversano persone in relazioni poco intime. Leggermente più animato e interessato il principe Andrea illustrò i miglioramenti e le nuove costruzioni, ma a metà del discorso, sul cantiere dove mostrava le future modifiche alla casa, egli s’interruppe. Del resto, tutto quanto sembrava a questo punto privo d’interesse. Durante il pranzo la discussione s’orientò sul matrimonio di Pierre.
“L’ho sempre saputo, come sarebbe andata a finire” affermò il principe Andrea.
Pierre arrossì, come sempre gli accadeva con quell’argomento.
«Un giorno vi racconto come tutto è cominciato. Ma voi sapete come finì, e per sempre”
“Per sempre?” osservò il principe “il futuro non lo sa nessuno”
“Ma sapete come tutto quanto finì? Avete saputo del duello?”
“Sì, lo facesti e ti salvasti.”
“Grazie a Dio e lo ringrazio anche di non aver ucciso quel tipo” disse Pierre.
“Perché?” affermò Andrea “ammazzare un cane rabbioso è perfino un’ottima cosa.
“No, uccidere una persona non è una buona cosa, è un’ingiustizia…”
“Perché sarebbe un’ingiustizia?” interruppe il principe-“giudicare se giusto o ingiusto non è dato alla gente. La gente si è eternamente sbagliata e si sbaglierà e mai così tanto come ritiene di saper decidere fra giusto e ingiusto.”
“Ingiusto” obiettò Pierre “è fare del male agli altri» rallegrato dal fatto che, per la prima volta dal suo arrivo, il principe Andrea reagisse e cominciasse a parlare; avrebbe voluto descrivere la sua metamorfosi.
“E chi ti ha detto cosa sia il male per un altro individuo?”
“Il male? il male?” esclamò Pierre “tutti sappiamo cosa sia il male”
“Sì, noi sappiamo, ma il male, che conosco io, non posso farlo a un altra persona” il principe s’andava infervorando nel tentativo di spiegare a Pierre il proprio nuovo modo di vedere le cose. Parlava in francese:
“Nella vita non conosco che mali ben reali: il rimorso e la malattia. L’assenza di questi mali è l’unico bene! Vivere cercando d’evitare quei due guai, ecco per me cosa significa la saggezza”.
«E l’amore per il prossimo e la generosità?” intervenne Pierre “No, non posso essere d’accordo con voi! Esistere e non fare il male per non doversi pentire, è poco. Vissi in quel modo, vissi per me stesso e rovinai la mia vita. Io solo adesso, che vivo, o almeno mi sforzo (si corresse modestamente Pierre) di vivere per gli altri, solo adesso capisco cosa significa essere felici. No, non sono d’accordo con voi, perché non pensate quel che dite.”
Il principe Andrea rivolse a Pierre un sorriso beffardo.
«Devi incotrare mia sorella Maria. Con lei andrai d’accordo”
Può darsi che tu abbia ragione.” Aggiunse il principe, dopo una breve pausa “ma ognuno vive a suo modo; tu hai vissuto per te stesso e dici, che quasi ti rovinasti la vita, io ero felice solo quando vivevo per gli altri. Ma sperimentai il contrario. Vivevo per la gloria. (Cos’è la gloria? Amore di sé, desiderio d’azione, desiderio di essere applaudito). Questo fu il mio modo di vivere per gli altri e quasi completamente mi rovinai la vita. Poi mi calmai ed ora vivo da solo”.
“E come vivete da solo?” domandò accalorandosi Pierre “e il figlio, la sorella, il padre?”
“Sì, c’è tutto questo” spiegò il principe Andrea “gli altri, il prossimo, come lo chiamate voi e mia sorella, quello è la fonte principale degli errori e del male. Il prossimo, le prochain, è il tuo servo della gleba al quale vorresti
fare del bene.”
E rivolse a Pierre uno sguardo beffardamente provocatorio. Evidentemente cercava di stuzzicare Pierre.
«Scherzate” disse Pierre che si stava sempre più animando, “Per quanto vi possano essere errori o male in quel che ho desiderato fare (ben poco e stupidamente) ho desiderato fare il bene, e l’ho magari fatto a qualcuno. Come può non essere male il fatto che gente infelice, i nostri contadini, persone come noi, come me, crescano e muoiano conoscendo di Dio e della verità nient’altro che immagini e incomprensibili preghiere e vengano illusi di essere ricompensati nella vita eterna? Come può essere sbagliato dare medicine, ospedali e ospizi a gente che muore di malattia senza aiuto, quando sia così facile materialmente farlo? E non è cosa comprensibilmente buona dare riposo e un po’ di libertà alle madri contadine ed ai loro figli, che non hanno pace né di giorno né di notte?. Così parlò Pierre, concitatamente.
«E questo feci, magari male, forsefu poco, ma lo feci, e non mi potete convincere non solo che non abbia agito bene, ma anche che voi stesso non ci abbiate pensato.”
“Soprattutto” concluse Pierre “so, e lo so veramente, che compiere quel bene è la sola soddisfazione della vita.”
“Sì” disse il principe Andrea “a meno che non si ponga la domanda se non sia un’altra faccenda. Io costruisco una casa, un giardino, tu ospedali. E questo e altro serve per ammazzare il tempo. Ma cosa sia giusto e buono lasciamolo giudicare a chi sa tutto, non a noi. Però se ti piace discutere” aggiunse “fai pure”. E si alzarono da tavola per andare a sedersi sul balcone.
“Allora, discutiamo” disse il principe “ parlavi della scuola» proseguì enumerando “istruzione ecc., significa che vorresti toglierlo” e indicò un contadino che passava dinnanzi a loro togliendosi il berretto “dalla sua condizione animale e conferirgli una moralità. A me sembra che l’unica felicità possibile sia quell’animalità che tu vorresti togliergli. Io lo invidio, tu vorresti dargli una coscienza ma non gli dai la mia anima, i miei sentimenti e nemmeno i miei mezzi. Inoltre parli di alleggerire il suo lavoro. A mio parere il lavoro fisico è per lui una necessità, una condizione esistenziale come per te e per me il lavoro intellettuale. Tu non puoi non rifletterci. Io dopo tre ore di sonno mi sveglio, non riesco a riaddormentarmi, mi giro e rigiro nel letto fino al mattino e penso, non posso non pensare, che non vorrà arare né falciare; inoltre che andrà all’osteria o si darà malato. Così come io morirei in qualche settimana se mi caricassi del suo lavoro fisico, lui, assunto il mio apatico modo di vivere, ingrasserebbe e creperebbe. Terzo, cos’avevi detto?”
Il principe Andrea era arrivato al terzo dito della conta.
“Ah, sì. Ospedali, medicine. Ha preso un colpo, sta morendo, tu lo soccorri, lo guarisci, lo storpio va avanti una decina d’anni, fin che crepa di spossatezza. Di gran lunga sarebbe più semplice che morisse. Altri ne nascono, tanti. A meno che ti rincresca di perdere un lavoratore, che consideri uno dei migliori e che desideri curarlo perché gli vuoi bene. A lui questo non occorre. Perché nella sua immaginazione la medicina non ha mai guarito nessuno…anzi, ammazzato – ecco! Disse, voltando astiosamente le spalle a Pierre.
Il principe Andrea manifestava il suo pensiero così chiaramente da far capire che non aveva dubbi e parlava in fretta e limpidamente come una persona di poche parole. Il suo sguardo sottolineava il pessimismo delle sue opinioni.
«Ah, ma è orribile, orribile! esclamò Pierre -”non posso concepire che si possa vivere con simili pensieri. Non so come descrivere quel tempo, nemmeno molto lontano, in cui nelle strade di Mosca scesi a tale livello da fare schifo a tutti ed ancor maggiormente a me stesso. Non mangiavo, non mi lavavo…allora, mentre voi…
“Per quale ragione non lavarsi, non sta bene” osservò il principe Andrea “Al contrario, bisogna sforzarsi di vivere nel modo più piacevole possibile. Io vivo così senza pentirmene, naturalmente per riuscirci bisogna non lottare con nessuno e accettare la morte.
“Ma dove trovi motivazioni per vivere? Con quei pensieri starai sempre seduto senza muoverti, senza nulla intraprendere…”
“Così non si può vivere in pace. Io sarei contento di non fare nulla, poi ecco che da un lato il ceto nobiliare mi conferisce onori e stellette; di cui io mi sforzai di sbarazzarmi. Essi non possono capire che non me ne importa nulla, che non mi occorrono, che non so che farmene di quell’aria di falso bonaccione che hanno loro. Questa è la ragione per cui costruisco questa casa, che sarà il mio angolo, dove potrò stare tranquillo. Attualmente sono un milite irregolare.”
“Perché non servite più nell’armata?”
“Dopo Austerlitz!” esclamò rabbuiandosi il principe Andrea “lo ringrazio, ma ho giurato che non servirò più nell’attuale esercito russo. E non lo farò. Nemmeno se Napoleone dovesse arrivare a Smolensk, minacciando Lisi Gorax, mi arruolerei nell’armata russa. Beh! Ti ho detto tutto, riposiamoci” e concluse il principe: “Attualmente il babbo comanda il terzo settore e l’unico modo per evitare la chiamata è stare con lui”
“Dunque vi arruolate?”
“Mi arruolo” rispose dopo una breve esitazione.
“Perché vi arruolate?”
“Ecco perché. Mio padre è uno dei più straordinari uomini del suo secolo. Ma sta invecchiando, non è implacabile ma ha un carattere estremamente fattivo. È abituato ad esercitare un illimitato potere e adesso il sovrano gli ha dato questo potere nominandolo comandante generale delle truppe irregolari. Se due settimane fa fossi arrivato due ore più tardi avrebbe fatto impiccare il verbalizzante di Iuxnov” spiegò sorridendo il principe Andrea. «Per questo mi arruolo, perché nessun altro può influenzare il babbo e io posso evitare faccia errori di cui in seguito debba pentirsi”.
“E allora ecco che anche voi…”
“Sì, ma non è come intendete voi” continuò il principe “non ho fatto alcun favore e non ne farò a quel mascalzone d’un verbalizzante che aveva rubato gli stivali a un soldato; io l’avrei visto volentieri impiccato, ma mi spiaceva più per il babbo che per me.
Il principe Andrea andava sempre più rianimandosi. Il suo sguardo luccicava febbrilmente mentre si sforzava di dimostrare a Pierre che le sue azioni non erano mai state ispirate dal desiderio di giovare al prossimo.
“Allora, ecco di cosa vuoi liberare il contadino” continuò il principe Andrea. “è una cosa molto buona, ma non per te (tu, io penso, non farai frustare nessuno e non manderai nessuno in Siberia) ma nemmeno per il contadino. Se non li colpisci, frusti o mandi in Siberia, può capitargli anche di peggio. In Siberia può continuare a vivere da quell’animale che è e se le ferite si rimarginano sarà così felice come prima. Ne avrebbe bisogno quella gente che non ha nessuna moralità e che a furia di pentirsi e reprimere i propri pentimenti s’indurisce talmente da poter giustiziare il giusto e l’ingiusto. Ecco chi detesto e dai quali vorrei liberare il contadino. Tu forse non hai visto, io invece ho visto, come gente buona, usando un potere illimitato acquisito negli anni, possa compiere crudeltà, infliggere ferite, consapevolmente, incapace di fermarsi, ed essere sempre più infelice.
Parlava con così tanta passione, che Pierre involontariamente pensò che il principe Andrea si riferisse a suo padre. Non aprì bocca.
«”Ecco con chi e con cosa simpatizzo: la dignità della persona umana, il suo equilibrio, la correttezza; non provo compassione per chi merita frustate e deportazione”.
“No, assolutamente no, mai potrò essere d’accordo con voi” esclamò Pierre.

XII

La sera il principe Andrea e Pierre andarono a Lisi Gorax in carrozza. Il principe Andrea di tanto in tanto rompeva il silenzio con discorsi tendenti a dimostrare che fosse d’ottimo umore.
Gli parlava, indicando i campi, dei suoi miglioramenti economici.
Pierre, ombroso, borbottava monosillabi e pareva immerso nei suoi pensieri.
Pierre pensava che il principe Andrea fosse infelice, sbagliasse, non conoscesse le verità del mondo e che lui,
Pierre, dovesse andargli incontro, illuminarlo ed elevarlo. Ma mentre stava preparando il suo discorso, Pierre ebbe la sensazione che il principe Andrea avrebbe lasciato cadere ogni parola, ogni argomento della sua delicata sacra dottrina e si trattenne dal cominciare, nel timore potesse essere considerata ridicola.
«No, per quale ragione avete quei pensieri” cominciò Pierre, improvvisamente, alzando il capo e fissando Andrea “Non dovreste pensare in quel modo!”
“Di che cosa?” domandò meravigliato il principe.
“Della vita, della condizione umana. Non può essere così. Anch’io pensavo in quel modo, mi sono salvato, lo sapete? La massoneria. No, non sorridete. La massoneria non è una setta religiosa o un rito, è la migliore, unica, espressione dei migliori aspetti della personalità umana.»
Pierre cominciò ad esporre il suo concetto della massoneria al principe Andrea.
La massoneria, disse Pierre, era la dottrina del cristianesimo liberatrice dalle catene degli oppressori e dei chierici; la dottrina della libertà, della fraternità e dell’amore.
“Solo la nostra sacra fraternità conferisce pensieri positivi per la vita; tutto il resto è sogno. Voi comprendete, amico mio, che fuori da questa comunità tutto quanto vien fatto è ingannevole e io sono d’accordo con voi, che a una intelligente e buona persona non rimane altro che, come a voi, che trascorrere la vita sforzandosi di non nuocere agli altri. Ma accogliete la nostra profonda fede, aderite alla nostra fraternità, siate dei nostri, consentite di essere guidato, sentirete subito, come io stesso sentii, di far parte di un grande, invisibile spazio, aperto sui cieli.”
Il Principe Andrea ascoltava in silenzio, lo sguardo altrove. Capitava chiedesse a Pierre di ripetere parole che non aveva sentito bene a causa del rumore della carrozza.
Ma dagli occhi particolarmente accesi e dal silenzio del principe Andrea Pierre intuì che le sue parole non erano perse, che il principe non lo avrebbe interrotto e nemmeno deriso.
Erano arrivati ad un corso d’acqua che bisognava traghettare. Scesero sul traghetto intanto che vi saliva la carrozza.
Il principe Andrea, appoggiato al parapetto, a lungo contemplò, in silenzio, lo spettacolo del sole che stava tramontando.
“E allora cosa pensate di tutto questo” chiese Pierre “perché tacete?”
“Cosa penso? Ti ho ascoltato. Tutto lì.” Disse il principe. “Ma tu dici: aderisci alla nostra fraternità e noi t’indichiamo gli scopi della vita, il destino dell’uomo e le leggi che reggono il mondo. Chi siete voi? – persone. Come fate a sapere tutto? Come mai io non vedo quel che vedete voi? Voi vedete sulla terra il regno della bontà e della verità, io non lo vedo.”
Pierre lo interruppe e domandò:
“Credete in un’altra vita?”
“Un’altra vita?” ripeté il principe, ma Pierre non gli lasciò il tempo di continuare e prese quella risposta per una negazione, a maggior ragione perché sapeva che il principe dubitava dell’esistenza di Dio.
“Dite che non potete concepire il regno della bontà e della verità sulla terra. Io non la vedevo; e non la vede nessuno che concepisca la nostra vita come la fine di tutto. Sulla terra, intendo proprio questa terra (Pierre indicò la pianura) non c’è verità, tutto è menzogna e male; ma quel mondo è il regno della verità e noi che adesso siamo figli della terra, saremo in eterno figli del regno. Forse non sento io di essere parte di quell’immenso, armonioso, insieme? Forse non sento io di essere in quell’infinita essenza della divinità, chiamatela pure forza suprema, un sia pure infimo elemento? Se vedo, vedo chiaramente quella scala che conduce dalla natura all’uomo, per quale ragione posso supporre che quella scala, della quale non vedo in basso dove comincia, si confonda fra le piante? Per quale ragione devo supporre che quella scala s’interrompa e non conduca sempre più in alto verso l’essere supremo? Io sento non solo che non scomparirò, come non scompare alcuna cosa nel mondo, ma che esisterò sempre e sono sempre esistito. Sento, inoltre, vivere lo spirito sopra di me e che la verità esiste in questo mondo.”
“Sì, questa è la dottrina di Herder” disse il principe Andrea “ma non mi convince, amico mio, mi convince invece la vita e la morte, ecco cosa mi persuade. Mi convince il fatto che l`essere che ti è caro, con il quale ti sei legato, con il quale sei stato ingiusto e, pentito, vorresti discolparti ( il principe abbassò il capo) ìmprovvisamente si ammala, soffre e perisce…perché? Non può esserci una spiegazione. Io credo a ciò che vedo…Ecco quel che mi convince, ecco quel che mi ha convinto!”
“Certo” obiettò Pierre “ma non è la stessa cosa di cui ho parlato”
“No, io non intendevo parlare della vita eterna, ma di quando vivi mano nella mano con una persona e improvvisamente questa persona scompare là nel nulla e tu rimani davanti al baratro a guardare di là. E io sono rimasto a guardare…”
“Così è! Sapete cosa c’è là e chi c’è? Là c’è la nuova vita e chi c’è? c’è Dio”.
Il principe Andrea non rispose. Carrozza e cavalli erano pronti da un pezzo sull’altra riva, all’orizzonte il sole era quasi tramontato, le nebbie della sera velavano già le luci del traghetto; Pierre e Andrea, appoggiati al 

parapetto continuavano a discorrere, meravigliando
lacché, cocchieri e traghettatori.
“Se Dio esiste ed esiste la futura vita, allora esiste la verità, esiste la virtù e il bene supremo dell’uomo consiste nello sforzo di realizzarla. Bisogna vivere amando e credendo, non in questo brandello di terra ma per la vita eterna, lassù, dove c’è il tutto (Pierre indicò il cielo)
Il principe Andrea, in piedi, appoggiato al parapetto, ascoltava Pierre, contemplando il rosseggiante crepuscolo. Pierre tacque. Il traghetto aveva da tempo attraccato e nel silenzio della sera si udivano solo il leggero sciaquio dell’onda e il debole tocco della chiglia del traghetto sul fondo della sponda. Sembrò al principe Andrea che il mormorio delle onde volesse dire: “Giusto! credici!”
Il principe Andrea sospirò e rivolse un lucido, infantile, tenero sguardo all’amico, rosso in viso per l’ardore del discorso, ma timidamente felice del suo trionfo.
«Sì, così dovrebbe essere! Però adesso andiamo a sederci” aggiunse il principe Andrea e, scendendo dal traghetto, alzò gli occhi al cielo, il cielo che gli aveva indicato Pierre, il cielo che per la prima volta dopo Austerlitz guardava, immenso, eterno, come gli era apparso giacendo moribondo sul campo; il cielo che da tanto tempo aveva preferito dimenticare e che ora improvvisamente illuminava la sua anima. Andrea sentiva di aver sempre avuto nell’anima il senso di quella sparizione, di quella mancanza che ora di colpo si manifestava nel suo spirito. Rivedere Pierre significava per Andrea cominciare un periodo di nuova vita spirituale.

XIII

Era già quasi notte quando Andrea e Pierre varcarono il grande portone della casa di Lisi Gorax. Mentre stavano entrando il principe attrasse con un sorriso l’attenzione di Pierre sul disordine che regnava sul piazzale. Una vecchietta curva con una bisaccia sulle spalle e un ometto dai lunghi capelli, vestito di nero, vista entrare la carrozza, s’affrettarono a nascondersi dietro il portone. S’aggiunsero due donne e le quattro persone corsero sul piazzale guardando spaventate la carrozza.
«Sono “Uomini di Dio” spiegò il principe Andrea “chiesero di essere ricevuti dal babbo. È l’unica cosa che non gli ha confessato: lui aveva ordinato di cacciarli e lei li ammette.”
“Chi sono questi “Uomini di Dio?” domandò Pierre.
Il principe non fece in tempo a rispondergli. I servitori gli erano venuti incontro e lui volle sapere dove fosse il vecchio principe e quando sarebbe tornato.
Il vecchio principe era in viaggio e lo attendevano da un minuto all’altro. Il principe Andrea accompagnò Pierre nella parte della casa che il padre, con l’abituale coscienziosità, gli aveva assegnato e andò dal bambino.
«Andiamo da mia sorella” disse Andrea, tornato da Pierre “non l’ho ancora vista, adesso usa appartarsi con i suoi “Figli di Dio. È veramente curioso!”
“Cosa significa “Figli di Dio”? domandò Pierre.
“Ora vedrai.”
La principessa Maria si emozionò e arrossì quando inaspettatamente vide entrare i due amici. Nella sua ampia camera, con le icone illuminate dalle lampade, sul divano, al samovar sedeva, accanto a lei, un giovane monaco dal lungo naso e lunghi capelli. Nella poltrona accanto sedeva una vecchietta incartapecorita dal mansueto visetto infantile.
«André, perché non mi avete avvisata?” rimproverò con mitezza la principessa Maria a Pierre, rizzandosi come una chioccia davanti ai suoi pulcini.
“Mi fa piacere vedervi” disse a Pierre mentre lui le baciava la mano. L’aveva conosciuto bambino, la sua attuale amicizia con Andrea, la conoscenza che aveva delle sue disgrazie con la moglie e, soprattutto, il suo buono, semplice, atteggiamento glielo rendeva simpatico. Gli occhi, belli e lucenti, della principessa sembravano volergli dire: “Io vi voglio molto bene, ma, vi prego, non disprezzate i miei protetti”. Scambiate le prime frasi di saluto, si sedettero.
“Ah, c’è qui l’Ivanuccia” constatò Andrea, rivolgendo un sorriso al giovane monaco.
“André!” protestò la principessa Maria.
« Dovete sapere che è una donna” disse il principe Andrea a Pierre.
“André, nel nome di Dio” implorò la principessa.
Era evidente che il beffardo atteggiamento del principe Andrea verso i pellegrini e il vano tentativo di difenderli della principessa, erano aspetti di un consolidato attrito fra i due fratelli.
“Ma, amica mia, dovreste essermi riconoscente per la spiegazione, che ho dato a Pierre, della vostra intimità con questo giovane uomo.”
“Veramente?” disse Pierre, mostrando interesse e compostezza (di questo atteggiamento gli fu molto grata la principessa) esaminando attraverso le sue spesse lenti il viso di Ivanuccio. Costui, capito che il discorso lo concerneva, li guardava nient’affatto intimidito, anzi con una certa malizia. La principessa Maria non aveva motivo di sentirsi imbarazzata dalla presenza dei suoi protetti. La vecchietta, gli occhi abbassati, guardando di sbieco i nuovi venuti, girata verso l’alto la tazza sul piattino e sgranocchiando una zolletta di zucchero, rimase tranquillamente seduta in attesa che le fosse versato ancora del tè. Ivanuccio, sbirciava i due giovani con i suoi furbi, femminei, occhi.
“Siete stata a Kiev?” domandò alla vecchietta il principe Andrea.
“Ci fui, paparino” rispose la petulante vecchietta, «lo stesso Natale in cui fu svelato il celeste segreto. Adesso sto in Koliasina, grazie ad un alto intervento…”
“Capisco. E tu, Ivanuccio, che fai?”
“Io vado da solo” spiegò intimorito, a bassa voce, Ivanuccio “mi sono fermato solo a Juxnov dalla Pelagheska”
La Pelagheska interruppe il suo compagno; a lei, evidentemente, interessava raccontare quel che aveva visto.
“A Koliasina, paparino, c’è una grande rivelazione”
“Avete trovato ancora altre ossa?” domandò il principe Andrea.
“Basta, Andrea” disse la principessa Maria “ e tu non raccontare.”
“E perché, mammina, non raccontare? Io lo amo. È buono. Dio lo rimeriti, lui mi diede, il benefattore, dieci rubli, mi ricordo. Quando ero a Kiev mi parla Cirillo, il veggente, vero figlio di Dio, camminava scalzo d’inverno e d’estate.
Perché giri qui, non è il tuo posto, vai a Koliasina, là vedrai un’icona miracolosa della santissima Vergine madre di Dio. A quelle parole lo saluto e vengo…”
Tacevano tutti, solo la pellegrina parlava scandendo le parole e misurando il fiato.
«Arrivo, paparino mio, vado davanti al popolo e dico: guardate le lacrime che fa cadere la divina provvidenza sulle guance della santissima Vergine madre di Dio…”
“Beh, va bene, bene, vai avanti dopo” la interruppe arrossendo la principessa Maria.
“Permettete che le domandi” intervenne Pierre “tu stessa la vedesti?”
“Sicuro, com’è vero che sono qui. Le splendea sul viso la luce del cielo e come scendevano le lacrime sulle guance, come lacrimava…”
“Potrebbe essere un inganno” osservò Pierre ingenuamente, scrutando attentamente la pellegrina.
“Ma cosa dici, paparino» esclamò sdegnata la Pelageska chiedendo soccorso alla principessa Maria.
“Così s’inganna il popolo” ripeté Pierre.
“Nostro signore Gesù Cristo” disse facendosi il segno della croce la pellegrina. “oh, non dite queste cose. Parlate come l’ anarchico miscredente che diceva “I monaci ingannano”, sì, così parlò, e diventò cieco. E vidi in sogno che andava da lui la mammina Pecerskaia e gli dice: « Riconoscimi e ti guarirò.” Ecco cosa bisogna desiderare: andare con lei. Io ti dico la verità, io la vidi. Mi abbandonai ciecamente, direttamente, a lei: venne, s’inginocchiò e dice: “Guarisci! Abbandonati, e così tutti i sudditi dello zar. Io stessa la vidi, paparino, stella splendente più di una pietra preziosa. Il cieco ha riacquistato la vista! Tre volte così parlò. Dio è giusto!” la pellegrina terminò la sua predica con uno sguardo ammonitore per Pierre.
“Che immagine aveva la stella che vi è apparsa?” domandò Pierre.
“di generali o comari?” aggiunse sorridendo Andrea.
La Pelageska impallidì e alzò di scatto le mani in alto.
«Padre, paparino, stai peccando! Pensa a tuo figlio!” protestò e da pallida ch’era diventò paonazza.
“Paparino, Dio ti perdoni quel che hai detto” supplicò la vecchietta facendosi il segno della croce“Signore, perdonalo”. Poi si rivolse alla principessa Maria: “Mammina, cosa sta succedendo?”.
La principessa si era alzata, era sul punto di piangere, cercava qualcosa nella sua borsetta. Era evidente che soffriva e la domanda le era dispiaciuta, che si vergognava di fare beneficenza in casa, dove era stato possibile parlare in quel modo e poi le dispiaceva dover, d’ora in poi, rinunciare a servirsene per quello scopo.
“Ma infine” disse la principessa Maria “cosa volete? Per quale ragione siete venuto da me?”
“Per l’amor di Dio, stavo scherzando, Pelagheska! Principessa, parola d’onore non ho inteso offenderla, solo quello. Non hai pensato che potessi scherzare” disse Pierre, sorridendo bonariamente e cercando di rimediare al suo errore. La Pelagheska continuava a diffidare, ma il viso di Pierre esprimeva un tale innocente pentimento e il principe Andrea guardava un po’ lei, un po’ Pierre, cone tale mansueta serietà, che la vecchietta si calmò.

XIV

La pellegrina, calmatasi, riprese a parlare e raccontò a lungo del padre Amfiloxia che era così santo che le sue deboli mani erano profumate e di quando monaci conosciuti nel suo ultimo viaggio a Kiev le ebbero date le chiavi della sua grotta e tenuto un biscotto per lei ne portò due nelle grotte agli eremiti. «Prego con un uno, poi vado a venerare l’altro. Mi riposo e di nuovo continuo a viaggiare; ed era di una tale bellezza, mammina, nel silenzio che non desideravo altro che la luce di Dio”.
Pierre l’ascoltava attentamente e seriamente. Andrea uscì dalla stanza. Dopo di lui, lasciando i figli di Dio a bere il tè, uscì anche la principessa Maria accompagnando Pierre nella sala di ricevimento.
“Voi siete molto buono” gli disse la principessa.
“Ahimè, veramente non pensavo di offenderla, io apprezzo molto quei sentimenti”
La principessa Maria tacque, lo guardò e gli sorrise con dolcezza.
“Sapete che vi conosco da sempre e vi amo come un fratello” poi in fretta, senza dargli il tempo di dire qualcosa in risposta alle sue affettuose parole, gli domandò “Come avete trovato Andrea? Mi sta preoccupando molto. La sua salute migliorò molto in inverno, ma la scorsa primavera la sua ferita si aprì e il dottore disse che bisognava curarla. Temo sia molto giù di morale. Non ha il carattere che abbiamo noi donne, che ci permette di sopportare e sfogare con il pianto i nostri dolori. Li conserva dentro di sé. Oggi sembra allegro e vivace; il vostro arrivo può avere quest’effetto: ma accade di rado. Se poteste convincerlo ad andare all’estero! Lui ha bisogno di movimento e questa vita piatta, sommessa, lo sta distruggendo. Gli altri non se ne accorgono, io lo vedo.”
Alle dieci, udita la sonagliera della carrozza del vecchio principe, i camerieri corsero in cortile ad accoglierlo. Scesero anche Andrea e Pierre.
“Chi è?” domandò il vecchio principe scendendo dalla carrozza e vedendo Pierre.
“Ah, sono molto felice, benvenuto” esclamò riconoscendo il giovanotto. Era di ottimo umore e accolse Pierre calorosamente.
Prima di cena il principe Andrea, tornando nello studio del padre, lo sorprese nel corso di un’animata discussione con Pierre. Pierre sosteneva che sarebbe venuto il tempo in cui non ci sarebbero più state guerre. Il vecchio soldato lo contraddiceva con bonario tono canzonatorio.
“Quando il sangue uscirà dalle vene, l’acqua sarà svaporata, allora non ci saranno più guerre. Chimere di donnette”. Esclamò e con dolcezza posate le mani sulle spalle di Pierre lo spinse al tavolo, al quale il principe Andrea, che evidentemente non voleva partecipare alla discussione, sedeva sfogliazzando documenti che gli erano stati portati dalla città. Il vecchio principe cominciò a parlare con i due giovani degli affari in corso.
“Il presidente, conte Rostov, non è riuscito a mettere a disposizione che la metà della gente. Appena arrivato in città si è messo in testa di andare a mangiare e così gli ho assegnato la sussistenza, ecco! occupati del mangiare…allora , fratello,” il principe Nicola Andreic si rivolse al figlio, appoggiando la mano sulla spalla di Pierre, “il tuo giovane amico mi piace. Mi provoca. Fa discorsi intelligenti, originali e non gli fa nulla se il vecchio si eccita. Bene, adesso andate, andate” disse “magari vengo a cena, vi avviso. Per andare avanti a discutere”. Poi, uscendo dalla porta, aggiunse “fai innamorare quella stupida di mia figlia Maria!”
Solo adesso Pierre valutò in tutta la sua profondità il fascino dell’amicizia con il principe Andrea. Quel fascino non si nutriva solo della relazione con lui stesso, ma anche del carisma di tutto il nucleo famigliare. Pierre si sentì subito un vecchio amico del severo patriarca e della timida, tenera Principessa Maria, benché quasi non li conoscesse. Anch’essi, tutti, lo amavano già. Non solo la principessa Maria, incantata dal suo gentile comportamento con i pellegrini, lo guardava con favore con i suoi splendidi occhi, ma anche il principino Nicolai, come lo chiamava il nonno, sorrideva a Pierre e lo indicava con la mano. Michele Ivanic e M.lle Bourienne sorridevano contenti quando lo vedevano discutere con il vecchio principe.
Il patriarca scese a cena: era chiaro che lo faceva per Pierre. Fu particolarmente gentile con Pierre nei due giorni della sua permanenza a Lisi Gorax e lo invitò a tornare.
Quando Pierre partì, lo accompagnò l’unanime giudizio positivo di tutti i membri della famiglia.

XV

Di ritorno dalla licenza, Rostov per la prima volta avvertì e si rese conto della profondità della sua relazione con Denisov e il suo reggimento. Tornato al reggimento Rostov ebbe una senzazione simile a quella che provava tornando alla casa di Podarski. Quando vide il primo ussaro con la divisa sbottonata, riconobbe il rosso Dementiev, vide i bei cavalli ramati alla staccionata, quando il suo attendente Lavruscka lo salutò con gioia, gridando “il conte è tornato” – lo scarmigliato Denisov, sceso dal letto, corse fuori dal suo rifugio per abbracciarlo, gli ufficiali vennero a salutarlo, Rostov si commosse, come quando lo abbracciavano la mamma, il padre e le sorelle, ebbe un nodo alla gola e non riuscì a parlare. Anche il reggimento era una casa, tepida e affettuosa come quella dei genitori.
La presentazione al colonnello comandante il reggimento, l’assegnazione allo stesso squadrone, l’andirivieni fra i turni al comando e la fureria, le faccenduole del reggimento, il sentirsi in buona salute, l’esistere in un ben delimitato ambito, gl’ispiravano la stessa consapevolezza, lo stesso controllo dell’accadere, che aveva sempre avuto vivendo sotto il tetto famigliare. Non fu mai uno di quei sottoufficiali provenienti dalla buona società, alla quale non si sentiva e non desiderava di far parte; non c’era Sonia, con la quale bisognasse spiegarsi o nыon spiegarsi. Non c’erano su dove si dovesse andare. Non esisteva la possibilità di dilapidare un patrimonio in ventiquattrore; non si vedevano in giro tutti quegli sfaccendati e nemmeno quelle poco trasparenti, vagamente danarose persone che avevano rapporti col babbo; era stato rimosso il ricordo della disgraziata perdita con Doloxov! Lì, al reggimento, tutto era chiaro e semplice. Il mondo intero era diviso in due sfere disuguali, una era il reggimento Pavlograd, l’altra tutto il resto. E questo resto non aveva la minima importanza. Al reggimento tutto era chiaro: chi era il comandante, chi il capitano, chi era una brava persona, chi un po’ deficiente, chi un buon camerata. Il vivandiere fa credito, assorbendo un terzo della paga; non inganna né discrimina alcuno, a nessuno fa quel che vien detto da qualche imbecille del reggimento Pavlograd; in parole povere presta alla luce del sole un servizio che va bene per tutti.
Tornato a vivere nel ben determinato ambito del reggimento, Rostov provava il piacere e la tranquillità che prova la persona stanca, riposando in vacanza.
L’intensità di quelle sensazioni, in quella vita nel reggimento, dipendeva anche dal fatto che, dopo la perdita inflittagli da Doloxov (sconfitta che non era mai riuscito a perdonarsi, malgrado la comprensione dei famigliari) egli aveva deciso di servire non come prima, ma per espiare la sua colpa, dedicandosi ai bravi camerati e agl’ufficiali, che rappresentavano quanto di meglio si potesse fare in questo difficile mondo.
Rostov, al tempo della perdita, aveva deciso di saldare entro cinque anni il suo debito con i genitori. Gli spettavano diecimila rubli all’anno, aveva deciso di prenderne solo duemila, il resto rimaneva ai genitori per estinguere il debito.

Il nostro esercito, dopo ripetute ritirate, avanzate e battaglie presso Pultusk e Eilau, si era ricompattato vicino a Bartenstein. Era atteso l’arrivo del sovrano e l’inizio della nuova campagna. Il reggimento Pavlograd, facente parte dell’armata che aveva marciato nel 1805, si stava ricostituendo in Russia e non fece in tempo a partecipare alle prime azioni della campagna. Non combatté sotto Pultusk, né ad Eilau e nella seconda parte della campagna, ricongiunto all’esercito, fu assegnato al distaccamento di Platov. Il distaccamento Platov agiva autonomamente dall’armata. Qualche volta il reggimento di Pavlograd venne coinvolto in scaramucce con il nemico, fece prigionieri e un volta si spinse fino alla carrozza del maresciallo Udinot. In aprile il reggimento sostò alcune settimane nelle vicinanze di villaggi tedeschi totalmente inceneriti e non venne dislocato altrove. C’era il disgelo, c’era fango dappertutto, faceva freddo, i fiumi straripavano, in certe giornate le strade erano inagibili, non arrivavano rifornimenti. Quando erano impossibili gli uomini perlustravano i villaggi distrutti dalle fiamme in cerca di patate, ma ne trovavano poche. Ogni cosa era stata abbandonata, gli abitanti erano fuggiti tutti; i pochi rimasti erano dei poveracci ai quali non si poteva chiedere nulla e per i quali perfino i più spietati fra i soldati provavano compassione. Nelle azioni il reggimento aveva avuto solo due feriti, ma fame e malattie ne avevano ridotto gli effettivi quasi alla metà. Negli ospedali i morti erano cosÎ numerosi, che i soldati, febbricitanti, intossicati dal pessimo cibo, preferivano il servizio al fronte, trascinandovi le loro deboli gambe, piuttosto che farsi ricoverare. Cominciata la primavera i soldati andavano a cercare in pascoli e campi le radici di un’erba che somigliava agli asparagi, le estraevano con le punte delle sciabole e le mangiavano senza accertarsi se fossero commestibili o velenose. A primavera inoltrata si diffuse una nuova malattia, con gonfiori e tumefazioni delle braccia, delle gambe e del viso, che i medici dichiararono potesse essere causata dal consumo di quella radice. Ma, malgrado la proibizione, i soldati dello squadrone di Denisov continuarono a mangiarne, perché già da due settimane lo zucchero era razionato e bisognava togliere pavimenti e scavare in cantine per trovare qualche patata gelata.
Pure da due settimane i cavalli venivano foraggiati solo con la paglia dei tetti delle case; erano scandalosamente magri, bisognava tenerli coperti come d’inverno, perdevano pelo e mostravano piaghe.
Malgrado quelle calamità soldati e ufficiali conducevano la solita vita. Pallidi, smunti, le divise in disordine, facevano la coda per il soldo, pulivano i giacigli, strigliavano i cavalli, lucidavano armi, ordinavano munizioni, raccoglievano la paglia dai tetti e mangiavano polpette che non calmavano la fame e facevano schifo. Come sempre i soldati che non erano in servizio accendevano falò, facevano il bagno di vapore nudi presso i fuochi, fumavano, scavavano alla ricerca di patate guaste, raccontavano o ascoltavano storie d’infernali marce sotto Suvorov o di bricconate. Gli ufficiali, come d’abitudine, vivevano in gruppetti di due o tre in case diroccate. I vecchi si preoccupavano di procurarsi le polpette di paglia e patate, che erano il mezzo per sopravvivere, i più giovani passavano il tempo, come sempre, chi giocando alle carte (denari ce n’erano molti, al contrario di cibo) chi divertendosi con ingenui tipici giochi russi (sbaiki, gorodki) Dell’andamento del conflitto si parlava poco, in parte perché nessuno ne aveva concrete informazioni, in parte perché la truppa, sia pur confusamente, sentiva che in generale era sfavorevole.
Rostov viveva, come prima, con Denisov e la loro amicizia, stabilitasi durante la licenza, si era approfondita. Denisov non parlava mai dei famigliari di Rostov, ma il giovane ufficiale intuiva che la fraterna amicizia, che il comandante gli dimostrava, era nutrita anche dallo sfortunato amore del vecchio ussaro per Natascia. Denisov cercava per quanto possibile di evitare di coinvolgere Rostov in attività pericolose, lo proteggeva ed era felice di rivederlo incolume dopo un’azione. Da una delle sue missioni Rostov tornò da uno dei villaggi bruciati e distrutti, perlustrato alla ricerca di cibo, con una famigliola composta da una vecchia polacca, la figlia e il suo neonato lattante. Rostov la riparò nella sua capanna, la sistemò e aiutò per alcune settimane fin quando la vecchia si fu ristabilita. Un compagno di Rostov, ciarlando di donne, lo derise, dicendo che era un furbacchione ed era un peccato voler nascondere la sua graziosa polacca ai commilitoni. Rostov non stette al gioco, si offese e insultò così pesantemente l’ufficiale che Denisov dovette intervenire per evitare il duello. Rimasto solo con Rostov, Denisov, lui stesso ignaro della relazione del giovane con il reggimento, volle rimproverarlo per la sua irascibilità e Rostov gli disse: “Come vuoi…quella poveretta è una sorella e non riesco a descriverti quanto mi sia offeso…per questo…”
Denisov gli posò una mano sulla spalla e si affrettò ad uscire dalla stanza, senza guardare Rostov, con il quale condivideva quell’attimo di commozione.
«Ecco il vostro v’idicolo o’bgoglio famigliav’e” proferì Denisov e Rostov fece a tempo a veder lacrime negli occhi dell’amico.

XVI

Nel mese d’aprile la notizia dell’arrivo del sovrano rianimò l’esercito. Rostov aveva ancora in mente l’impressione che gli aveva fatto l’imperatore a Bartenstein; il reggimento si trovava agli avamposti, a una certa distanza davanti a Bartenstein.
Era bivacco. Denisov e Rostov stavano al riparo di un rifugio scavato in un fosso dai soldati. Il rifugio era stato costruito secondo un vecchio metodo che consisteva nell’interrompere il fosso per un “arsin” e mezzo (arsin è un’antica misura russa) e scavare un pozzo profondo due e lungo tre misure. A una estremità si formavano scalini per scendere e c’era l’ingresso; quel fosso era la camera dei fortunati, come il comandante dello squadrone e i suoi secondi; all’altra estremità quattro assi rappresentavano il tavolo. Ai lati erano ricavati nella terra due giacigli e sedili. La volta del rifugio era così bassa che non si poteva stare ritti, si doveva sedere sui letti o vicino al tavolo. A Denisov, amato dai suoi soldati, era concesso il lusso di uno specchio rotto e ricostruito montato sul frontone del rifugio con un asse. Quando faceva molto freddo, sugli scalini (dell’anticamera come Denisov chiamava quella parte della baracca) i soldati portavano palate di braci di foglie marce dai loro roghi, creando nella baracca un tale tepore che gli ufficiali che andavano e venivano da Denisov e Rostov potevano stare a sedere con la sola camicia.
Aprile, Rostov è di turno. Verso le otto di sera torna a casa dopo una notte insonne, ordina di accendere il fuoco, cambia la biancheria inzuppata, si raccomanda a Dio, beve il tè, si riscalda, mette in ordine le sue cose su una sedia nel suo angolo, avviluppa il viso dolente in una camicia e si sdraia supino sul letto, con le mani sotto il capo.
Rifletteva con piacere che dopo giorni avrebbe potuto essere l’ultima ricognizione sotto il suo comando; ora toccava al suo superiore impartirgli ordini. Rostov desiderava discutere con lui.
Arrivò nella capanna un urlo stizzito di Denisov. Rostov si affacciò alla finestrella per vedere cosa gli stesse succedendo e vide il maresciallo Topcenko “Ti avevo comandato di non lasciarli mangiare quelle radici» gridava Denisov “l’ho visto io stesso Lasarciuk che frugava nei campi!”
“Io gliel’ho ordinato, vostra eccellenza, ma non obbediscono!”
Rostov tornò nel letto e involontariamente pensò: “Si occupi lui di queste faccende, io il mio lavoro l’ho fatto e bene!” Udì, di là dalla sua parete, invece del maresciallo, parlare quel furbacchione di Lavruscka, lacché di Denisov. Lavruscka raccontava di aver visto carichi di vettovaglie, gallette, carne. Poi si sentì più lontano il grido di Denisov: “Secondo plotone, in sella!”
“Dove andranno?” pensò Rostov.
Cinque minuti dopo Denisov entrò nella baracca, si sedette sul letto con le gambe infangate, finì stizzito la pipa, frugò fra le sue cose, infilò staffile e sciabola e si preparò a uscire. Alla domanda “dove vai?” di Rostov rispose vagamente che aveva qualcosa da fare.
«Raccomandami a Dio ed al nostro eccelso imperatore” disse Denisov, andandosene; e Rostov sentì passare nel fango alcuni cavalli. Non gl’importava sapere dove fosse andato Denisov. S’addormentò nel suo angolo, uscì dalla capanna solo verso sera. Denisov non era ancora tornato. La sera si era schiarita; i due ufficiali e l’allievo ufficiale della capanna vicina giocavano allegramente a svaika nel fango scivoloso. Rostov si aggregò. A metà della partita gli ufficiali videro un carro che si stava avvicinando: la seguivano una quindicina di ussari su magri cavalli. Carrozza e ussari si fermarono, i cavalli vennero legati ai pali e una folla di ussari circondò il convoglio.
«Allora ecco, Denisov li ha fregati tutti, arrivano vettovaglie”
“Ora saranno contenti i soldati!” dissero gli ufficiali.
Poco dopo arrivò Denisov, alle spalle degli ussari, accompagnato da due ufficiali della fanteria con i quali discuteva. Rostov gli andò incontro.
«Vi metto in guardia, capitano” ammoniva uno dei due ufficiali, un tipo magro, piccolo di statura, evidentemente esasperato.”
“L’ho detto, non restituisco” rispose Denisov.
“Capitano! Dovrete rispondere, è una violenza impossessarvi dei miei trasporti! La nostra gente è due giorni che non mangia!”
“E i miei sono due settimane che non mangiano!” obiettò Denisov.
“Ė brigantaggio, ammettetelo, signor capitano” esclamò con voce alterata l’ufficiale di fanteria.
«Chi credete di accusare, eh?” gridò improvvisamente infervorato Denisov, “certo che risponderò ma non a voi, questo non è il vostro posto, marsc!” e comandò loro di togliersi dai piedi.
“Bene” gridò il piccolo ufficiale senza paura e senza spostarsi “brigantaggio, così io…”
«Toglietevi immediatamente dai piedi” e Denisov volse il cavallo verso l’ufficiale, che reagì alla minaccia con un “Va bene, va bene!” e andò via al trotto, sobbalzando sulla sella.
“Il cane ha preso un’incornata” commentò Denisov con il suo disprezzo di cavallerizzo verso la fanteria e si rivolse a Rostov ridacchiando.
“Soffiato alla fanteria, soffiato il carico con la forza” disse Denisov “bisogna lasciar morire di fame la gente?”
I carichi, avvistati dagli ussari, erano destinati al reggimento di fanteria; informato da Lavruscka che un carro si muoveva isolato, Denisov con i suoi ussari lo sequestrò. I soldati si divisero le gallette e ne distribuirono anche agli altri squadroni.
Il giorno dopo il comandante del reggimento convocò Denisov e gli disse, coprendosi gli occhi con la mano:
“Ecco come vedo io questo fatto, io non so niente e non comincio nessuna inchiesta; ma consiglio di andare al comando e là, alla sussistenza, sistemare la faccenda firmando, se possibile, di aver ricevuto quel quantitativo di vettovaglie; in caso contrario – richiesta scritta del reggimento di fanteria – la faccenda verrebbe fuori e potrebbe finire male.”
Denisov dopo il colloquio con il comandante del reggimento andò direttamente al comando e seguì fedelmente il suo consiglio. La sera tornò nel suo rifugio con un atteggiamento che il suo amico Rostov non gli aveva mai visto assumere. Denisov non riusciva a parlare e ansimava. Allorché Rostov gli ebbe chiesto cos’avesse, rispose solo con grugniti e rauche imprecazioni e invettive.
Spaventato dalle condizioni di Denisov, Rostov lo aiutò a spogliarsi, a bere acqua e mandò a chiamare il medico.
“Dare del brigante a me! – ah! Dammi ancora acqua! – giudichino pure che sarò un mascalzone, lo dico al sovrano. Datemi del ghiaccio – farfugliava.
Il medico del reggimento decise che bisognava fargli un salasso. Dal suo polso villoso uscì una ciotola di sangue nero: fu presto in grado di spiegare tutto quanto.
“Arrivo” racconta Denisov – “Allora dov’è il vostro superiore?” Glielo dico.”
“Non può essere uno qualsiasi”

“Sono io di servizio, ho fatto trenta verste per venire qui, non posso aspettare, annunciatemi” – Poi mi aggredisce quel ladrone: urla “è banditismo!” “Banditismo” dico”
non è assicurarsi cibo per non lasciar morire di fame i propri soldati, ma prenderlo per riempire il portafogli!”
“Bene.” «Firmate” dice” per il commissario, e la vostra faccenda viene trasmessa al comando”
“Vado dal commissario. Entro, mi siedo ad un tavolo. Chi c’è!? Non l’avresti mai pensato! Quello che ci fa morire di fame!” gridò Denisov dando con la mano ferita un pugno così forte sul tavolo da farlo traballare e rovesciare i bicchieri : “Telianin!!»
«Così, ci fai morire di fame” «Quel figlio di puttana era al posto giusto…”
«Sono finite le scorte…” e cominciava a tergiversare, sembrava si divertisse» gridò Denisov, sdegnato, digrignando sotto i baffi neri i denti fra le labbra esangui «Lo avrei ucciso, se non me l’avessero tolto dalle mani”
“Basta gridare, calmati” disse Rostov “esce ancora sangue. Aspetta, bisogna bendare”
Denisov fu medicato e si mise a letto. Il giorno dopo si alzò allegro e tranquillo.
Ma a mezzogiorno l’aiutante del reggimento venne nel rifugio di Denisov e Rostov e consegnò, con fare serio e neutrale, al maggiore Denisov un foglio d’ordinanza del comandante del reggimento col quale si chiedevano dettagli del recente avvenimento. L’aiutante spiegò che il caso avrebbe potuto avere uno svolgimento molto negativo, che concerneva la commissione del tribunale di guerra, che i recenti casi di malversazioni e insubordinazione potevano condurre, nel migliore dei casi, alla degradazione.
Secondo la parte offesa il maggiore Denisov, dopo il sequestro del trasporto, si presentava senza essere convocato, e in evidente stato di ubriachezza, dal capo della sussistenza, lo insultava chiamandolo corvaccio, lo definiva corrotto e quando gli fu ingiunto di andar via maltrattò il cancelliere, due funzionari, uno dei quali ricevette anche uno schiaffo.
Alle nuove domande di Rostov, Denisov rispose, ridendo, che qualche conseguenza ci sarebbe stata, ma che per quelle sSemenze e futilità egli non temeva nessun giudice e che se quei mascalzoni avessero tentato di danneggiarlo avrebbe risposto in un modo che non avrebbero più potuto dimenticare.
Denisov parlava sprezzantemente di tutta quella storia; ma Rostov lo conosceva troppo bene, per non accorgersi che nell’intimo temeva il processo, l’accaduto lo tormentava ed era cosciente che avrebbe potuto nuocergli. Cominciarono ad arrivare ogni giorno documenti, riferiti al procedimento giudiziario e il primo maggio fu ordinato a Denisov di cedere il comando dello squadrone al suo superiore e presentarsi al comando di divisione per rispondere delle violenze presso la commissione di sussistenza. La vigilia di quel giorno vi fu una scaramuccia col nemico di due reggimenti di cosacchi e due squadroni di ussari. Denisov diede prova, come sempre, del suo coraggio conducendo i suoi. Una pallottola francese lo colpì in un polpaccio. In altre circostanze forse Denisov non avrebbe lasciato il reggimento ma questa volta ne approfittò per non presentarsi al comando della divisione e si fece ricoverare all’ospedale.

XVII

Nel mese di giugno si svolse la battaglia di Friedland, alla quale il regimmento di Pavlograd non prese parte e dopo di che fu concluso l’armistizio. Rostov, era afflitto dall’assenza del suo amico, del quale non aveva più avuto notizie dal giorno della sua partenza. Lo preoccupavano l’esito del suo caso e il decorso della ferita. Approfittò dell’armistizio per andare all’ospedale in cerca di Denisov. L’ospedale si trovava in una piccola cittadina prussiana, rasa al suolo a turno dagli eserciti russi e francesi. Proprio perché era estate e la campagna era così bella, la cittadina, coi suoi tetti e gli steccati sfondati, le strade sporche, ingombre di cenciosi abitanti e soldati o ubriachi o ammalati, aveva un lugubre aspetto.
L’ospedale era situato in una casa in muratura, le porte fatte di steccati sfondati, cornici e specchi rotti. Soldati bendati, pallidi, gonfi, cercavano, seduti presso le porte, di prendere qualche raggio di sole.
L’odore di cancrena e infezione assalì Rostov all’entrata. Sulla scala incontrò un medico militare russo, sigaro in bocca. Un sanitario era con lui.
“Non sono ancora riuscito a smettere” disse il dottore -vado verso sera da Macario Alessandrevic, là vado.”
Il sanitario gli domandò cosa dovesse fare.
“Eh! Fa quel che puoi! È cambiato forse qualcosa?” poi il dottore si accorse di Rostov che saliva.
“Cosa fate qui, vostro onore? Come mai? Non vi siete preso una pallottola e volete prendere il tifo? Questa paparino, è la casa dei lebbrosi.”
“Come mai ?” domandò Rostov.
“Il tifo, paparino. Chi non riesce ad andarsene, muore.Qui siamo solo io e Makeev (indicò il sanitario) a balbettare. Già si sono alternati cinque colleghi. Qualsiasi cosa faccia il novellino, entro una settimana è cotto.” Aggiunse con visibile soddisfazione il medico. “Hanno chiamato medici prussiani, ma gli alleati non ci amano”.
Rostov gli chiese se avesse visto un paziente, il maggiore degli ussari Denisov.
“Non so, non l’ho visto, paparino. Immaginate, ho da uno a tre ospedali, quattrocento e più malati. Per di più le dame della beneficienza prussiana ci mandano due libbre di caffè e ovatta due volte al mese!” ridacchiò “Quattrocento, paparino e mi mandano solo principianti. V’immaginate cosa sia? Eh!” terminò rivolgendosi al sanitario.
L’infermiere era evidentemente esausto e non vedeva l’ora che il medico se n’andasse.
“Il maggiore Denisov” ripeté Rostov “è stato ferito sotto Moliten”
“Mi pare sia morto, eh Makeev?” domandò il medico con fare indifferente al sanitario.
Però costui non confermò l’ipotesi del medico.
“Quello con i lunghi capelli rossicci?” domandò il medico.
Rostov descrisse l’aspetto di Denisov.
“Si`, quello lì, è lui” esclamò esultando il dottore” quello sembrava dovesse morire, magari se l’è cavata, era sulla mia lista; è sulla tua, Makeev?”
“Ė sulla lista di Macario Alessandrevic” rispose il sanitario e, rivolgendosi a Rostov, “potrebbe essere nella corsia degli ufficiali, andate a vedere voi stesso”.
“Ė meglio che non ci andate, paparino” mormorô il medico “rischiate di restarvi anche voi” ma Rostov si congedò e pregò l’infermiere di accompagnarlo.
«Non lamentatevi poi con me” gli gridò dietro il medico scendendo le scale.
Rostov passò nel corridoio con l’infermiere. L’odore d’ospedale era così penetrante in quel torrido corridoio, che Rostov dovette turarsi il naso, fermarsi per trovare la forza di andare avanti. A destra si aprì una porta e da quella si sporse sulle stampelle un uomo magro, scalzo, giallo, in mutande. I suoi occhi febbricitanti fissarono i sopravvenuti come se da loro si aspettasse aiuto. Attraverso la porta Rostov vide che malati e feriti giacevano in terra su giacigli di paglia e pastrani.
“Come mai?” domandò Rostov.
“Sono dei soldati” rispose il sanitario “si fa così” aggiunse come se volesse scusarsi.
“Posso andare a vedere? domandò Rostov.
“Cosa volete vedere?” disse il sanitario. Capito che costui non aveva intenzione di entrare, Rostov s’inoltrò fra le file di soldati. L’odore, che lo aveva già colpito nel corridoio, lì era ancora più forte. Ma era diverso, tagliente e profondo perché era in quella stanza che aveva origine. Rostov andò avanti.
In una lunga stanza, vivamente rischiarata dalle grandi finestre, in due file separate da un passaggio, con la testa rivolta al muro, giacevano malati e feriti. In maggioranza erano assopiti e non prestarono attenzione ai nuovi venuti. Quelli in sentore alzarono o sporsero i loro magri, gialli visi, nella speranza di ricevere aiuto. Cosa facevano in giro quelli in salute? Tutti seguirono Rostov con lo sguardo.
Rostov avanzò fino a metà della stanza, gettando uno sguardo attraverso le porte spalancate nelle due stanze attigue, e capì che le condizioni erano in ambedue le stesse. Si fermo e si guardò attorno. Non si sarebbe mai aspettato di vedere una scena simile. Ai suoi piedi giaceva, quasi di traverso sul passaggio, la testa sul pavimento, un malato, probabilmente un cosacco perché aveva i capelli divisi dalla scriminatura. Il cosacco giaceva supino, con le grosse mani e le gambe allargate. La faccia era paonazza, gli occhi gonfi, le gambe e le braccia nude, rosse anch’esse, erano tese come corde. Sollevava sussultando il capo emettendo un rauco suono. A Rostov sembrò fosse una parola e cercò di capirla: la parola era: bere! Rostov si guardò attorno per vedere se ci fosse qualcuno in grado di sistemare il povero diavolo e dargli da bere.
“C’è qualcuno qui dentro che assiste i malati?” Domandò al sanitario. In quel momento, da una delle stanze attigue, uscì un soldato del genio, inserviente ospedaliero; batté i tacchi e si mise sull’attenti davanti a Rostov.
“Agli ordini, vostra eccellenza.” esclamò il soldato, fissando Rostov, evidentemente convinto che fosse un suo superiore ospedaliero.
“Occupatevene e dategli da bere” disse Rostov indicandogli il cosacco.
“Obbedisco, eccellenza” affermò compiaciuto il soldato, manifestando con lo sguardo la sua disponibilità, ma non si mosse.
“No, qui non combini nulla” pensò Rostov e stava per uscire quando si accorse di un intenso sguardo che gli veniva rivolto dalla parete alla sua destra. Lo stava fissando un vecchio ridotto ad uno scheletro, avvolto nel pastrano, l’espressione severa, la faccia non rasata, seduto quasi in un angolo della stanza. Un vicino del vecchio soldato gli stava bisbigliando qualcosa, indicando Rostov. Rostov capì che il vecchio aveva l’intenzione di parlargli. Gli si avvicinò e vide che non aveva che una sola gamba e anche quella mozzata sotto il ginocchio. L’altro vicino del vecchio era un giovane soldato. Giaceva abbastanza discosto, immoto, la testa sul pavimento, la faccia rincagnata, lentigginosa, di cera, le palpebre chiuse sugli occhi gonfi. Rostov lo scavalcò rabbrividendo per avvicinarsi al vecchio.
“Qui, ecco quello, mi sembra…” si rivolse al sanitario.
“Vorremmo chiederle qualcosa, vostro onore” disse il vecchio soldato, la mascella tremolante.
“Siamo finiti qui stamattina. Siamo persone, non cani”
“Sono da portar via, da portar via” concluse il sanitario.”Vogliate scusare, vostro onore”
“Andiamo via, andiamo via” mormorò Rostov e, gli occhi chiusi, commosso, cercando di trattenere le lacrime, uscì dalla stanza.

XVIII

Passando per il corridoio il sanitario-infermiere condusse Rostov nel settore degli ufficiali, tre stanze attigue comunicanti. In quelle camere c’erano brande, sulle quali sedevano o giacevano ufficiali ammalati o feriti. Alcuni, in vestaglia, camminavano avanti e indietro fra le corsie. La prima persona che Rostov incontrò nel reparto degli ufficiali fu un uomo magro, senza mani, in vestaglia e col colbacco, che camminava nella prima stanza, morsicando la pipa. Rostov lo guardò sforzandosi di ricordarsi dove l’avesse visto.
“Dio ci concede di rivederci…Tuscin, Tuscin…vi ricordate, vi portai via sotto Centraben? A me troncarono pezzetti di braccio, guardate….” disse mostrando i moncherini sotto la vestaglia “ cercate Basilio Dimitri Denisov? È un collega paziente qui” aggiunse intuendo cosa occorresse a Rostov
“Qui, qui” e Tuscin gl’indicò un’altra stanza, nella quale si stava fragorosamente ridendo.
“Com’è possibile ridere, vivendo in un posto come questo?” pensò Rostov, nauseato dal fetore che ammorbava l’ospedale militare, trafitto da tutti quegli sguardi risentiti e commosso dalla vista di quel povero giovane soldato con gli occhi fuori dall’orbita.
Denisov dormiva, la testa sotto la coperta, benché fossero già le dieci.
“Oh, Rostov! Ti saluto, salve!” ed era la stessa voce che si sentiva al reggimento; ma Rostov percepì con tristezza, accanto alle consuete disinvoltura e animazione, nel viso dell’amico e nell’intonazione una nuova, malaugurante vibrazione d’incertezza.
La ferita, benché non grave, non si era cicatrizzata, benché fossero ormai passate sei settimane. Aveva sul viso la stessa tumefazione di tutte le facce degli altri pazienti, ma non è questo che colpì Rostov, lo stupì il modo innaturale di sorridergli dell’amico, che non pareva nemmeno contento di rivederlo. Denisov non parlò né del reggimento, né della ritirata e non ascoltò quando Rostov vi accennò.
Rostov capì che Denisov non voleva che gli parlasse del reggimento e anche della vita che si svolgeva liberamente fuori dall’ospedale. Gli sembrò si sforzasse di dimenticare la vita precedente e s’interessasse solo della sua vicenda con il funzionario della sussistenza.
Alla domanda di Rostov, a che punto fosse la questione, Denisov gli mostrò la convocazione della commisisone e la bozza della sua risposta. Si rianimò cominciando a leggerla e Rostov si rese conto in particolare della mordacità con cui vi era descritto il suo nemico. I compagni pazienti di Denisov, sciolsero lentamente il cerchio attorno a Rostov, quando Denisov cominciò a leggere la sua bozza. Dalla loro espressione Rostov capì che di quella storia ormai ne avevano avuto abbastanza. Solo il vicino di letto, un grosso ulano, seduto nella sua,
branda, una severa smorfia sul viso, fumando la pipa e il piccolo Tuscin senza mani, continuavano ad ascoltare scuotendo il capo. A metà lettura l’ulano interruppe Denisov.
“Secondo me” disse l’ulano rivolgendosi a Rostov “bisogna subito chiedere il perdono del sovrano. Attualmente pare più disponibile e inserirsi…”
“Io, chiedere al sovrano!” esclamò Denisov con una voce che avrebbe voluto esprimere l’energia e il coraggio di prima e invece svelava l’attuale impotente irritazione. “per che cosa? Se fossi un delinquente, dovrei chiedere clemenza, ma ho la coscienza pulita. Giudichino quel che vogliono, io non ho paura di niente. Ho servito onestamente lo zar e non ho rubato. E mi degradano. E…ascolta, io gli scrivo direttamente così, ecco cosa scrivo: Se fossi un delinquente…”
“Dev’essere ben studiato, ciò che dici e non parlare di quel fatto, Vassili Dimitri” disse Tyscin” chiedendo con lo sguardo l’approvazione di Rostov ”bisogna sottomettersi, ed è ciò che non vuole Vassili Dimitri. Anche l’auditor Vi disse che la faccenda si presentava male”.
“E allora andrà male” borbottò Denisov.
«L’auditor vi ha posto per iscritto una richiesta” continuò Tyscin “e bisogna rispondere per iscritto. Sono loro, precisamente” e coinvolse nuovamente Rostov, “e il comando che hanno in mano la faccenda. Non c’è altro da fare.”
“L’ho già detto che non mi faccio umiliare” ripeté Denisov e ricominciò la lettura del suo foglio.
Rostov non osava contraddire Denisov, benché il suo istinto gli suggerisse che il percorso suggerito da Tuscin e dall’altro ufficiale fosse migliore e sperasse di poter offrire aiuto a Denisov di cui conosceva l’inflessibile volontà e l’irascibilità.
Al termine della lettura, durata più d’un ora, della sarcastica lettera di Denisov, Rostov non proferì parola, e passò la giornata in compagnia del circolo di pazienti camerati dell’amico, comunicando ciò che sapeva e ascoltando le loro storie. Il suo triste stato d’animo non andò certamente migliorando. Denisov, tetro, rimase in silenzio tutta la sera.
A sera inoltrata Rostov, preparandosi a partire, domandò a Denisov se avesse qualche incarico da affidargli.
“Sì, ecco” disse Denisov, gettando un’occhiata agli ufficiali. Tolse da sotto il cuscino il suo documento, andò alla finestra sotto cui stava un calamaio e cominciò a scrivere.
“Chiaro, contro la forza la ragion non vale” disse Denisov, scostandosi dalla finestra e consegnando una grossa busta a Rostov. Era la supplica al sovrano, redatta con l’auditor, nella quale Denisov, senza accennare al furto di vettovaglie, si limitava a chiedere clemenza.
“Inoltrala, ovvio…” non aggiunse altro che uno sforzato sorriso.

XIX

Tornato al reggimento Rostov conferì con il comando sul suo orientamento nel caso Denisov, poi partì per Tilsit con la lettera per l’imperatore.
Il 13 giugno gl’imperatori francese e russo s’incontrarono a Tilsit. Boris Trubezukoi chiese all’importante persona presso cui serviva d’includerlo nel seguito che si stava formando per Tilsit.
“Vorrei vedere il grande uomo” disse parlando di Napoleone, che in quel tempo veniva chiamato, da tutti, Buonaparte.
“Volete dire Buonaparte” gli rispose il suo generale, con un sorriso.
Boris non capì subito che il generale lo stava mettendo scherzosamente alla prova.
“Mon prince, parlo dell’imperatore Napoleone” rispose. Il generale sorridendo gli pose una mano sulla spalla:
“Stai andando molto lontano” disse il generale.
Pochi giorni dopo Boris fu sul Neman il giorno dell’incontro degl’imperatori; vide la zattera con le insegne, traghettare la guardia di Napoleone, vide il viso assorto dell’imperatore Alessandro che aspettava in silenzio l’arrivo di Napoleone, seduto nella bettola sulla riva del Neman; vide i due imperatori sedere in barca e Napoleone, salito per primo sulla zattera, andare a rapidi passi a incontrare l’imperatore Alessandro, porgergli la mano con un sorriso; li vide sparire nel padiglione. Durante la sua introduzione presso i grandi del mondo, Boris s’era imposto di osservare attentamente quanto accadesse intorno a lui e di prenderne nota. Durante l’incontro di Tilsit annotò diligentemente i nomi delle persone giunte con Napoleone, le uniformi che portavano, le qualifiche delle più importanti. Controllò sull’orologio il momento dell’entrata degli imperatori nel padiglione e non dimenticò di memorizzare l’ora dell’uscita di Alessandro. L’incontro durò un’ora e cinquantatre minuti; di quella sera egli annotò tutti i fatti che gli sembrarono avere rilevanza storica. All’esiguità del seguito degli imperatori, corrispondeva l’importanza che attribuivano all’evento coloro che avevano la fortuna di essere presenti in servizio a Tilsit; Boris era convinto dell’utilità della circostanza per la sua carriera. Sapeva cosa potesse avvantaggiarlo. Due volte eseguì una commissione presso il sovrano stesso, facendosi notare, ma senza dimostrare soggezione, come in passato, anzi agendo come se non fosse presente. Boris viveva con l’altro aiutante, il conte polacco Scilinski. Scilinski, polacco educato a Parigi, amava moltissimo i francesi e quasi ogni giorno, durante la permanenza a Tilsit, ufficiali francesi della guardia e del comando si riunivano da Scilinski e Boris a pranzo e colazione.
La sera del 24 giugno il conte Scilinski, co-abitante di Boris, invitò a cena i suoi conoscenti francesi. I commensali erano di spicco, uno era aiutante di Napoleone, alcuni erano ufficiali della guardia e v’era anche un giovane d’antica nobiltà francese, paggio di Napoleone. Lo stesso giorno Rostov, approfittando dell’oscurità per non farsi riconoscere, in abito borghese, giunse a Tilsit e andò all’alloggiamento di Boris e Scilinski.
Rostov, come l’esercito del quale faceva parte, era lontano dall’immaginare la mutazione da nemici in amici di Napoleone e dei francesi, ovvero la rivoluzione testimoniata dal quartier generale e dall’atteggiamento di Boris. L’esercito piuttosto continuava a sentire rancore, disprezzo e timore verso Napoleone e i francesi. Anzi, qualche tempo prima, Rostov, discutendo con un ufficiale cosacco, aveva sostenuto che bisognasse far prigioniero Napoleone e non rivolgersi a lui come ad un sovrano, ma come ad un criminale. Ancora poco prima, in un’accalorata discussione con un ferito francese incontrato in strada, Rostov sosteneva che non potesse esserci pace fra un sovrano legittimo e il delinquente Bonaparte. Per questo Rostov si meravigliava vedendo nel quartiere di Boris le stesse divise che, con ben altro atteggiamento, aveva finora visto venirgli incontro dalle schiere nemiche. Appena ebbe intravvisto dalla porta gli ufficiali francesi si sentì improvvisamente invadere dal senso di ostilità che aveva sempre provato alla vista del nemico. Si fermò sulla soglia e chiese in russo se lì abitasse Trubezkoy. Boris, udita una voce estranea nell’anticamera, uscì per andargli in contro. Alla vista di Rostov, in un primo momento non seppe nascondere il disappunto.
“Ah, sei tu, sono molto lieto di vederti” disse tuttavia muovendosi verso di lui con un sorriso. Ma Rostov non s’era lasciato ingannare.
“Mi pare di essere importuno, non sarei venuto se non avessi una cosa importante da fare” disse con freddezza.
“No, mi sono solo stupito che sei venuto via dal reggimento. Dans un moment je suis à vous.” disse in francese ad alta voce ai suoi ospiti, mentre si rivolgeva a Rostov.
“Vedo che non arrivo in un un buon momento” ripeté Rostov.
L’espressione di disappunto scomparve dal viso di Boris; avendo meditato e deciso cosa dovesse fare, con particolare calma gli prese ambedue le mani e lo condusse nella stanza accanto. Gli occhi azzurri di Boris, che tranquillamente lo guardavano, gli sembrarono velati come se avesse di fronte una saracinesca, e vedesse i suoi ospiti attraverso gli occhiali.
“Ma nemmeno per sogno arrivi fuori tempo! Scusami!” Boris introdusse Rostov nella sala dove era stata appena annunciata la cena, lo presentò agli ospiti e spiegò che era in abiti civili ma era un ufficiale degli ussari, loro vecchio nemico.
“Il conte Scilinski, il conte N.N., le capitaine S.S.” nominò gli ospiti.
Rostov, corrucciato, guardava i francesi salutandoli di malavoglia e taceva. Scilinski, che evidentemente non era entusiasta di accogliere questa nuova persona nel suo circolo, non gli disse alcunché. Boris, che sembrava non essersi reso conto dell’imbarazzo creato dall’arrivo di Rostov, conservava il tranquillo sguardo amichevole con il quale lo aveva accolto e cercava di animare la conversazione. Uno dei francesi si rivolse a Rostov, con l’innata cortesia, e gli disse che era probabilmente venuto a Tilsit per uccidere l’imperatore.
“Macché, ho una faccenda da sbrigare” rispose seccamente Rostov. Il suo umore non era migliorato, tanto più quando ebbe percepito il disappunto di Boris e, come accade alle persone di cattivo umore, gli sembrò che tutti lo guardassero con ostilità e che lui li stesse disturbando. Ed effettivamente li stava disturbando, interrompendo la conversazione. “E perché sta seduto qui”? dicevano gli sguardi che gli ospiti gli rivolgevano. Rostov si alzò e andò da Boris.
“Ti sto imbarazzando, parliamo della mia faccenda e poi me ne vado”
“Non m’imbarazzi affatto, però se sei stanco, vieni a riposarti nella mia camera”
“Si tratta di…”
Andarono nella piccola stanza dove dormiva Boris. Rostov, senza sedersi, ancora irritato come se Boris fosse colpevole di qualcosa verso di lui, cominciò a descrivere il caso Denisov, chiedendo se fosse possibile chiedere al generale di far pervenire la sua lettera allo zar. Rimasti da soli, Rostov si rese per la prima volta conto dell’imbarazzo che coglieva negli occhi di Boris. Boris, le gambe accavallate, la mano lunga e sottile posata sul ginocchio destro, ascoltava come un generale ascolta la relazione di un sottoposto: ora guardando di fianco, ora socchiudendo gli occhi, ora fissandoli in quelli di Rostov. Quest’ultimo atteggiamento metteva ogni volta in imbarazzo Nicola, inducendolo ad abbassare lo sguardo.
“Sono al corrente di fatti consimili e so che il sovrano li considera con molta severità. Io penso che sia meglio non appellarsi alla sua benevolenza. A mio parere sarebbe meglio rivolgersi direttamente al comandante del corpo d’armata…in generale penso…
“Se non vuoi fare nulla, dimmelo” esclamò Rostov senza guardare Boris in faccia.
Boris sorrise:
“Al contrario, farò il possibile, solamente pensavo…”
In quel momento si sentì attraverso la porta la voce di Scilinski, che chiamava Boris.
“Vai, vai” disse Rostov e, rinunciando alla cena, rimase da solo nella piccola camera, andando in avanti e indietro, ad ascoltare gli allegri discorsi in francese provenienti dalla stanza accanto.

XX
Rostov arrivò a Tilsit in giornata dubitando del successo della sua petizione per Denisov. Rivolgersi al generale di turno non entrava in considerazione perché era in borghese ed era andato a Tilsit senza autorizzazione di un superiore; Boris, inoltre, ammesso che avesse voluto, non avrebbe potuto intervenire il giorno dopo l’arrivo di Rostov a Tilsit. Quel giorno, il 27 giugno, era quello della firma delle condizioni preliminari di pace.
Gl’imperatori si scambiarono i rispettivi ordini: Alessandro fu insignito della Legion d’Onore, Napoleone fu innalzato al primo livello dell’ordine di Andrea; quel giorno al pranzo provvide il battaglione del quartiere di Mosca detto della Trasformazione, al quale fu dato il cambio da parte della Guardia francese. Gl’imperatori dovettero presenziare a quel banchetto. Rostov si sentiva così imbarazzato e irritato da Boris che, quando dopo cena costui entrò nella camera, finse di dormire e il giorno dopo andò via di mattino presto, cercando di non incontrarlo. In borghese e con la berretta girò in città, individuando i francesi dalla loro divisa, le strade e le case dove alloggiavano gli imperatori. In una piazza vide tavoli preparati per mangiare, le strade erano addobbate con drappeggi con i colori russi e francesi e grosse iniziali A e N. Anche le finestre delle case erano ornate con drappi e insegne.
«Boris non mi vuole aiutare, perciò non voglio avere nulla a che fare con lui. Questo è un fatto, ma io non me andrò di qua senza aver fatto tutto il possibile per Denisov e, la cosa più importante, aver consegnato la lettera al sovrano. L’imperatore? È qui!” Pensò Rostov passando involontariamente un’altra volta davanti alla casa occupata da Alessandro.
Presso quella casa cavalli sellati e il raduno del seguito significavano che il sovrano stava per uscire.
“Può capitare che lo veda fra pochi istanti…se solo potessi dargli la lettera e dirgli tutto?…magari mi arrestano perché sono in borghese? Non può essere, lui non può essere che dalla parte della giustizia. Lui capisce tutto, sa tutto. Chi può essere più giusto e più illuminato di lui? Perché dovrebbero arrestarmi per quel faccio, visto che non faccio nulla di male? pensava vedendo uscire dalla casa gli ufficiali che assistevano il sovrano.
«Ecco che sta per uscire. Eh! Quante sciocchezze, vado io a portare la lettera al sovrano. In barba a Trubezkoi, che mi ha sconsigliato di farlo”.
E di botto, con una risolutezza che non si aspettava di possedere, Rostov tolse la lettera dalla borsa ed entrò direttamente nella casa a cercare l’imperatore.
“No, qui non mi debbo lasciar scappare l’occasione, come ad Austerlitz” pensò, con un tuffo al cuore, aspettandosi d’incontrare a momenti l’imperatore. “Gli chiederò la grazia in ginocchio” “Mi dirà d’alzarmi, mi ascolterà e poi mi ringrazierà.”
“Sono contento quando posso fare del bene, ma correggere un’ingiustizia è un’alta felicità” Rostov immaginava le parole che avrebbe detto il sovrano.
Senza fermarsi, guardandosi attorno, oltrepassò l’ingresso dell’alloggiamento dell’imperatore. Una grande scala portava direttamente al piano superiore, a destra si vedeva una porta incatenacciata, sotto la scala c’era la porta del piano inferiore.
“Chi siete?” domandò qualcuno.
“Sto portando uan lettera, una supplica a sua maestà” spiegò Nicola con voce un po’ incerta.
“Supplica, al servizio di turno, presentatevi lì (gli fu indicata la porta in basso) Solamente, non ne accettano.”
L’apatia di quella voce colpì Rostov che si rese conto con sgomento di ciò che stava facendo; il pensiero che stava per incontrare il sovrano lo affascinava e nello stesso tempo lo spaventava, così tanto che forse sarebbe fuggito se un camerlengo non gli avesse apeerto la porta della guardiania di turno. Rostov entrò.
Nella camera c’era un trentenne bassino, grassoccio, pantaloni bianchi e stivaloni, con addosso solo una camicia di batista. Un cameriere gli stava abbottonando dietro bellissime nuove bretelle di seta che attrassero l’attenzione di Rostov. Il tipo parlava con qualcuno che stava nell’altra stanza.
“Bien faite et la beauté du diable» esclamò quel personaggio, poi, accorgendosi di Rostov, s’interruppe e fece una smorfia :
“Cosa volete? Supplica?”
“Qu’est que c’est?” chiese la voce dall’altra stanza.
“Encore un petitionnaire” rispose il tipo in bretelle.
“Ditegli di venire dopo. Sta uscendo, bisogna andare”
“Dopo, dopo, domani. In seguito…”
Rostov si girò e stava per andarsene, ma il tipo in bretelle lo fermò.
“Da parte di chi? Chi siete?”
“Da parte del maggiore Denisov” rispose Rostov.
“Voi chi siete? Siete un ufficiale?”
“Tenente. Conte Rostov”
“Che coraggio! Rivolgetevi al comando. Andatevi voi stesso, andate…” E cominciò ad indossare l’uniforme aiutato dal cameriere.
Rostov uscì di nuovo sul pianerottolo dell’ingresso e vide che avrebbe dovuto passare in mezzo a molti ufficiali e generali in uniforme da parata.
Rammaricato per il proprio coraggio, confuso dal pensiero che sul momento avrebbe potuto incontrare il sovrano ed essere arrestato, consapevole della sconvenienza della sua iniziativa e pentendosene, Rostov si stava infilando fra tutte quelle brillanti uniformi per andarsene da quella casa, quando udì una voce conosciuta e sentì una mano che lo invitava a fermarsi.
“Cosa diavolo fate qui in borghese, ragazzo?” gli chiese quella voce di basso.
Era quel generale di cavalleria che si era meritato l’amicizia del sovrano comandando la divisione dove serviva Rostov.
Rostov dapprima si spaventò, poi, il bonario atteggiamento del generale lo rassicurò e concitatamente gli raccontò tutta la storia, pregandolo d’intercedere a favore di Denisov.
Il generale ascoltava con serietà, scrollando la testa.
«Peccato, giovanotto, mi dispiace proprio. Datemi la lettera…”
Aveva appena consegnato la lettera e terminato di spiegargli tutta la faccenda, che risuonò sulla scala un rapido calpestio di tacchi e speroni; il generale si staccò da Rostov per unirsi ai signori del seguito, attraversare l’ingresso e andare ai cavalli. Lo stalliere, lo stesso di Austerlitz, preparò il cavallo del sovrano e sulla scala si sentì il leggero passo che Rostov immediatamente riconobbe. Dimenticato il pericolo di essere arrestato, Rostov avanzò sul terrazzo assieme ad alcuni incuriositi abitanti del luogo e rivide, dopo due anni, l’adorata figura, quel viso, quello sguardo e l’andatura autorevole nello stesso tempo mite…Sentì rinascere nell’animo con la stessa forza i sentimenti d’orgoglio e d’amore che gli aveva ispirato il sovrano.
L’imperatore in uniforme del reggimento della guardia, i bianchi pantaloni di cuoio e grandi stivali, sul petto la stella della Legion d’Onore che Rostov non conosceva, attraversò l’ingresso, cappello sotto il braccio, infilandosi i guanti. Scambiò alcune parole con uno dei generali. Riconobbe il generale che aveva comandato la divisione di Rostov e lo chiamò presso di sé. Tutto il seguito si fermò e Rostov vide il generale parlare abbastanza a lungo al sovrano.
Il sovrano disse alcune parole al generale poi si mosse per andare verso il suo cavallo. La folla del seguito e la folla in strada si avvicinarono di nuovo al sovrano.
Questi, fermatosi presso il cavallo e posta una mano sulla sella, si rivolse a generale di cavalleria e disse ad alta voce, con l’evidente intenzione di farsi udire da tutti: “Non posso, generale, e non posso perché la legge è più forte di me.”
disse mettendo il piede nella staffa. Il generale chinò rispettosamente il capo, l’imperatore partì al galoppo sulla strada. Rostov, pieno d’orgoglio, e la folla gli corsero dietro.

XXI

Nella piazza verso cui si muoveva l’imperatore erano schierati, uno di fronte all’altro, a destra il battaglione della sua guardia, a sinistra quello della guardia francese con il colbacco.
Mentre l’imperatore passava su un fianco dei battaglioni, che gli presentavano le armi, sull’altro trottava la folla dei dignitari e Rostov davanti a loro scorse Napoleone. Non avrebbe potuto essere nessun altro. Veniva al trotto, in capo un piccolo cappello, la coccarda di Sant’Andrea sulle spalle sopra il bianco giustacuore, la divisa azzurra, su uno straordinario grigio cavallo arabo da parata, coperto da una gualdrappa color lampone ricamata in oro.
Raggiunto Alessandro, Napoleone si tolse il cappello; Rostov non poté non constatare che compiendo quel gesto cavalleresco l’imperatore dei francesi non sembrava a suo agio sul cavallo. I battaglioni gridarono “Urrà” e “Vive l’Empereur”. Napoleone disse qualcosa ad Alessandro. Poi scesero ambedue da cavallo e si strinsero la mano. Napoleone aveva un sorriso ambiguo, sgradevole. Mite era l’espressione di Alessandro mentre gli parlava. Rostov, benché disturbato dalla pressione dei gendarmi francesi, che cercavano di contenere la folla, non si perse un particolare del comportamento dei due imperatori. Non si aspettava e fu sorpreso che Alessandro trattasse Bonaparte da pari e che Bonaparte si comportasse liberamente, come se fosse naturale trattare alla pari con lo zar.
Alessandro e Napoleone si spostarono, con il lungo codazzo dei seguiti, sulla destra del battaglione moscovita, fendendo la folla. La folla venne a trovarsi così vicino agli imperatori, che a Rostov, che si trovava nelle prime file, parve strano di non essere riconosciuto.
“Sire, Vi chiedo il permesso di conferire la Legione d’Onore al più bravo dei Vostri soldati” disse Bonaparte con voce acuta e decisa, accentuando ogni lettera.
Questo disse il Bonaparte, guardando direttamente negli occhi dal basso verso l’alto l’imperatore, più alto di lui. Alessandro lo ascoltò attentamente, annuendo e sorridendo affabilmente.
“A colui che si è più distinto in quest’ultima guerra” aggiunse Napoleone. Pronunciava chiaramente ogni sillaba con una calma e una sicurezza che meravigliarono Rostov, rivolto ai ranghi russi, che gli presentavano le armi e al viso solenne del nostro sovrano.
“Vostra Maestà mi permetterà di chiedere il parere del colonnello? disse Alessandro e mosse qualche passo verso il principe Koslobolski, comandante del battaglione. Nel frattempo Napoleone si era levato il guanto dalla bianca piccola mano sinistra; il guanto gli cadde in terra e venne raccolto in fretta dall’aiutante.
“A chi?” domandò lo zar,sottovoce in russo, a Kosloboski.
“A chi preferite Voi, Maestà.”
L’imperatore, imbarazzato:
“In ogni caso bisogna adeguarsi”
Scrutando fra le file lo sguardo di Kosloboski cadde su Rostov.
“Non avrà scelto me, per caso?” pensò Rostov.
“Lazarev!” comandò il colonnello del reggimento e il primo soldato del rango avanzò spedito.
“Dove vai? Fermati lì” sottovoce qualcuno consigliò Lazarev, che non sapeva dove andare. Lazarev si fermò e spaventato cercò, con la stessa espressione del soldato mandato in prima linea, lo sguardo del colonnello. Napoleone, guardando dietro di sé, chiese con la sua piccola, paffuta mano che gli fosse portato qualcosa.
Un personaggio del seguito consegnò qualcosa a un altro e un paggio, lo stesso che aveva visto Rostov alla cena di Boris, avanzò e rispettosamente inchinandosi porse il nastro rosso con l’onoreficenza a Napoleone. Napoleone la prese fra le dita e si avvicinò a Lazarev. Lazarev continuava, con gli occhi sbarrati, tenaSemente a fissare solo il suo sovrano, Napoleone guardava lo zar con l’intenzione di dimostrargli che stava agendo per compiacere il suo alleato. La bianca piccola mano di Napoleone sfiorò con l’onoreficenza l’uniforme del soldato Lazarev. Napoleone pareva convinto che dal suo gesto dipendesse l’imperitura felicità di quel soldato. Appoggiò la croce sul petto di Lazarev e, ritirando la mano, si rivolse ad Alessandro, come se fosse stato convinto che la croce sarebbe rimasta appiccicata al petto di Lazarev. E infatti vi rimase ma solo perché russi e francesi si affaccendarono per appuntarvela. Lazarev serissimo in volto aveva seguito le mosse di quella piccola bianca mano, immobile nel presentatarm, sempre fissando Alessandro, come se dal sovrano si fosse aspettato istruzioni: doveva stare fermo, avrebbe dovuto fare qualche passo, magari fare qualcosa d’altro? Ma non gli fu ordinato alcunché e dovette rimanere lì impalato.
I sovrani montarono a cavallo e se n’andarono. Si sciolsero i ranghi e guardie russe francesi si sedettero ai tavoli preparati per loro.
Lazarev sedeva al posto d’onore; lo abbracciavano, complimentavano, gli stringevano la mano, ufficiali russi e francesi. Molti ufficiali e cittadini passavano solo per vederlo. In piazza attorno ai tavoli c’era un gran parlare e rallegrarsi. Due ufficiali dai visi rubicondi, allegri e felici, gli vennero di fronte.
“Chissà, fratello, quanto costa – tutta d’argento” disse uno “hai visto quella di Lazarev?”

“La vidi”
“Domani, dicono, che la guardia la spegnerà”
“No, Lazarev è così felice! Milleduecento franchi di pensione a vita”.
“Questo è un cappello, ragazzi! “gridò uno della guardia strapazzando una pelosa berretta francese.
«Ė una meraviglia!”
“Hai sentito la parola d’ordine?” disse l’ ufficiale della guardia all’altro “il terzo giorno era Napoleon, France, bravoure, ieri Alessandro, Russia, grandeur”; un giorno la dà il nostro sovrano e un altro giorno Napoleone. Domani Alessandro conferirà la Georgia a qualche coraggioso della guardia francese, non si dovrebbe mai fare! Bisognerebbe reagire.”
Boris eras venuto anche lui, con il suo compagno Scilinski a guardare il banchetto offerto dalla guardia di Mosca. Tornando indietro Boris vide Rostov, che stava girando l’angolo della casa.
«Salve Rostov; non ci siamo più incontrati” disse ma non poté trattenerlo per domandargli a che punto stesse il suo tentativo, così corrucciata e abbattuta era l’espressione di Rostov.
“Non fa nulla, non fa nulla” rispose Rostov.
“Fai un salto?”
“Sì”
Rostov sostò a lungo presso l’angolo della casa a guardare il festino. La sua mente era invasa da penosi pensieri, che non riusciva a chiarire. Strani dubbi agitavano la sua coscienza. Gli veniva in mente Denisov e il suo comportamento così diverso, la sua docilità e tutto l’ospedale con quelle gambe e quelle mani martoriate in quel sudiciume e quelle sofferenze. Gli sembrava di sentire adesso così vivamente quell’odore di corpi putrefatti, che si guardò attorno per capire da dove provenisse quell’odore. Rifletteva su quel sussiegoso atteggiamento di Napoleone con la sua bianca mano, adesso che era imperatore e che Alessandro amava e rispettava. Tutti quei morti, quelle povere gambe e braccia martoriate erano per lui? Ripensava alla premiazione di Lazarev e a Denisov condannato irrimediabilmente. In quel groviglio di pensieri temeva di smarrirsi.
L’odore proveniente dal banchetto della guardia lo distrasse: bisognava mangiare qualcosa prima di andar via. Entrò nell’osteria, che aveva intravvisto passando la mattina. Il locale era così pieno di gente e ufficiali che ebbe difficoltà, lui in abiti civili, ad ottenere da mangiare. Due ufficiali appartenenti alla sua divisione si avvicinarono. Soggetto della conversazione fu, naturalmente, la pace. Gli ufficiali, camerati di Rostov, erano contrari, come la maggioranza dell’armata, alla pace conclusa dopo Fridlanda. Dicevano che invece di sostenerlo Napoleone bisognasse abbatterlo, cosa che con una guerra di biscotti e salamelecchi non sarebbe stato possibile. Nicola mangiò in silenzio e bevve molto. Da solo bevve due bottiglie di vino. Non riusciva a sbrogliare il groviglio di pensieri che lo tormentavano. Temeva di perdersi nei suoi pensieri e di non potersene staccare. Improvvisamente, dopo le parole ostili ai francesi di uno degli ufficiali, Rostov cominciò a inveire:
“E come fate voi a giudicare cosa sarebbe meglio fare!” urlò cominciando a diventare paonazzo, “come potete giudicare le azioni del sovrano, con che diritto? Noi non possiamo capire né gli obiettivi, né le azioni del sovrano!”
“Ma io non ho affatto parlato del sovrano” obiettò l’ufficiale, che non poteva non aver capito che l’irascibilità del giovanotto dipendeva dall’ubriachezza.
Ma Rostov non lo ascoltò.
“Noi non siamo funzionari della diplomazia, siamo soldati e niente più” continuò “ ci ordinano di morire e andiamo a morire. Se puniscono significa che siamo colpevoli. Se l’imperatore riconosce Bonaparte e si allea con lui significa che è necessario. E il nostro giudizio su tutt’e due non conta nulla.” Rostov gridava battendo il pugno sul tavolo, a sproposito, incompreso dai suoi interlocutori, ma anche incapace di ordinare i suoi pensieri.
“Noi abbiamo un solo dovere, combattere e non pensare, ecco tutto” concluse.
“E bere” disse uno degli ufficiali, che non aveva nessuna voglia di litigare.
“Sì, e bere” annuì Nicola “Ehi tu! Portami una bottiglia” gridò.

Guerra e pace – Parte terza

Nel 1808 l’Imperatore Alessandro si recò a Erfurt per il suo nuovo incontro con l’imperatore Napoleone e nell’alta società pietroburghese si parlò molto dell’importanza di quel solenne incontro.
Nel 1809 l’affinità fra i due dominatori del mondo, come venivano definiti Napoleone e Alessandro, ebbe i seguenti effetti: l’imperatore russo mosse un’armata ai confini per appoggiare il nemico di prima, Bonaparte, che aveva dichiarato guerra all’Austria, in tal modo opponendosi al precedente alleato, l’imperatore austriaco. Nell’alta società si parlava della possibilità di un matrimonio di Napoleone con una sorella dello zar. Ma, tranne che nei circoli politici interni, l’attenzione della società russa era vivamente interessata dall’intima trasformazione in corso in quel tempo di tutti gli aspetti della gestione del sovrano.
La vita intanto, la vita attuale della gente con i suoi materiali interessi nella salute, le malattie, lavoro, riposo e quelli spirituali per la scienza, la poesia, la musica, gli amori, le amicizie, gli odi, le passioni, si svolgeva come sempre, all’infuori della simpatia o dell’ostilità per Napoleone e indifferente a tutte le possibili trasformazioni.
Il principe Andrea trascorse due anni in campagna, senza uscire. Amministrare la sua tenuta, senza le ubbìe di Pierre e senza tendere ad ottenere un risultato preciso, ma passando senza sosta da un lavoro all’altro, senza rendere conto a nessuno ed eccessiva fatica: tale era l’attività del principe Andrea. Il senso pratico, che lui possedeva al massimo grado e invece non aveva Pierre, gli facilitava e alleggeriva ogni lavoro.
In una delle sue tenute di trenta anime i contadini erano liberi (era uno dei primi esempi in Russia) e non dovevano prestare corvéés gratuite. A Boguciarov veniva accreditato sul suo conto l’aiuto all’infanzia della vecchia maestra e il sacerdote alfabetizzava i figli dei contadini.
Metà del suo tempo il principe Andrea lo passava a Lisi Gorax col padre e col figlio, che stava già con la bambinaia, l’altra metà nel rifugio di Boguciarov, come chiamava suo padre quella campagna isolata. Benché avesse manifestato a Pierre la sua indifferenza per tutto quanto stesse accadendo nel mondo, egli attentamente si teneva al corrente, si procurava molti libri e, con sua meraviglia, si accorgeva, quando arrivavano da lui o dal padre direttamente da San Pietroburgo persone appartenenti a quel vorticoso stile di vita, che quelle persone erano lontane dall’avere la percezione del cambiamento politico in corso che aveva lui, stando in campagna.
In quel periodo il principe Andrea, oltre ad occuparsi della sua tenuta ed alle svariate letture, esaminava criticamente le nostre due sfortunate campagne ed elaborava progetti di cambiamenti di regolamenti e comportamenti del nostro sistema militare.
Nella primavera del 1809 il principe Andrea ispezionò la tenuta di Riasanski, proprietà di suo figlio, del quale era tutore. Dalla carrozza, seduto in cassetta al tepido sole primaverile, osservava la prima erba, le prime foglie delle betulle e i primi cirri di bianche nubi primaverili che passavano nel chiaro cielo azzurro. Si guardava attorno senza pensare a nulla.
Il traghetto sul quale aveva discusso con Pierre era scomparso nel tempo. La campagna non era più una distesa di fango, non c’era più neve sul ponte e sul passo tracciato dagli arbusti affiancato dalle betulle su ambedue i lati. Nel bosco sembrava quasi caldo, l’aria era ferma come le verdi nuove foglie appena spuntate su tutte le betulle. Sul suolo, fra le foglie dell’anno passato spuntava la prima erba e occhieggiavano fiorellini lillà. Piccoli pini, sparsi in qualche spazio del bosco di betulle, ricordavano, con il loro scuro sempreverde, l’inverno. I cavalli entrando nel bosco sbuffavano e i fanali s’appannavano.
Pietro, il lacché, disse qualcosa al cocchiere, il cocchiere annuì. Ma Pietro non era evidentemente stato capito dal cocchiere, che si avvicinò alla carrozza per parlare con il padrone.
“Eccellenza, sta andando bene!”
“Che cosa?”
“Tutto, vostra eccellenza”
“Di cosa parla?” si domandò il principe Andrea” certamente della primavera” pensò guardandosi attorno. “E tutto è già verdeggiante…così in fretta! Le betulle, i ciliegi e già comincia l’ontano…la quercia non ancora. Eccola la quercia.”
Sul ciglio del sentiero c’era una quercia. Probabilmente molto più vecchia delle betulle, che formavano il bosco, era almeno dieci volte più grossa e molto più alta di ogni betulla. Con la chioma, goffamente regolata, i rami tagliati a casaccio, stava il grosso vecchio albero, arcignamente in mezzo alle graziose betulle. Lui solo non gradiva il fascino della primavera, non voleva né vederla, né salutare il sole.
La quercia sembrava dicesse: “Primavera, amore, felicità” Come se non significassero tutti quegl’indegni inganni. Ognuno un inganno, la primavera, il sole, la felicità. Guardate i cadaverici abeti, sempre solitari, ai quali ho impedito di alzare la schiena con i miei rami. Questo dico, così sto e non credo alle vostre speranze né ai vostri inganni”
Il principe Andrea, attraversando il bosco, guardò più volte quella quercia, come se da essa si aspettasse qualcosa.
Fiori ed erba nuova gli crescevano attorno, ma l’austero albero non cambiava il suo sprezzante, accigliato atteggiamento.
“ Sì, ha ragione, ha mille ragioni quella quercia” pensava il principe Andrea “di rifiutarsi di credere alle promesse di una nuova vita, la vita che conosciamo, la vita che finisce”
La vista di quella quercia gl’ispirò una serie di malinconici pensieri. Durante quel viaggio aveva riflettuto di nuovo sulla sua esistenza, rivisto il suo passato, quello tranquillo, quello spensierato, la prigionia: non si sentiva tenuto a intraprendere alcunché, doveva solo trascorrere la sua vita senza fare del male, senza seccature e senza desideri.

II

Fra i suoi doveri di tutore della tenuta di Riasansk il principe Andrea aveva la consultazione del sovrintendente regionale. Il sovrintendente regionale era il conte Ilia Andreic Rostov e Andrea andò a trovarlo a metà maggio.
Si era già nella fase calda della primavera. Nel bosco tutti gli alberi avevano rimesso le foglie, era umido e così caldo che, attraversandolo, sembrava di fare il bagno.
Il principe Andrea, riflettendo senza entusiasmo su quanto avrebbe dovuto fare e sulle domande da porre al sovrintendente, s’inoltrò sul viale del giardino che portava all’amena residenza dei Rostov. Un allegro grido di giovane donna risuonò dalla destra e un gruppetto di ragazze attraversò correndo il viale passando davanti alla sua carrozza. Davanti alle altre, più vicina, correva accanto alla carrozza una brunetta, molto, perfino troppo magra, dagli occhi neri; portava un vestito giallo di calicot e i capelli difficoltosamente raccolti da un foulard bianco.
Suo era stato lo strillo; accortasi che stava arrivando un forestiero, arretrò sorridendo, senza guardarlo.
Il principe Andrea improvvisamente si sentì in qualche modo colpito. La giornata era così bella, il sole così caldo, c’era felicità attorno a lui; quella magra, graziosa fanciulla non conosceva e non poteva conoscere il suo stato d’animo, ed era contenta della sua vita, probabilmente insignificante però allegra e fortunata.
“Come mai è così contenta? A cosa pensa?” Non alla strategia, non all’organizzazione della servitù della tenuta di Riasansk. Che cosa pensa e cosa la rende felice?” si domandava involontariamente, incuriosito, il principe Andrea. Il conte Ilia Andreic viveva nel 1809 a Otradom sempre alla stessa maniera, dedicando, come in passato, quasi interamente il suo governatorato alla caccia, ai teatri, banchetti e musicanti. Fu, come sempre, felice di accogliere un nuovo venuto e insistette per ospitare il principe per la notte. Il giorno seguente, durante il quale il vecchio sovrintendente e il suo prominente ospite si occuparono della gestione della tenuta, Bolkonski fu prigioniero in casa del conte. Gli capitò più volte di vedere Natascia, sorridente, allegra, in compagnia di adolescenti e ogni volta di domandarsi: “A cosa pensa? Come mai è così contenta?. La notte, solo in un nuovo ambiente, stentò ad addormentarsi. Lesse, per cui accese e spense più volte la candela. Nella stanza con le porte chiuse era caldo. Il principe Andrea era seccato con il vecchio stupido (così lo definiva) perché lo tratteneva, asserendo che i documenti non erano ancora arrivati dalla città e seccato con se stesso perché era costretto a rimanere.
Si alzò per aprire la finestra. Appena aperte le imposte, la luna inondò di luce la sua camera come se fosse stata da tempo in attesa d’irrompere. Aprì la finestra. La notte era fresca e straordinariamente chiara. Davanti alla sua
finestra v’era una fila di alberi ben curati, scuri da un lato, inargentati dalla luna sull’altro. Sotto gli alberi brillava una rigogliosa, rorida, vegetazione. Al di là dei neri alberi la rugiada luccicava sul tetto d’una rimessa, più a destra il grosso tronco e i rami bianchi di un albero brillavano nella luna quasi piena, che li sovrastava in un cielo quasi senza stelle.
Sostò il principe Andrea a guardare quel cielo, appoggiato al davanzale della finestra.
Anche sopra la sua stanza, che stava al piano di mezzo della casa, non si dormiva ancora. Si sentivano voci di giovani donne.
“Solo una volta ancora” disse una voce femminile, che aveva già sentito il principe Andrea.
“Quando dormi?” rispose l’altra voce.
“Non ho voglia di dormire, non posso, non so cosa mi succede. Allora, per l’ultima volta…”
Due voci femminili intonarono una frase finale di una canzone.
«Oh, che piacere! Adesso basta, si dorme”
“Dormi tu, io non posso” si sentì la prima voce vicina alla finestra. Era evidente che la persona si era sporta dalla finestra, perché c’era stato il fruscio del suo vestito e persino se ne sentiva il respiro.
Tutto giaceva nell’immobilità della luce e dell’ombra della luna. Anche il principe Andrea trattenne il fiato per non rivelare la sua involontaria presenza.
“Sonia, Sonia” risuonò di nuovo la prima voce “ma come si fa a dormire! Vieni a vedere che meraviglia! Ah, che meraviglia! Mi prende il cuore, Sonia” disse commossa “non ho mai, mai visto una notte così meravigliosa!”
Sonia non aveva voglia di rispondere.
“Devi vedere che luna!…ah che meraviglia! Vieni qui. Vieni qui colombella. Lo vedi? Qui seduta, a ciambella, la prendi sui ginocchi, l’afferri e voli via. Ecco così!!”
“Basta, guarda che cadi”.
Si sentì l’ammonimento e la voce avversa di Sonia.
“Guarda che è già la seconda volta.
“Ah, tu sei sempre contraria. E allora, vai via”.
Poi fu di nuovo silenzio, ma il principe Andrea sapeva che la ragazza era rimasta a sedere sul davanzale, sentiva i suoi piccoli movimenti e il suo fiatare.
“Dio mio, Dio mio! Cos’è?” strillò la ragazza: “Bisogna andare a dormire”. e improvvisamente chiuse la finestra.
“Fatti che non mi concernono” pensava il principe Andrea intanto che prestava attenzione a quella discussione perché si aspettava o temeva che fosse detto qualcosa di lui.
“E ancora lei! E come a proposito!” rifletteva.
Nell’anima, d’improvviso, gli entrò un gomitolo di pensieri e speranze giovanili, che contraddicevano il suo modo di vivere e gli accordarono immediatamente quel sonno, che lui avrebbe penato a lungo a conciliare se fosse rimasto nel suo solito stato d’animo.

III

Il giorno dopo, passato unicamente con il conte, il principe Andrea, che non ne poteva più di andarsene, tornò a casa.
Era già cominciato il mese di giugno, quando il principe Andrea, tornando a casa, percorse un’altra volta quel boschetto di betulle dove quella vecchia, nodosa quercia, così strana, l’aveva intimamente colpito. Il bosco si era così densamente infoltito che i sonagli della carrozza sembravano tintinnare meno chiaramente che nei mesi addietro; i giovani abeti, sparsi nel bosco, non disturbavano l’armonia del bosco e, pur tradendo il loro vero carattere, protendevano teneri getti verde chiaro. In pieno giorno faceva caldo, sembrava formarsi il temporale, ma era solo una nuvoletta che spruzzava le strade e il ricco fogliame. A sinistra, nell’ombra, era una barriera scura, che a destra, bagnata, luccicava nel sole mossa dalla brezza leggera. Tutto era in fiore; s’udiva, vicino e lontano, il cinguettio continuo degli uccelli.
“Sì, era qui, in questo bosco, quella quercia che mi somigliava” “dov`è?” rifletté il principe, Andrea cercandola sulla sinistra della strada e non riconoscendola nel bell’albero che aveva scoperto. La vecchia quercia si era completamente trasfigurata vestendosi di tenere foglie verde chiaro e ondeggiava leggermente la chioma negli ultimi raggi del sole. Non si vedevano rami contorti, rughe, il vecchio arcigno aspetto. Il sole s’infiltrava attraverso il tronco secolare per illuminare le giovani floride foglie e sembrava strano che quel vecchio tronco potesse averle generate.
“Sì, è proprio quella quercia” riconobbe il principe Andrea, che si sentì improvvisamente pervaso da un sentimento di gioia e rinnovamento. In quel momento si affollarono nella sua mente i ricordi degl’importanti. momenti della sua vita. Il grande cielo di Austerlitz, il triste rimprovero sul viso della moglie morta, Pierre sul traghetto, la ragazza emozionata dalla bellezza della notte, e quella notte e quella luna.
“No, la vita non può finire a trentun’anni” d’un tratto concluse il principe Andrea. «Non è sufficiente che io conosca chi io sia, bisogna che lo sappiano anche tutti gli altri: Pierre, e quella ragazza, bisogna, affinché tutti mi conoscano, che non debba trascorrere la mia vita da solo, perché non si deve vivere come quella ragazza che voleva volare in cielo, come se fossi fuori dalla vita; la mia vita deve rivolgersi agli altri e devo vivere in mezzo a loro!”
Di ritorno da quel viaggio, il principe Andrea decise di andare a San Pietroburgo in autunno per cercare di mettere in pratica quella decisione.
Una serie di ragioni, di logiche riflessioni, spiegavano la necessità di andare a San Pietroburgo, perfino di arruolarsi e confermavano incessantemente la sua decisione. Adesso perfino non riusciva a capire come avesse dubitato della necessità di dare un senso concreto alla sua vita, esattamente allo stesso modo in cui mesi addietro non avrebbe potuto concepire il pensiero di andarsene dalla campagna. Gli sembrava evidente che tutte le esperienze della sua vita sarebbero cadute nel nulla, se non le avesse integrate con azioni e non avesse di nuovo partecipato fattivamente alla vita. Non riusciva nemmeno a capire come una serie di squallidi ragionamenti lo avessero in passato prostrato e umiliato, invece adesso, dopo le peripezie della vita, aveva ripreso a credere nella possibilità di rendersi utile, di essere felice e di amare. Ora la ragione gli suggeriva un comportamento completamente diverso.
Dopo quel viaggio il principe Andrea in campagna s’annoiava e, spesso, solo nel suo studio, si alzava per andare allo specchio a esaminare a lungo la sua faccia, poi si rivolgeva al ritratto della povera Lisa, che lo guardava, ornata dai boccoli pettinati alla greca, tenera e contenta, dalla cornice dorata. Non diceva più al marito gravi parole di rimprovero, ma gli rivolgeva un’ingenuo sguardo affettuoso. A lungo, con le mani dietro la schiena, il principe Andrea camminava in sù e in giù nella stanza, un po’ aggrottando la fronte, un po’ sorridendo, borbottando parole non sempre coerenti, la mente affollata di idee: i segreti, i delitti, i discorsi con Pierre, la gloria, la ragazza della finestra, la quercia, l’avvenenza della moglie e l’amore che aveva cambiato completamente la sua vita. Con chi lo incontrasse in quei momenti reagiva scontroso, quasi villano e incoerentemente.
“Mon cher” la principessa Maria è venuta a dirgli che il piccolo Nicola non vuole andare a spasso perché fa molto freddo.
“Se fosse caldo” rispose sgarbatamente alla sorella il principe Andrea “gli mettereste solo una camicia, se fa freddo bisogna mettergli vestiti caldi, che sono stati inventati per quando fa freddo, non per stare in casa, quando invece i bambini hanno bisogno di stare all’aria”
La principessa Maria intuì l’origine di quel comportamento e ne dedusse che il lavorio mentale inaridisce la mente dei maschi.

IV

Il principe Andrea arrivò a San Pietroburgo nell’agosto 1809. In quel periodo il favore del giovane uomo di stato Speranski era all’apice della sua inarrestabile ascesa. Nello stesso mese si rovesciò la carrozza dell’imperatore, che si ferì ad una gamba e dovette sostare tre settimane a San Pietroburgo, durante le quali ogni giorno incontrò esclusivamente Speranski. In quel periodo non solo si preparavano importanti e preoccupanti decreti concernenti i ranghi dei cortigiani e gli esami delle qualifiche degli assessori dei collegi e dei consiglieri statali, ma si voleva cambiare l’intera sovrana costituzione, la sostanza della giurisprudenza, l’ordinamento amministrativo e finanziario della Russia, dal consiglio del sovrano fino ai governi provinciali. Adesso la realizzazione di quei sogni liberali, che lambivano il trono dell’imperatore Alessandro e che lui frettolosamente intendeva attuare, dipendeva dall’aiuto dei suoi assistenti: Ciartorisk, Novosilz, Kolib e Stroganov, un comitato che scherzosamente veniva chiamato “comité du salut publique”. Adesso Speranski occupava tutte le funzioni civili e Arakceef quelle della guerra. Il principe Andrea si presentò a corte subito dopo il suo arrivo, nella sua qualità di cameriere dell’imperatore. L’imperatore lo incontrò due volte e non gli rivolse nemmeno una parola. Al principe Andrea era sempre sembrato di essere antipatico allo zar, al quale pensava di essere sgradito come persona e come famiglia. La freddezza dello sguardo che gli rivolgeva il sovrano confermava l’idea che il principe Andrea s’era formata, anche nel passato, della sua predisposizione. Secondo l’opinione di membri della corte dipendeva dal fatto che il serenissimo non aveva gradito l’assenza del principe dal servizio nel 1805.
“Delle sue simpatie o antipatie m’importa poco” pensava il principe Andrea “e poiché non ci pensa nessuno a presentarmi personalmente la mia coscrizione, provvedo io stesso” E andò dal vecchio maresciallo da campo, presso cui aveva servito, che era amico di suo padre. Il maresciallo gli fissò un udienza, lo accolse paternamente e gli promise di riferire al sovrano. Pochi giorni dopo il principe Andrea fu convocato dal ministro della guerra, conte Arakcev.
Alle dieci del mattino del giorno fissato il principe Andrea si presentò all’ufficio di ricevimento del conte Arakcev. Il principe non conosceva Arakcev e non lo aveva mai visto, ma il poco che ne sapeva bastava per ispirargli poco rispetto.
“Lui, ministro della guerra è il fiduciario dell’imperatore. Le questioni personali non gli debbono interessare; a lui compete esaminare la mia coscrizione e quindi non può che mandare avanti la pratica” pensava il principe Andrea aspettando nell’anticamera del ministro fra un viavai di persone più o meno importanti.
Durante il suo servizio di maggior livello, quello di aiutante, il pincipe Andrea aveva ricevuto in anticamera molte persone altolocate ed ora, in questa del ministro, interpretava molto chiaramente i caratteri di quelle che vedeva nell’anticamera del ministro. Sui visi delle persone poco importanti, che aspettavano di essere ricevuti dal ministro, leggeva sottomissione e preoccupazione; in quelli dei funzionari più importanti l’imbarazzo era nascosto dal fare disinvolto, noncurante, del loro comportamento. Andavano avanti e indietro alcuni pensosamente, altri borbottando e sghignazzando e Andrea sentì
“sobriquet” “Andreuccio il forte” “zio grassone”, termini riferiti al ministro conte Arakcef. Un generale (importante) evidentemente impazientito dalla lunga attesa, sedeva con fare sprezzante, cambiando continuamente di posto alle gambe. Ma non appena si apriva la porta dell’ufficio, una sola espressione appariva su tutti i volti: la paura. Il principe Andrea aveva chiesto più volte all’aiutante del giorno di essere annunciato, ma costui gli aveva risposto, con un sorriso beffardo, che l’avrebbe fatto al suo turno. Dopo alcune persone e un viavai di aiutanti, fu ammesso alla minacciosa porta dell’ufficio del ministro l’ufficiale, che meravigliò il principe Andrea per il suo atteggiamento rassegnato e spaventato. L’udienza dell’ufficiale durava a lungo. Improvvisamente s’udì una cascata d’improperi e si vide uscire l’ufficiale, pallido, con le labbra tremanti, attraversare l’anticamera scuotendo il capo. Dopo di che il principe fu invitato alla porta e l’aiutante di turno gli disse a bassa voce: “A destra, alla finestra”.
Il principe Andrea entrò nel modestamente arredato ufficio e vide, seduto al tavolo, un individuo d’alta statura, una lunga testa, poco collo, profonde rughe, sopracciglia aggrottate a ciuffo sugli occhi azzurri, il naso, rosso, pendente in mezzo al viso. Arakcef girò la testa verso il principe, senza guardarlo.
“Cosa chiedete?” domandò il ministro.
“Io non chiedo niente…eccellenza” disse a bassa voce il principe. Il ministro lo guardò.
“Sedetevi” disse Arkacef “principe Bolkonski”.
“Io non chiedo nulla; il sovrano imperatore ha voluto affidare a vostra eccellenza la scelta della mia coscrizione…”
“Vedete, gentil signore, quanto scrissi in merito” disse Arkacef le prime parole con tono cortese, sempre senza guardare il principe in viso, e continuando sempre più aspro e sprezzante. “State proponendo nuove leggi di guerra? Le vecchie vengono usate e non sta scritto da nessuna parte che sarebbe meglio cambiarle.”
“Sono venuto per volere dell’imperatore da vostra eccellenza per avere suggerimenti in merito al mio servizio” osservò con cortesia il principe Andrea.
“La mia decisione in merito è stata inoltrata al comitato. Io non approvo” Arkacef si alzò afferrando un foglio dallo scrittoio “Ecco” e lo porse a Bolkonski.
Su quel foglio non intestato, stava scarabocchiato a matita, di traverso, senza segni d’interpunzione né cura dell’ortografia: “Comportamento imprudente come inosservanza del regolamento militare della guerra contro i francesi e dei codici militari senza necessità di ripiegamento”
“A quale comitato è stata trasmessa la coscrizione?”
“Al comitato del regolamento di guerra con la mia proposta dell’iscrizione di vostra altezza a membro. Solo senza stipendio.
Il principe sorrise: “Non ne desidero.”
“Membro senza stipendio” ripeté Arkacef. “Intendo onore! Ehi, chi c’è adesso?” gridò, inchinandosi al principe Andrea.

V

In attesa della comunicazione della sua nomina a membro del comitato, il principe Andrea riannodò vecchie conoscenze, particolarmente di persone che riteneva in grado di essergli utili. Adesso, a San Pietroburgo, aveva una sensazione simile a quella provata prima della battaglia, quando lo aveva tormentato l’impaziente, irresistibile curiosità d’incontrare la volontà suprema, che stava preparando il futuro di milioni di uomini.
Esperimentò il disorientamento degli anziani, l’imperizia dei dilettanti, l’impenetrabilità dei professionisti, la frettolosità, la preoccupazione di ognuno, l’incalcolabile numero di comitati e commissioni, di cui scopriva l’esistenza ogni giorno di quel periodo del 1809 a San Pietroburgo. Esercito della grande battaglia amministrativa condotta da quel misterioso personaggio, che non aveva mai incontrato, ma che gli sembrava geniale: Speranski. Il grande uomo e i suoi obiettivi, benché non gli fossero ancora sufficientemente chiari, avevano cominciato a interessare fortemente il principe Andrea, prendendo il posto nelle sue idee di quelle di riforma del regolamento di guerra. Il principe Andrea si trovava nella felice condizione di essere ben accolto in tutti i circoli importanti della contemporanea società sanpietroburghese. Il partito riformatore lo accoglieva e lusingava da un lato perché portava un nome prestigioso ed era considerato di profonda cultura, secondariamente perché il trattamento che riservava ai contadini gli conferivano la reputazione di liberale. Il partito degli anziani, insoddisfatti soprattutto perché era il figlio di tanto padre, lo compativano prevedendo che si sarebbe dovuto pentire. La società femminile lo accoglieva con gioia perché era libero, ricco e famoso, e romantiche le storie della sua morte apparente e quella della tragica morte della moglie.
Inoltre, tutti quelli che l’avevano conosciuto in passato erano dell’opinione che, in quei cinque anni, Andrea Bolkonski fosse cambiato in meglio, fosse divenuto più cortese e avesse dismesso rigidezza, fierezza e sarcasmo; trasformandosi in una tranquilla persona. Se ne parlava, lo si trovava interessante, tutti apprezzavano la sua presenza.
Il giorno dopo la visita al conte Arkacef il principe Andrea andò dal conte Kociubei. Descrisse al conte l’incontro con il “potente Arkacef”; Kociubei definiva in questo modo Arkacef con quel tono vagamente canzonatorio, che il principe Andrea aveva avvertito aleggiare nell’anticamera del ministro.
“Mio caro” disse Kociubei “anche per questo affare non dovete passare da Michele Mixailovic. Lui è il grande realizzatore. Io gli parlerò. Mi ha promesso di venire stasera…”.
“A Speranskij interessa la questione del regolamento di guerra?”
Kociubei sorrise, reclinando il capo, per significare l’ingenuità di Bolkonski.
“Abbiamo parlato di voi con lui giorni fa” continuò Kociubei “della vostra emancipata cerealicultura…”
“Sì, vorrebbe dire, principe, liberare i propri contadini?” intervenne un anziano ecaterinense, fissando sdegnato il principe Bolkonski.
“Una piccola tenuta non ha mai prodotto utili” rispose Bolkonski, che per non irritare il vecchio voleva sminuire la sua azione.
“Credete d’essere in ritardo” borbottò in francese il vecchio, guardando Kociubei.
“Io non posso credere “ continuò “che qualcuno lavori la terra se gli si lascia la scelta. È più facile scrivere leggi che faticare ad amministrare. E poi, vi domando, chi obbedirà al superiore se verranno tutti esaminati e promossi?”
“Non credo che saranno promossi tutti” rispose Kociubei, accavallando le gambe e guardandosi attorno.
“Mi viene in mente Prianicnikof, grande uomo, uomo d’oro, che ha settantanni, è possibile che debba dare gli esami anche lui?”
“Sì, quella è una difficoltà che frena la trasformazione, ma…” il conte Kociubei s’interruppe, si alzò, porse la mano al principe Andrea e andò incontro a un uomo d’alta statura, calvo, biondiccio, sulla quarantina, una grossa bocca aperta, il viso straordinariamente bianco e oblungo, che era sopraggiunto. Questa persona vestiva il frak, al collo portava la croce di Sant’Andrea e sul petto, a sinistra, la stella. Era Speranskij. Il principe Andrea lo capì subito e trasalì, come quando ci si rende conto che sta accadendo qualcosa d’importante nella vita. Sarà stato rispetto, invidia, attesa, non lo sapeva. Il personag-gio era assolutamente speciale e quella era l’occasione per conoscerlo. Non era mai capitato al principe Andrea di osservare, nella società in cui viveva, un simile portamento, calmo, consapevole e nello stesso tempo impacciato e non aveva mai incontrato uno sguardo come quello, rigido e nello stesso tempo bonario, comunicato da occhi relativamente smorti; e più dello stretto sorriso e della voce così sottile, piatta, sommessa di quella persona, lo colpìrono la mite bianchezza del suo viso, la grandezza delle mani, anch’esse bianche, impacciate e gentili. Solo all’ospedale il principe Andrea aveva visto visi di soldati, a lungo degenti, così pallidi. Quella persona era Speranskij, segretario dell’imperatore, consigliere dell’imperatore e suo accompagnatore a Erfurt, dove più volte aveva parlato con Napoleone.
Speranskij non esaminò uno dopo l’altro i presenti, come involontariamente si usa fare presentandosi nell’alta società e, senza affrettarsi, cominciò a parlare piano, con chiarezza nell’intento di farsi capire, rivolto solamente alla persona che lo stava ascoltando.
Il principe Andrea attentamente ascoltava ogni parola e seguiva le movenze di Speranskij. Come accade alle persone che usano formarsi approfonditi, spesso rigidi, giudizi sui loro contemporanei, il principe Andrea, incontrando per la prima volta una persona, in particolare una come Speranskij, della quale gli era nota la reputazione, si dedicò a coglierne la dimensione umana.
Speranski spiegò a Kociubei che gli dispiaceva di non essere venuto prima, perché era stato trattenuto a corte. Non disse che lo aveva trattenuto il sovrano. Quella affettata modestia stupì Bolkonski. Quando Kociubei gli presentò il principe Andrea, Speranskij gli rivolse quel suo sorrisetto e lo scrutò in silenzio.
“Sono molto contento di fare la sua conoscenza, ho sentito parlare di voi, come tutti.” disse.
Kociubei accennò con qualche parola alla questione Bolkonski-Arkacef. Speranskij sorrise apertamente.
“L’ispettore della commissione dei codici militari, è un mio caro amico,il signor Magnizki” disse scandendo ogni parola “ e se lo desiderate posso mettervi in relazione con lui.” Poi, dopo una pausa: “Spero possiate andare d’accordo e sfruttare le vostre intelligenze”
Attorno a Speranskij si era rapidamente formato un circolo di persone e anche il vecchio, che aveva parlato con il suo funzionario, Prianicnikof, rivolse domande a Speranskj. Il principe Andrea, che non partecipava alla discussione, osservava ogni mossa di Speranskij e pensava che quell’uomo, ch’era stato poco prima un miserando seminarista, adesso teneva nelle sue mani, quelle pallide, goffe mani, i destini della Russia. La straordinaria sprezzante tranquillità con la quale Speranskij rispondeva al vecchio, meravigliava Bolkonski. Gli sembrava che le sue morbide parole scendessero sull’interlocutore da una incommensurabile altezza. Quando il vecchio alzò un po’ troppo la voce, Speranskij sorrise e disse che non desiderava giudicare se fosse profittevole o dannoso ciò che desiderasse il sovrano. Dopo aver discusso qualche tempo in quel gruppo di persone, Speranskij si alzò, andò dal Principe Andrea e lo trasse con sé in un altro angolo della sala. Era chiaro che intendeva occuparsi di Bolkonski.
“Non desideravo conversare con voi, principe, in mezzo a quel vivace gruppo di persone, nel quale è presente quel rispettabile anziano” spiegò, sorridendo affabilmente, con il sorriso che significava scarsa considerazione dei precedenti interlocutori, al contrario dell’alta che voleva dimostrare di avere per il principe Andrea.

“Penso: primo, che il trattamento dei vostri contadini è il nostro principale modello, che è consigliabile abbia numerosi imitatori; secondo, che siete uno di quei cortigiani che non si sentono offesi dai nuovi decreti sui funzionari e non si agitano per ottenere nuove udienze.”

“Sì, mio papà non vuole che io sfrutti quei titoli. Ho cominciato il mio servizio ai livelli più bassi”

“Il babbo vostro, uomo d’altri tempi, evidentemente sta più in alti dei nostri contemporanei, contrari a misure che non fanno altro che ristabilire la naturale giustizia.”
“Credo che quell’opposizione abbia tuttavia dei fondamenti” osservò il principe, che temeva d’ irritare Speranskij, del quale cominciava a subire l’ascendente.
Gli spiaceva di volerlo contraddire in’occasione del primo incontro. Il principe Andrea, che abitualmente parlava con facilità e proprietà, faticava ad esprimersi parlando con Speranski. Era troppo concentrato nel tentativo di capire la natura del famoso uomo.
“L’ambizione personale potrebbe essere il fondamento” osservò a bassa voce Speranski.
“In parte per democrazia” disse il principe Andrea.
“Cosa intendete con questo? domandò tranquillo Speranski socchiudendo gli occhi.
“Ho letto Montesquieu” rispose Bolkonski “e la sua opinione che il principio delle monarchie è l’onore, mi sembra incontestabile. Certi diritti e privilegi della nobiltà mi sembrano essere mezzi per sostenere questo sentimento”
Il sorriso scomparve dal pallido viso di Speranski e la sua fisionomia riflesse ancora più fortemente il cambiamento. In verità trovava interessante il pensiero del principe.
“Se considerate la questione sotto questo punto di vista” Speranski parlava in francese con qualche difficoltà e più lentamente che in russo, tuttavia tranquillamente. Cominciò con dire “che l’onore non ha la forza di sostenere gli eventi avversi del destino; l’onore o è il concetto della giustificazione di una cattiva azione, oppure fonte di competizione per l’ottenimento di privilegi e ricompense.
Argomentava conciso, con freddezza e chiarezza.

L’istituzione, che promuove quell’onore, fonte di competizione, è l’istituto, simile alla Légion d’honneur del grande imperatore Napoleone, che non è dannoso ma contribuisce al successo del servizio, non del rango o delle prerogative dei cortigiani.”

“Io non metto in dubbio e non ho mai negato che quella sia stata la motivazione prevalente del cortigiano” puntualizzò il principe “qualunque cortigiano considera dignitoso svolgere le funzioni pertinenti alla sua posizione”.

“Ma voi non ne avete mai voluto approfittare, principe”
disse Speranskij, il cui sorriso dimostrava il suo desiderio di concludere bonariamente la discussione con il suo imbarazzato interlocutore “Se mi vorrete concedere l’onore di conferire con me, mercoledì” aggiunse “ allora io, dopo aver discusso con Magnitzkij su ciò che può interessare, v’informerò, inoltre avrò il piacere di esaminare i dettagli con voi.”
Poi, socchiudendo gli occhi s’inchinò e, alla francese, senza scusarsi, alla chetichella, uscì dalla sala.

VI

Nei primi tempi del suo soggiorno a San Pietroburgo il principe Andrea viveva immerso nella mentalità
formatasi con la sua vita solitaria, tenendo a distanza i temi di scarsa importanza che San Pietroburgo proponeva. La sera, a casa, fissava su un’agenda gli orari di quattro o cinque inevitabili visite o rendez-vous.
Lo svolgimento degli impegni, ossia l’obbligo di pianificarli per essere puntuale dappertutto, gli costava molto tempo ed energia. Non faceva nulla, non perché non pensasse o non riuscisse a pensare, ma parlava solo, riuscendo, di quanto prima aveva meditato in campagna. Ogni tanto gli passava involontariamente per la mente di andar ripetendo ogni giorno sempre le stesse cose nei vari ambienti della società, ma era così occupato che non riusciva a rendersi conto che non stava concretizzando niente.
Speranskij, affabile come nel primo incontro con Bolkonski e Kociubev, lo accolse cordialmente a casa sua, il mercoledì seguente, per un colloquio a quattr’occhi. Speranskij parlò a lungo confidenzialmente e impressionò fortemente il principe Andrea.
Il principe Andrea considerava un gran numero di persone prive di valore ed estranee al suo desiderio di raggiungere la perfezione. L’affabile, ricco di buonsenso Speranskij gli sembrava più facilmente compatibile con i suoi ideali. Se Speranskij fosse appartenuto alla stessa società di Bolkonski, con la stessa educazione e principi morali, il principe Andrea ne avrebbe riconosciuto il debole carattere, sprovvisto di slanci eroici, ma adesso era la coerenza di quella per lui strana personalità, che era consapevole di non capire appieno, ma che sentiva di stimare sempre di più. Per di più Speranski, sia che volesse valutare le capacità del principe o perché intendesse legarlo a sé, ostentava imparzialità, buon senso, lo lusingava con la sottigliezza che veniva riconosciuta a quell’unica personalità, dotata di profondità di pensiero e capace d’intuire la stupidità di tutti gli altri. Durante il lungo colloquio di mercoledì sera, Speranskij disse più volte: “A noi risulta chiaramente che per eliminare le cattive abitudini…” oppure, sorridendo “Ma se noi vogliamo il lupo sazio e le pecore vive” e anche “Essi non lo possono capire” e usò circonlocuzione che volevano significare “Noi, voi e io, noi comprendiamo, chi sono e chi siamo”.
Quel primo lungo colloquio con Speranskij confermò l’opinione che il principe Andrea aveva tratto incontrandolo la prima volta. Bolkonski vedeva in lui il ragionevole, severo pensatore di alti principi, tenaSemente deciso ad usare il potere solo per il bene della Russia. Agli occhi del principe Andrea, Speranskij era proprio l’uomo che, conoscitore di tutti i fatti della vita, ammetteva solamente ciò che fosse ragionevole e avrebbe agito secondo i criteri di ragionevolezza, nei quali egli stesso credeva. Speranskij esponeva i suoi concetti con tale semplicità e chiarezza che il principe si trovava involontariamente d’accordo su tutto. Obiettava e discuteva su qualche punto solamente per dimostrare di essere autonomo e di non accettare a priori tutte le opinioni di Speranskij. Tutto sembrava a posto, tutto buono, ma c’era una cosa che turbava il principe: lo sguardo freddo, opaco, inespressivo di Speranskij e la sua mano bianca, delicata, che egli involontariamente guardava come si guardano di solito le mani dei potenti. Lo sguardo impenetrabile e la manina di Speranskij irritavano il principe Andrea. Gli era sgradevole l’eccessivo disprezzo per la gente che Speranskij mostrava di nutrire e la molteplicità di prove che adduceva a conferma delle sue teorie; egli si serviva di tutti gli strumenti del pensiero, similitudini escluse, e passava con troppa spavalderia, sembrava al principe Andrea, da un argomento all’altro. Un po’ rimanendo nel campo dei fatti concreti condannava i sognatori, un po’satireggiava canzonando gli avversari, adesso argomentava con impeccabile logica e poi improvvisamente passava alla metafisica. (Usava spesso quest’ultimo strumento di prova.) Innalzò il problema a metafisiche altezze, attraversò lo spazio cosmico, quello del tempo, del pensiero e poi, tramortito, tornò giù alla discussione. Nell’insieme il fondamentale disegno pensato da Speranskij impressionava il principe Andrea, era indubbiamente solido e rispettoso delle leggi. Era evidente che a Speranskij non passava per la testa che il principe avesse l’abitudine mentale di non lasciar mai trasparire il suo pensiero; inoltre il pensiero non sfiorava lo statista, che tutto quanto definiva stupido, lo fosse veramente. Questa mentalità di Speranskij sconcertava il principe Andrea in particolare.
Nei primi tempi della sua frequentazione con Speranskij, il principe Andrea nutriva per lui la stessa viva ammirazione che aveva sentito per Bonaparte. Nonostante Speranskij fosse figlio di un sacerdote, possibilmente di cattivi costumi, come molti clerici di quel tempo. Era un fatto, tuttavia, che ispirava al principe Andrea una certa istintiva prudenza nel controllo dei suoi sentimenti verso Speranskij. In quella prima sera, trascorsa da Bolkonski con lui, discorrendo della commissione per la compilazione delle leggi, con ironia raccontò al principe che la commissione esisteva da centocinquant’anni, che costava milioni e non faceva nulla, sicché Rosenkampf gli appioppò l’etichetta di distruttrice comparata della legislazione.
“È così che lo Stato ha sprecato milioni. Dobbiamo dare più poteri al Senato, non leggi per noi. Perché per gente come noi, adesso, non sarebbe un male.”
Il principe Andrea disse che sarebbe occorsa la preparazione giuridica, che lui non possedeva.
”Sì, non ce l’ha nessuno, è così che volete? Questo è un circulus viciosus dal quale bisogna uscire.”
Prima di sera il principe Andrea era diventato membro della commissione per la formazione del regolamento di guerra e, inaspettatamente, responsabile di compartimento della commissione di formazione legislativa. A richiesta di Speranskij il principe si prese in carico la prima parte del codice civile e appoggiandosi ai codici Napoleonico e Giustiniano, lavorò nella sezione: Diritti dell’uomo.

VII

Due anni addietro, nel 1808, tornato a San Pietroburgo dai suoi viaggi nei possedimenti, Pierre si trovò involontariamente a capo della locale massoneria. Organizzava pranzi e cerimonie funebri, arruolava nuovi membri, si preoccupava della coordinazione delle varie attività e della correttezza della forma. Contribuiva con il suo denaro alla gestione del tempio ed alla raccolta dell’elemosina, compensando avarizia e negligenza di molti soci. Quasi da solo provvedeva con i suoi soldi a sostenere l’asilo dei poveri, fondato dall’ordine a San Pietroburgo. A parte questo viveva come in passato, passando da un’infatuazione al disordine. Gli piaceva mangiare e bere bene e, benché lo considerasse immorale e umiliante non riusciva ad astenersi dal partecipare alla vita da scapoli dei giovani della sua società.
Benché occupato in attività e infatuazioni diverse, con il passare del tempo Pierre cominciò a sentire che il suolo massonico, sul quale poggiava, andava cedendo sotto le sue gambe, tanto più, quanto si sforzava di sostenervisi. Quando si era avvicinato alla massoneria aveva avuto la sensazione dell’individuo fiducioso che trova terra ferma nella palude. Messovi una gamba, sentì che cedeva. Nel tentativo di stabilizzarsi vi pose anche l’altra e sprofondò ancora di più, fin che si trovò involontariamente nella melma fino al ginocchio.
Jocir Alekseevic non stava a San Pietroburgo (si era progressivamente allontanato dalla loggia di San Pietroburgo e viveva stabilmente a Mosca) Pierre conosceva tutti i fratelli, membri della loggia, nella vita normale e gli dispiaceva di averli solo come fratelli muratori; dei quali conosceva parzialmente le vicissitudini e che gli sembravano persone deboli e di scarso valore. Sotto il grembiule e le insegne vedeva le divise e le decorazioni grazie alle quali ottenevano successi nella vita. Spesso Pierre, raccogliendo misere elemosine da una diecina di membri, di cui la metà era almeno ricca come lui, le registrava anche a debito, riflettendo sul giuramento della massoneria, che impegnava ogni membro a spartire il proprio patrimonio con il prossimo. L’idea di sospendersi cominciava a farsi strada nella sua mente.
Aveva diviso tutti i fratelli che conosceva in quattro categorie. Alla prima categoria aveva assegnato i fratelli che non partecipavano né alle cerimonie, né alle azioni della loggia, anche umanitarie, che non avevano approfondito la conoscenza della scienza misteriosa della massoneria, che non si ponevano domande sulla trinità di Dio, sull’essenza delle tre sostanze, zolfo mercurio e sale, sul significato del quadrato e su tutte le forme del tempio di Salomone. Pierre rispettava quella categoria di massoni alla quale appartenevano in maggioranza gli anziani e lo stesso Jasir Alekceevic, ma non ne condivideva gl’interessi. Il suo cuore non era rivolto alla parte mistica della massoneria.
Nella seconda categoria Pierre contava se stesso e i fratelli che, come lui, titubanti, in cerca di stabilità, esitavano a incamminarsi sulla via diretta e chiara della massoneria, ma speravano di riuscirci.
Nella terza categoria Pierre comprendeva i fratelli (era la maggioranza) che della massoneria non rappresentavano altro che la forma e i distintivi che valorizzavano spregiudicatamente senza curarsi né dei contenuti né dei significati. A questa categoria Pierre assegnava Villarski e perfino il GranMaestro della loggia. Alla quarta categoria Pierre assegnava anche un gran numero di fratelli, in particolare quelli che vi avevano recentemente aderito. Secondo Pierre costoro non erano né credenti, né desiderosi di diventarlo, ma aderivano alla massoneria per avvicinarsi ai giovani, ricchi, potenti fratelli appartenenti alla nobiltà, che erano in buon numero nella loggia.
Cominciava ad essere insoddisfatto della sua attività. La massoneria, quella che, in estrema misura, adesso conosceva, gli appariva fondata sull’apparenza.
Non aveva dubbi sulla massoneria in se stessa, ma sospettava che la massoneria russa non fosse sulla retta via e si stesse scostando dalla vera fonte. Per questo, alla fine dell’anno, andò all’estero per iniziarsi agli alti misteri dell’ordine.
Pierre tornò a San Pietroburgo già nell’estate del 1809. Dalla corrispondenza dei nostri massoni con l’estero si venne a sapere che Besuxov era riuscito all’estero ad ottenere la fiducia di persone altolocate, a conoscere molti segreti, era stato innalzato ai gradi più alti e sarebbe tornato in Russia portatore di benefici per la muratoria russa. Tutti i massoni di San Pietroburgo andarono a trovarlo, per complimentarsi e adularlo, soprattutto per sapere che intenzioni avesse e cosa stesse preparando.
Venne fissata una solenne riunione di secondo grado della loggia, durante la quale Pierre s’impegnò a comunicare ai fratelli di San Pietroburgo quanto appreso dagli alti dirigenti dell’ordine. La partecipazione alla riunione fu piena. Terminate le cerimonie abituali, Pierre si alzò e tenne il suo discorso.
“Cari fratelli” cominciò, arrossendo, impappinandosi e brandendo il testo scritto del discorso “non basta assistere in silenzio alla celebrazione dei nostri sacramenti, bisogna agire…agire. Stiamo per addormentarci, ma dobbiamo agire”. Pierre afferrò il suo quaderno e cominciò a leggere:
“Attraverso la diffusione della sacra verità e la solenne pratica della virtù” lesse” noi dobbiamo purificare la gente dai pregiudizi, propagare la regola conformemente allo spirito dei tempi, incaricarci dell’educazione della gioventù, serrare indissolubili legami con la gente intelligente, combattere coraggiosamente le superstizioni, l’ateismo e le miscredenze, convincere persone, ancora impedite dai loro scopi, a dedicarci potere e forza.
Per conseguire questi obiettivi bisogna che la virtù prenda il sopravvento sui vizi, bisogna sforzarsi affinché la persona virtuosa ottenga una ricompensa anche in questa vita. Ma alla realizzazione di questi alti obiettivi si oppongono attualmente molte istituzioni politiche. Cosa fare con queste cose? Favorire la rivoluzione, buttar giù tutto, sradicare la forza con la forza?…No, noi siamo molto lontani da questo. Ogni riforma violenta merita riprovazione perché non elimina il male, mentre la gente rimane tale e quale e perché la saggezza non ammette la violenza. Ogni progetto dell’ordine deve fondato sull’intendimento di formare persone fermamente, virtuosamente, legate ad una sola fede, fede che ovunque e con tutte le forze perseguita vizi e stupidità e favorisce talenti e virtù: liberando le persone dalle cose prive di valore e inserendole nella nostra faternità. Solo così il nostro ordine insensibilmente legherà le mani ai promotori del disordine e li dominerà senza che se ne rendano conto. In una parola, bisogna istituire un’autorità generale dominante, che si diffonda nell’intera alta società e senza dissestare il ceto civile, i quali, continuando a svolgere i loro compiti facciano di tutto eccetto ostacolare l’alto copo del nostro ordine, che consiste nella solenne lotta contro i vizi. Scopo che concerne la stessa cristianità.

Un buon modello rappresenterà per la gente il comportamento di uomini saggi e sapienti. Allora, quando tutto fosse nelle tenebre, naturalmente, sarà necessario qualche predicatore: la conoscenza della verità darebbe loro forza particolare, ma adesso occorrono a noi di gran lunga strumenti imponenti. Adesso bisogna che la persona, guidata dalla sua coscienza, sia afferrata da desideri virtuosi. Non sarà possibile estirpare le passioni; sarà solo possibile orientarle verso nobili scopi e per questo sarà necessario che ognuno si sforzi di utilizzare soddisfacentemente questi strumenti per il bene del nostro ordine.
Se rapidamente sarà cresciuto il numero di persone meritevoli in ogni governatorato, ognuno dei nuovi convincerà due suoi amici e tutti saranno strettamente legati, allora sarà possibile al nostro ordine agire in segreto per il bene dell’umanità”.
Il discorso non solo fece molta impressione, ma emozionò la loggia. La maggior parte dei fratelli massoni, rilevando nel discorso di Pierre pericolosi concetti illuministi, lo accolsero con freddezza. Il Gran Maestro prese la parola per ribattere. Pierre con la sua crescente intensità aveva approfondito i suoi pensieri. Un tempo non avvenivano riunioni così tempestose. Si formarono due correnti: una rimproverava a Pierre il suo illuminismo; l’altra lo sosteneva. Pierre dapprima si meravigliò che in quella riunione si manifestasse l’infinita varietà dell’animo umano, per cui nemmeno l’unica verità gli si presenta uguale. Perfino i membri che sembravano fossero dalla sua parte, lo capirono alla loro maniera, secondo il loro fabbisogno, fraitendendolo in un modo con cui egli non poteva essere d’accordo. A Pierre importava trasmettere il suo pensiero esattamente come lo concepiva. Ma al termine dell’assemblea il Gran Maestro rimproverò sgarbatamente e ironicamente a Besuxob la sua mancanza di riguardo per i fratelli virtuosi e la sua aggressività nella controversia. Pierre non gli rispose, ma gli domandò se dovesse presentare delle scuse. Gli fu detto di no e allora Pierre formalmente s’inchinò, uscì dalla loggia e andò a casa.

VIII

Pierre fu nuovamente afferrato dalla noia, che aveva così temuto. Per tre giorni, dopo il suo discorso all’assemblea della loggia, restò in casa, giacendo sul divano, senza ricevere né chiamare nessuno.
In quel frattempo ricevette una lettera dalla moglie, in cui lo supplicava di tornare da lei, descrivendogli la sua tristezza e il suo desiderio di dedicargli tutta la sua vita. Terminava la lettera avvisandolo che nei prossimi giorni sarebbe tornata dall’estero a San Pietroburgo.
Dopo la lettera irruppe nell’isolamento di Pierre uno dei meno rispettabili fratelli massoni e, portando il discorso sulla situazione coniugale di Pierre, considerata dal punto di vista del consiglio, gli espose il pensiero che la sua severità era scorretta e incompatibile con la prima regola dei massoni: non portare rancore.
Nello stesso tempo la suocera, moglie del principe Vassili, gli mandò a dire che, benché fosse molto impegnata, avrebbe voluto discutere con lui di una cosa 7molto importante. Pierre si rese conto che era in corso un complotto con lo scopo di ricongiungerlo a sua moglie, ma in fondo non trovava il fatto sgradevole, data la sua situazione attuale. Pierre non era cambiato, non aveva mai dato molto importanza ai casi della vita e in quei giorni irrequieti non sembrava voler apprezzare né le sua libertà e nemmeno perseverare nel punire sua moglie.
“Nessuno è giusto, nessuno è colpevole, dunque non è colpevole.” pensò. Se Pierre non consentì subito al ricongiungimento con la moglie, fu perché era talmente prostrato da non poter intraprendere alcunché. Se la moglie fosse venuta in casa sua, ora non l’avrebbe scacciata. Forse non molto tempo prima sarebbe stato in dubbio Pierre se vivere o non vivere con sua moglie?
Non rispose né alla moglie, né alla suocera e una sera seguente decise di mettersi in viaggio ed andare a Mosca per parlare con Iosir Alexeievic. Ecco cosa scrisse sul suo diario:
“Mosca, 17 novembre.
Sono venuto qui per visitare il mio benefattore e annoto in fretta le mie impressioni. Iosir Alexeievic vive poveramente e soffre da trentanni di una dolorosa malattia della vescica. Non ha mai emesso un gemito e non si è mai lamentato. Dal mattino fino a tarda notte, ad eccezione dell’ora in cui mangia un cibo freddo, studia. Mi ricevette affettuosamente e mi fece sedere sul letto accanto a lui. Gli consegnai l’insegna di cavaliere di Vostok e Ierusalim, mi rispose domandandomi con un sorriso ironico se conoscessi le logge prussiane e scozzesi.
Gli raccontai tutto, come sentivo, gli riferii i concetti base che avevo esposto alla loggia di San Pietroburgo e descrissi la cattiva accoglienza da parte dei fratelli e la distanza fra me e loro. Josir Alekseievic, che in silenzio con molta attenzione aveva ascoltato, dopo tutto questo mi lanciò uno sguardo che, in un attimo, m’illuminò il passato e mostrò la via da percorrere in futuro. Mi domandò se ricordassi quali fossero i tre obiettivi basilari dell’ordine: 1° Custodia e conoscenza dei misteri 2° Purificazione e miglioramento della propria persona 3° Miglioramento della specie umana attraverso la purificazione. Qual è il primo e più importante di quei tre obiettivi? Naturalmente la purificazione della propria personalità. Solo con questo scopo potremo sempre essere all’altezza di ogni circostanza. Ma insieme all’obiettivo ci compete un duro lavoro perché, se, ingannati dall’orgoglio, rinunciamo a conseguirlo, o perdiamo il sacramento che ci conduce alla purificazione o rinunciamo a migliorare il genere umano, tornando a modi di vita dissoluti e immorali. L’illuminismo non è una dottrina corretta proprio perché basata sull’orgoglio.”-
Dopo queste considerazioni Josir Alekseievic condannò il mio discorso e tutto il mio agire. Acconsentii nel profondo del cuore. Riguardo alla mia questione famigliare mi disse: – “Un grande dovere della dottrina massonica, come vi dissi, consiste nel miglioramento delle propria personalità. Ma spesso pensiamo che, liberatisi dalle miserie della nostra vita, possiamo raggiungere quello scopo più rapidamente; al contrario, mi disse, solo coinvolti nel disordine sociale possiamo ottenere i tre principali obiettivi: 1° Conoscenza di se stesso, ovvero l’individuo conosce se stesso solo attraverso il confronto; 2° Miglioramento che si ottiene solo lottando duramente 3° Conseguire la massima virtù – l’amore per la morte. Solo la volubilità della vita può mostrarci la sua vanità e contribuire a consolidare il nostro innato amore per la morte o farci rinascere a nuova vita.” – Le sue parole erano straordinarie, perché lui, benché afflitto da pesanti malanni, non ha mai disprezzato la vita, ama la morte e sia pure con quella purezza e da quell’altezza di spirito non si sente ancora pronto. Poi benignamente mi spiegò il significato del grande quadrato dell’universo e il suo triplice e settimo numero base. Mi consigliò di non allontanarmi dal gruppo di fratelli di San Pietroburgo e, visto che rivestivo la carica solo di secondo grado, di sforzarsi di distogliere i fratelli dalla superbia, orientandoli verso il vero obiettivo della conoscenza e del perfezionamento di se stessi. Personalmente, inoltre, mi consigliò di badare maggiormente a me stesso e per questo scopo mi diede un quaderno, lo stesso nel quale sto scrivendo e annoterò d’ora in poi le mie azioni”.

San Pietroburgo, 23 novembre
Vivo di nuovo con la moglie. Mia suocera è venuta a dirmi, con le lacrime agl’occhi, che Elena era qui e implorava di essere ascoltata, che era innocente e infelice per il mio abbandono e per molte altre ragioni. Sapevo che se avessi accettato d’incontrarla, non avrei avuto la forza di rifiutare la sua richiesta. Nel dubbio non sapevo a chi chiedere consiglio e aiuto. Se il mio benefattore fosse stato qui, mi avrebbe consigliato. Mi decisi, rilessi la lettera di Josir Alekseievic, ripensai al colloquio con lui ed al suo monito secondo cui non avrei dovuto respingere chi mi chiedesse aiuto, avrei dovuto aiutare chiunque, a maggior ragione una persona così legata a me e avrei dovuto portare la mia croce. Tuttavia se perdonarla significava virtù, ricongiungermi con lei aveva uno scopo religioso. Questo decisi di scrivere a Josir Alekseievic. Pregai mia moglie di dimenticare il passato, di perdonare quel che le avessi fatto e di cui ero pentito e le dissi che non avevo nulla da perdonarle. Fui contento di averle detto tutto questo. Mia moglie non sa quanta pena mi costò rivederla. Tornare, nel tranquillo piano superiore della grande casa mi diede un felice sentimento di rinnovamento.

IX

Come sempre in quei tempi l’alta società viveva fra corte, grandi balli e circoli di persone di diverse caratteristiche. Faceva parte dell’alta sfera il circolo francese dell’alleato napoleonico conte Rumiance et Caulain-Court.
In quel circolo una delle persone più in vista era Elena, che viveva sola con il marito a San Pietroburgo. Incontrava signori dell’ambasciata e personaggi importanti, conosciuti per la loro cultura e cortesia, orientati verso l’alleanza con i francesi.
Elena era a Erfurt durante il famoso incontro degli imperatori e vi conobbe quelle idee sulla visione napoleonica dell’Europa. Elena a Erfurt ebbe uno splendido successo. Napoleone stesso, vistala a teatro, volle sapere chi fosse e ne lodò la bellezza. Il successo della moglie per bellezza ed eleganza non meravigliava Pierre; con gli anni la bellezza di Elena gli pareva cresciuta, ma lo meravigliava il fatto che godesse della reputazione di donna “charmante, aussi spirituelle que belle”. Il noto principe de Ligne le scrisse una lettera di otto pagine. Bilibin aveva aggiornato i suoi motti, includendo per la prima volta la contessa Besuxov. Essere accolti nel salone della contessa Besuxov voleva dire aver ottenuto il diploma d’intelligenza; giovani persone leggevano libri durante le serate di Elena per discuterne con lei nel salone, secretari d’ambasciata e perfino inviati speciali le confidavano segreti diplomatici, tanta era l’ascendenza della bella donna su quella generazione. Pierre, che sapeva quanto stupida fosse,
di tanto in tanto partecipava, perplesso e impaurito, a serate e cene in cui si parlava di politica, poesia e filosofia. In quelle occasioni aveva la stessa sensazione che deve provare il prestidigitatore ogni volta che si aspetta che venga scoperto il suo inganno.
Ma perché la stupidità era la caratteristica di quel salone o perché fosse divertente muoversi nella mistificazione, l’inganno non veniva scoperto e la reputazione di Elena Vasilievna Besuxova quale femme charmante et spirituelle si confermava solidamente, sicché ella poteva dire banalità e le peggiori stupidaggini destando ammirazione per ogni sua parola e far intravvedere profondi pensieri, che lei stessa non era in grado di concepire.
Pierre era il marito ideale di una di quelle dame brillanti dell’alta società. Era lo svagato, stravagante, grand seigneur, che non contrastava nessuno e non solo non turbava l’alta atmosfera delle riunioni ma, con la sua riservatezza, opposta alla grazia e al tatto della moglie, contribuiva al fascino dell’ambiente.
Pierre, in quei due anni, in seguito alla sua costante concentrazione su concetti immateriali e il suo sincero disprezzo per il resto, aveva assimilato, assieme al suo disinteresse per il mondo della moglie, quel tono d’indifferenza, negligenza e bonomia, che non si acquista artificialmente e suscita involontario rispetto. Nel salone di sua moglie si comportava come a teatro, dove conosceva tutti, era amico di tutti e e tutti gli erano indifferenti. Qualche volta interveniva in una discussione che lo interessava e allora, senza tener conto se fossero presenti o non lo fossero i messieurs de l’ambassade, farfugliava la sua opinione, che di tanto in tanto era completamente estranea al tema del momento. +
-Ma le idee dell’eccentrico marito della femme la plus distinguées de Petersbourg erano già così note che nessuno ormai ne prendeva sul serio l’espressione.
Del numero di giovani persone frequentanti giornalmente la casa di Elena, Boris Trubetzkoi, che aveva avuto molto successo in servizio, era, dopo il ritorno di Elena da Erfurt, uno dei più intimi ospiti della magione dei Besuxov. Elena lo chiamava mon page e si comportava con lui come con un bambino. I sorrisi che gli rivolgeva erano gli stessi del suo atteggiamento verso tutti, ma di tanto in tanto Pierre involontariamente lo notava. Boris si comportava con Pierre con ineccepibile, dignitoso, mesto rispetto, una sfumatura che tuttavia preoccupava Pierre. Pierre, tre anni prima, aveva sofferto così tanto per l’offesa fatta a sua moglie, che adesso si proteggeva da un’esperienza simile con l’idea, per primo che non era più il marito di sua moglie, secondariamente perché non voleva permettersi di sospettare.
“No, adesso, nel ruolo che recita di femme intellectuelle, non fa che obbedire alla sua passata passione. Non è dimostrato che bas bleu significhi passione amorosa.” Rifletteva senza sapere da dove avesse tratto questa convinzione. Ma, stranamente, la presenza di Boris nel salone della moglie (c’era quasi sempre) disturbava fisicamente Pierre: lo paralizzava in tutti i suoi arti, limitando la sua libertà di movimento.
“Che strana antipatia e dire che in passato mi era tanto piaciuto.” Pensava Pierre.
Agli occhi della società egli era un gran signore, un po’ cieco e ridicolo marito di una famosa moglie, intelligente svagato, fannullone, innocuo, insomma un buon diavolo di ragazzone. Nel suo animo, in tutto quel tempo, si svolse il lento, faticoso processo interno di conoscenza di molte cose, di arricchimenti e gioie spirituali.

X^

Continuò a redigere il suo diario ed ecco cosa vi annotò in merito a quel tempo:
“24 novembre
Mi sono alzato alle otto, letto Cb. della Scrittura, poi sono andato in ufficio ( il suo mentore aveva consigliato a Pierre di prestare servizio in qualche comitato) tornai a casa per il pranzo, pranzai da solo (la contessa aveva molti ospiti, a me sgraditi) mangiai e bevvi con moderazione e dopo pranzo ricopiai testi per i fratelli. La sera scesi dalla contessa e raccontai la ridicola storia di B. e solo dopo capii, quando tutti ebbero fragorosamente riso, che non avrei dovuto farlo.
La loggia dorme con animo felice e tranquillo. Il buon Dio mi aiuta a percorrere la mia strada. 1) Al posto dell’ira la calma, la cautela 2) contenere i vizi e agire coraggiosamente 3) non aver fretta ma non disabituarsi a: prestare servizio b) liberarsi da preoccupazioni famigliari c) sciogliersi da legami fastidiosi d’amicizia d) attivarsi economicamente.

“27 novembre
Mi alzai tardi, giacqui a lungo sul letto, vinto dalla pigrizia. Dio mio aiutami e fortificami, dammi la forza di continuare sulla tua strada. Lessi Cb. Lettura senza partecipazione. Arrivò il fratello Urusov, conversammo sulla vanità del mondo. Raccontò delle nuove direttive del sovrano. Cominciai a sentirmi colpevole, ma ricordandomi delle regole e delle parole del mio benefattore secondo cui il vero massone deve assoggettarsi al governante, quando gli chieda di ottemperarvi, tranquillamente enumerai le direttive che non approvava. Fossi stato zitto! Vennero da me i fratelli G.B e O., bisognò ricapitolare la discussione per i fratelli sopraggiunti. Essi coinvolsero il rettore in carica in quel momento. Mi sento debole e indegno. Perché l’esame del discorso spiega le stesse colonne portanti e i gradini del tempio: 7 misteri, 7 virtù, 7 vizi, 7 grazie dello Spirito Santo. Fratello O. fu molto eloquente. La sera si compì l’approvazione. Il nuovo procedimento locale era spettacolare. Fu accolto Boris Trubetzkoi. Lo preparai io e feci la relazione. Una strana sensazione mi agitò durante il mio lavoro introduttivo con lui nella penombra del tempio. Fui sorpreso da quella sensazione di ripulsa che cercai inutilmente di reprimere. E perché desideravo sinceramente distoglierlo dal male e indirizzarlo sulla via della verità, quest’altro pensiero mi diede molto fastidio. Mi domandavo se lo scopo della sua adesione alla loggia non dipendesse dal suo desiderio di avvicinare persone importanti della nostra loggia. Oltre i motivi per i quali mi domandò più volte se N. e S. appartenessero alla nostra loggia, (non fui in grado di rispondere) oltre a questo, egli, alla mia osservazione che non bastava dimostrare rispetto per il nostro sacro ordine e insediare la propria persona per cercare di migliorarsi spiritualmente, non mi lasciò dubbi; ma non mi parve sincero e durante tutto il tempo che passai con lui a quattrocchi nella penombra del tempio mi sembrò accogliere le mie parole con un sorriso sprezzante e mi venne voglia di affondare la spada che tenevo accostata al suo petto nudo. Non riuscii ad essere eloquente e sinceramente a proporre al Grande Maestro l’accoglienza nella Fraternità. Il Creatore mi aiutò a trovare la strada della verità nel labirinto delle bugie.
Nel diario seguono, dopo, tre pagine vuote, poi c’è scritto quanto segue:
-“Lunga, istruttiva conversazione con il fratello B. il quale mi ha consigliato di appoggiarmi al fratello A. Molto, benché non ne fossi degno, mi fu apertamente dichiarato. Adone è il nome del mondo creato. Eloim è il nome dell’onnipotente. Il terzo, indicibile, significa l’universo.
Le discussioni con il fratello B. mi rinforzarono, rinnovarono e confermarono sulla via della virtù. Non lasciarono spazio a dubbi. Mi apparve chiara la scarsa conoscenza collettiva della nostra sacra scienza che tutto comprende.
Le scienze umane dividono tutto per capire, uccidono tutto per esaminare. Nella sacra scienza dell’ordine tutti sono uniti, tutti si riconoscono nella totalità della vita. La triade – i tre elementi originari – lo zolfo, il mercurio e il sale. Lo zolfo, olio santo e fuoco del carattere, si lega al sale per generare la brama per mezzo della quale il mercurio afferra, trattiene e crea l’unità totale del corpo. Il mercurio è la liquida, volatile essenza della religione – Cristo Santissimo, Lui.

3 dicembre
Mi sono alzato tardi. Ho letto Cb. Scrivere, ma non ero ben disposto. Poi uscii e andai nel salone. A impedirmi di meditare tranquillamente mi venne in mente un fatto accaduto quattro anni addietro. Doloxov, incontrato a Mosca dopo il mio duello, mi disse che sperava avessi riacquistato completa tranquillità d’animo benché separato da mia moglie. Io allora non gli risposi. Mi ricordai, adesso, tutti i particolari di quell’incontro e gli dedicai mentalmente tutti gl’insulti e le pungenti risposte che trovai nel mio repertorio. Rammentai e respinsi la visione di quando giaceva nella neve insanguinata, ma non mi pentii sufficientemente. Poi è arrivato Boris Trubetzkoi ed ha cominciato a descrivere una sua recente avventura. La sua stessa presenza mi era sgradita e glielo dimostrai contrariandolo. Ribatté. Mi stizzii, gli dissi parecchie cose spiacevoli, perfino villane. Tacque, solo allora mi accorsi di quanto fossi inopportuno. Mio Dio, io non sapevo assolutamente come trattarlo. Il mio amor proprio era la ragione del mio comportamento. Mi sentivo superiore e perciò mi comportavo molto peggio di lui, giacché si dimostrava indulgente per la mia grossolanità, e io, al contrario, lo disprezzavo. Dio mio, donami la facoltà di percepire la mia pochezza quando sia presente e di trattarlo con benevolenza. Dopo pranzo mi addormentai e, prendendo sonno, udii chiaramente una voce dirmi all’orecchio sinistro “é la tua festa”.
Sognai che, mentre stavo andando al tempio, improvvisamente mi aveva accerchiato una muta di cani, ma continuavo a camminare senza paura; improvvisamente un cagnetto mi azzannò e non lasciò la presa. Tentai di liberarmi e quando ci riuscii un altro più grosso mi attaccò il petto, lo scostai ma un altro più grande tentò di mordermi. Lo scacciai e mentre lo lottavo diventava più grosso e minaccioso. Ed ecco comparire il fratello A. che mi prende per mano e mi conduce al palazzo per accedere al quale bisogna passare su una stretta tavola. Vi salgo, l’asse si ribalta e casco ai piedi di uno steccato in cima al quale arrivo appena protendendo le mani. A grande fatica riesco a issarmi fino a poter guardare dall’altra parte e vedo che il fratello A. si trova lì sotto e mi indica un gran viale e un giardino; nel giardino c’è un grande bellissimo palazzo. Mi svegliai. C’è il Grande Architetto! Mi aiuta a liberarmi dai cani – dalle mie passioni del passato, unisco tutte le mie forze residue, mi aiuta ad entrare in quel tempio delle virtù che avevo intravvisto nel sogno.

7 dicembre.
Nel sogno venne Josir Alekseievic a casa mia, si siede, io sono molto contento e vorrei ospitarlo. Incessantemente chiacchiero e siccome improvvisamente capisco che non gli piace, cerco di avvicinarmi a lui e di abbracciarlo. Ma appena abbracciatolo, vedo che si trasfigura, che ringiovanisce e mi sussurra la sua teoria dell’ordine, così sottovoce che non riesco a sentirlo. Poi uscimmo ambedue dalla stanza e successe qualcosa di strano. Stavamo seduti o giacevamo sul pavimento. Mi stava dicendo qualcosa. Sembrava volesse dimostrarmi la sua sensibilità e io, che non stavo percependo il suo discorso, cercavo d’immaginare il suo stato d’animo e invocavo la grazia divina. Mi vennero le lacrime agli occhi e fui contento che lo notasse. Ma lui mi guardò deluso e si alzò di scatto, stizzito, cessando di parlare. Intimorito, gli domandai se il discorso mi riguardasse, ma non mi rispose, mi rivolse un tenero sguardo e poi improvvisamente ci trovammo nel mio sacco a pelo, che sta sul letto a due piazze. Si mise sull’orlo, come se dovesse prendere una medicina, poi si coricò. Poi, improvvisamente mi domandò: “Dite la verità, questa profonda inquietudine che avete, da dove viene?. L’avete già avuta prima? Io credo che voi l’abbiate avuta già prima.” Imbarazzato dalla domanda gli risposi che era il giorno della mia grande festa. Scosse il capo manifestando diffidenza. Ancora più imbarazzato gli spiegai che, benché abitassi con mia moglie, non vivevamo, consigliato da lui stesso, come moglie e marito. Obiettò che non si deve privare la moglie della tenerezza, facendomi intendere che fosse mio dovere. Gli risposi che mi vergognavo e improvvisamente sparì tutto. Mi svegliai e mi venne in mente un testo di Cb. Era: живот бе свет во тьме светит и тьма его не объят. Il viso di Josir Alexeievic era giovanile e luminoso. Qurl giorno ricevetti una lettera dal mio protettore nella quale mi scriveva sugli obblighi del matrimonio.

9 dicembre
Feci un sogno dal quale mi svegliai terrorizzato. A Mosca, in casa mia Josir Alexeievic era venuto a sedersi sul grande divano nella sala degli ospiti. Capii immediatamente che con lui si stava realizzando il processo di rinnovamento e corsi verso di lui. Lo abbracciai e lui mi dice “Hai notato che adesso ho un altro viso?” Lo guardai, continuando a stringerlo fra le braccia e vidi che il suo viso era giovanile, ma era calvo ed aveva lineamenti completamente diversi. Gli dico: -Vi avrei riconosciuto, se vi avessi incontrato per caso- e penso: -gli ho detto la verità?- Improvvisamente vedo che giace disteso come morto; poi si riprende e viene con me nel grande studio, prende un grosso libro e legge versi alessandrini. Io dico: Quello l’ho letto.” Reagisce chinando la testa. Aprii il libro e la pagina meglio illustrata di tutte. So subito che quel quadro rappresenta l’avventura amorosa dell’anima con i suoi amati. Nelle pagine vedo la rappresentazione della bellissima fanciulla, magnificamente vestita, rapita dal vento. E subito so che quella fanciulla non è altro che la rappresentazione del Cantico dei Cantici. Mi rendo subito conto che, guardando quelle figure, sto facendo del male e non riesco a staccarmene. Signore, aiutami! Mio Dio, se abbandonarmi è opera tua, sia fatta la tua volontà. Ma se la causa sono io, insegnami cosa debbo fare. La mia depravazione mi sta distruggendo, possa tu non abbandonarmi mai.”

XI

La situazione finanziaria dei Rostov non migliorò nel 1corso dei due anni che essi passarono in campagna. Benché Nicola Rostov mantenesse fermamente il suo impegno, continuando anche il suo oscuro servizio nel reggimento e modesto fosse il consumo di denaro, il corso della vita a Otrad era di quelli in cui, specialmente per Mitenka, la fatica aumenta ogni anno che passa. L’unica risorsa rimasta al vecchio conte era, evidentemente, il servizio in ufficio ed egli veniva a San Pietroburgo a cercare impieghi; impieghi e luoghi dove, diceva, spassarsela per l’ultima volta.
Subito dopo l’arrivo dei Rostov a San Pietroburgo Berg presentò la proposta di matrimonio con Vera, proposta accettata.
A Mosca i Rostov appartenevano all’alta società, ma non ne tenevano conto e non si preoccupavano di sapere a quale ceto appartenessero; a San Pietroburgo la loro posizione era indefinita. A San Pietroburgo essi erano dei provinciali, dai quali non ci si aspettava che vi fossero scesi senza domandarsi a quale ceto aggregarsi. A San Pietroburgo praticavano l’ospitalità come a Mosca e alla loro mensa partecipavano le persone più diverse: vicini di Otrad, il vecchio proprietario impoverito con le figlie e la dama di compagnia Peronskaia, Pierre Besuxov e il figlio del direttore provinciale delle poste che era impiegato a San Pietroburgo. Agli uomini di casa Rostov a San Pietroburgo si aggiungevano molto spesso Boris, Pierre, che il vecchio conte, incontrandolo in вstrada, trascinava con sè e Berg, che passava intere giornate dai Rostov. Berg dedicava particolari attenzioni all’anziana contessa ed a Vera, dimostrando la sua intenzione di presentare la proposta di matrimonio.
Berg, non senza scopo, esibiva la sua ferita alla mano destra nella battaglia di Austerlitz, maneggiando l’inutile sciabola con la sinistra. Ostinatamente egli raccontava l’avvenimento ingrandendolo talmente che tutti credettero all’importanza di quell’azione – Berg dopo Austerlitz aveva ottenuto l’avanzamento di due gradi.
Nella guerra finlandese raccolse un altro riconoscimento. Fu colpito da una scheggia della granata che aveva ucciso l’aiutante del comandante in capo. Portò la scheggia al superiore. Come dopo Austerlitz, gonfiò l’avvenimento con tenacia; convincendo tutti quanti ed ottenendo l’avanzamento di altri due gradi. Nel 1809 Berg era capitano della guardia, stanziato a San Pietroburgo in una posizione molto vantaggiosa.
Benché fosse in un certo senso libero pensatore e sorridesse amabilmente quando qualcuno gli parlasse del carattere di Vera, non poteva essere messo in dubbio che Berg fosse un buono e coraggioso ufficiale, affidabile e apprezzato dai comandi e un modesto, probo giovane uomo con brillante carriera davanti a sé, nonché una solida posizione nella società.
Quattro anni addietro, incontrato nel parterre di un teatro moscovita un collega tedesco, Berg gli aveva parlato di Vera e gli aveva detto in tedesco: “Quella sarà la mia donna”. Aveva in quel momento deciso che l’avrebbe sposata. Adesso, a San Pietroburgo, in conformità con le sue intenzioni e quelle dei Rostov, decise di presentare la proposta di matrimonio. La proposta di matrimonio per Vera fu in principio accolta con una certa perplessità. Sembrava strano che l’oscuro figlio di un cortigiano presentasse la proposta di sposare contessina Rostov; ma il principale aspetto del carattere di Vera consisteva in un tale ingenuo e placido egoismo da far pensare ai Rostov che sarebbe andato a buon fine, visto che lui stesso era fermamente convinto fosse cosa buona, anzi molto buona. Inoltre le finanze della famiglia Rostov erano traballanti, sicché nessuno voleva imparentarsi con loro e, fatto importante Vera aveva già ventiquattro anni, era stata dappertutto, e benché fosse buona e giudiziosa, fino ad allora di proposte di matrimonio non ne erano state presentate. La richiesta venne accettata.
“Ecco, vedete” disse Berg al suo compagno, del quale si dichiarava amico solamente perché sapeva che era amico di tutti. “Ecco vedete, io ho preparato tutto e non mi sposo senza aver ponderato bene tutto quanto e perché desideri mettermi a posto. Al contrario col mio appoggio sistemo per papino e mammina quel rifugio sulla costa del mar Baltico e io desidero vivere con mia moglie a San Pietroburgo, grazie al mio stipendio, conformemente al suo stato e grazie alla mia diligenza. Voglio vivere bene e non col denaro della moglie, cosa che considero indegna, ma bisogna che la moglie viva del suo, il marito del suo. Io del mio impiego, lei della sua piccola dote. Questo è ciò che conta ai nostri tempi, non è vero? E poi è importante… è una bella, prestigiosa persona e mi ama…”
Berg arrossì e sorrise.
“E io l’amo perché ha una carattere giudizioso, molto buono. Così diversa dall’unica sorella, completamente diversa, un carattere sgradevole, niente nel cervello e potete immaginarvelo?…sgradevole…In quanto alla mia fidanzata…potrete venire da lei…”continuò Berg, avrebbe voluto dire – a pranzo, ma ci ripensò e disse “a prendere un tè” , troncò lì il discorso ed emise con la pipa un piccolo, rotondo anellodi fumo, simbolo dei suoi sogni e della sua felicità.
Dopo le prime sensazioni di perplessità suscitate nei suoi genitori dal fidanzamento di Vera, nella famiglia si manifestarono le abituali eccitazioni e allegrie di queste occasioni, ma la contentezza non era sincera e solo esteriore. Quel matrimonio era evidentemente visto dalla famiglia con irritazione e ritegno. Benché non avessero mai particolarmente amato Vera, ora si vergognavano di volersene sbarazzare. Il più turbato di tutti era il vecchio conte. In verità egli stesso non avrebbe saputo definire la causa del suo scontento; la causa erano i suoi affari. Il conte non conosceva la sua situazione finanziaria, l’ammontare dei suoi debiti e cosa avrebbe potuto dare in dote a Vera. Alla nascita della figlia le era stata destinata in dote una tenuta di trenta anime, ma uno di quei villaggi era già stato venduto e l’altro così oberato di debiti scaduti che non era possibile darlo in dote. Soldi non ce n’erano nemmeno.
Berg era da mesi fidanzato ed al matrimonio mancava solo una settimana, il conte non aveva ancora deciso cosa fare e non ne aveva discusso nemmeno con la moglie. Un po’ voleva dare in dote la tenuta di Riasan, un po’ vendere il bosco, un po’ prendere denaro in prestito con una cambiale. Qualche giorno prima del matrimonio Berg, il mattino presto, andò a trovare il conte nel suo ufficio e, sorridendo amabilmente, domandò rispettosamente al futuro suocero, cosa avrebbe ricevuto la contessina Vera. Il conte era così imbarazzato da quella domanda, comunque prevista, che rispose senza riflettere ciò che gli passò per la mente in quel momento.
“Ma, stiamo provvedendo, facciamo del nostro meglio”
Poi, dando una pacca sulla spalla di Berg, accennò a voler chiudere il discorso, ma Berg, con amabile sorriso, gli dichiarò che se non avesse saputo con precisione cos’avrebbe ricevuto in dote la contessina Vera, e quanto le sarebbe stato assegnato in anticipo, lui sarebbe stato costretto a rinunciare.
“Perché riflettete, conte, ho deciso adesso di sposarmi, ma non possedendo i mezzi per mantenere mia moglie, agirei da sciocco…”
La trattativa si concluse con la promessa del conte, che desiderava essere magnanimo e non voleva esporsi ad altre richieste, di firmargli una cambiale di 18’000 rubli. Berg sorrise amabilmente, baciò il conte sulla spalla e gli espresse la sua gratitudine, ma gli disse che lui non sarebbe stato in grado di sistemare la sua nuova vita se non avesse avuto a disposizione almeno 30’000 puliti.

“Benché sia di 20’000, conte, una cambiale non vale che 17’000.”
“Sì, sì, certo” si affrettò a dire il conte” io dò 20000, la cambiale ne dà 18000, caro amico, e adesso datemi un bacio.”

XII

Natascia aveva sedicianni, correva l’anno 1809 e ne erano passati quattro da quando aveva cominciato a contare sulle dita quanto tempo sarebbe dovuto passare prima che lei e Boris potessero baciarsi. Da quel momento non aveva più visto Boris. Nei discorsi con Sonia o con la mamma parlava liberamente di fatti chiusi e che tutto ciò che era successo in passato non era che fanciullaggine da dimenticare. Ma una domanda, conservata nelle segrete profondità dell’anima, la tormentava: l’impegno con Boris era uno scherzo o una seria, vincolante promessa?
Dal 1805, quando era partito da Mosca per l’armata, Boris non s’era più rivisto con i Rostov. Qualche volta si era trovato a Mosca, non lontano da Otrad, ma non era mai passato da loro.
Natascia cominciò a pensare che egli non volesse incontrarla e quella congettura veniva confermata dal tono sconsolato col quale se ne parlava in casa.
“Nei tempi attuali non usa più ricordarsi dei vecchi amici” diceva la contessa quando veniva nominato Boris. Anna Mixailovna, che negli ultimi tempi andava più di rado dai Rostov, aveva un atteggiamento in qualche modo sostenuto e ogni volta non mancava di parlare con entusiasmo delle qualità di suo figlio e della brillante carriera che stava percorrendo. Quando i Rostov furono giunti a San Pietroburgo, Boris andò a visitarli.
Vi andò non senza emozione. I ricordi di Natascia non erano diversi dalle poetiche reminiscenze di Boris. Ma al posto di esse egli veniva con la ferma intenzione di far comprendere a lei ed alla famiglia che le esperienze infantili fra lui e Natascia non potevano costituire un impegno né per lei, né per lui. Lui aveva una brillante posizione in società grazie all’intimità con la contessa Besuxov, una brillante posizione nel servizio militare, grazie alla protezione d’importanti personaggi, di cui godeva piena fiducia e coltivava la speranza di sposare qualcuna delle ricche ragazze da marito di San Pietroburgo, obiettivo che gli sembrava di poter facilmente realizzare. Quando Boris apparve nella sala degli ospiti dei Rostov, Natascia era nella sua camera. Saputo che era arrivato, arrossì ed entrò quasi di corsa in sala, con uno splendido, più che tenero sorriso. Boris ricordava il vestitino corto, gli occhi neri, splendenti sotto le ciocche di capelli, lo sguardo insolente di bambina che aveva conosciuto quattro annni prima e quando si trovò di fronte una Natascia completamente diversa si emozionò e il suo viso espresse entusiastico stupore. Quell’espressione piacque molto a Natascia.
“Lo riconosci il tuo vecchio birichino amico?” disse la contessa. Boris baciò la mano di Natascia e le disse che il cambiamento lo aveva meravigliato.
“Come siete diventata bella!”
“Anche voi” rispose raggiante Natascia.
“Papà è invecchiato?” domandò la ragazza. Poi si sedette e, senza prestare attenzione alla conversazione di Boris con la mamma, in silenzio ripensò nei minimi particolari al suo fidanzamento di bambina. Lui era imbarazzato dallo sguardo affettuoso di Natascia e la guardava ogni tanto di sfuggita. L’uniforme, gli sproni, la cravatta, l’acconciatura di Boris erano alla moda e comme il faut.
Natascia se ne rendeva conto.
Boris stava seduto, leggermente accasciato, in una poltrona, di fianco alla contessa, la mano destra nuda appoggiata, il guanto nella sinistra. Parlava, muovendo compostamente le labbra, col raffinato tono dell’alta società sanpietroburghese e con leggera distanza, dei passati tempi a Mosca e delle conoscenze moscovite.
Senza tener conto dell’effetto sui sentimenti di Natascia, menzionava l’alta aristocrazia, raccontava dei balli frequentati da inviato, ai quali era stato invitato da NN e SS.
Natascia, sedeva in silenzio, guardando Boris di sottecchi. Quello sguardo preoccupava e imbarazzava Boris sempre di più, inducendolo a interrompere il suo racconto. Dopo non più di dieci minuti si alzò per accomiatarsi, seguito da quello sguardo incuriosito, leggermente provocatorio e beffardo. Dopo quella prima visita Boris concluse che Natascia sentiva per lui la stessa attrazione di una volta, ma che lui non dovesse assecondare quel sentimento perché il matrimonio con lei, ragazza quasi priva di sostanza, avrebbe ostacolato la sua carriera, inoltre la ripresa della relazione, senza l’obiettivo del matrimonio, sarebbe stata una catttiva azione. Boris decise di evitare d’incontrare Natascia, ma, nonostante quel proponimento, passati alcuni giorni, cominciò ad andare spesso dai Rostov e passarvi intere giornate. Immaginava che fosse necessario chiarirsi con Natascia, dirle che il passato doveva essere dimenticato, che, malgrado tutto, lei non avrebbe potuto sposarlo perché lui non possedeva nulla e lei non aveva patrimonio. Ma non riusciva a superare l’imbarazzo che gli causava il dovere della spiegazione. La sua confusione aumentava ogni giorno. A Natascia, era opinione della madre e di Sonia, sembrava di essere la vecchia fidanzata di Boris. Gli cantava le sue canzoni preferite, gli mostrava i suoi album, lo costringeva a leggere ad alta voce, non rivangava mai il passato facendo capire come fosse bello il presente; e ogni giorno andava via con i dubbi, non avendo detto quello che avrebbe dovuto essere detto, lui stesso non sapendo cosa stesse facendo e perсhé venisse e come sarebbe andata a finire. Boris aveva smesso di frequentare Elena, riceveva ogni giorno da lei bigliettini di rimprovero, tuttavia ogni giorno visitava i Rostov.

XIII

Una volta, di sera, allorché la vecchia contessa, ansando e gemendo, con la cuffia e la camicetta per la notte, senza i riccioli posticci e con qualche ciuffetto di capelli bianchi, indossata la veletta di calicò s’era inginocchiata sul tappeto per recitare la preghiera serale, scricchiolò la sua porta ed entrò Natascia, in pantofole, anche lei con la cuffia e bigodini. La contessa la guardò aggrottando le ciglia. L’ultima preghiera terminava con l’invocazione: “Davvero non mi abbandonerai fino alla tomba?” La desolazione ispirava le preghiere della contessa. Natascia, rossa in volto, giunta di corsa, visto che la madre stava pregando, si fermò, si accovacciò mordendosi la lingua, intimorita. Visto che la madre continuava a pregare, lestamente scivolando sui piccoli piedi smise le pantofole, s’accostò al letto che la contessa temeva diventasse la propria tomba. Il grande letto col materazzo di piume era occupato da cinque piumini. Natascia vi balzò sopra, affondò nei piumini, si voltò verso la parete e cominciò a cercare di sistemarsi sotto la coperta, le ginocchia sotto il mento, ridacchiando, ora nascondendo il capo, ora sogguardando la mamma. La contessa terminò le preghiere e si avvicinò al letto; la vista della testa di Natascia, nascosta sotto la coperta, la fece bonariamente sorridere.
“E allora? Cosa c’è?”” domandò la mamma.
“Mamma, posso parlare, sì?”
«Con una monella una volta e anche di più.
Natascia abbracciò la madre, le baciò il mento e il collo. Natascia aveva maniere impulsive, forse un po’ grossolane, di trattare sua madre, ma era così sensibile e avveduta che non le causava, stringendola, né dolore, nè sgradevolezza, né imbarazzo.
“E allora, cosa c’è che brucia?” disse la madre, sistemandosi un cuscino, mentre Natascia stendeva le gambe, rotolava di fianco a lei, sotto la coperta. Poi la contessa appoggiò i gomiti e si preparò al serio dialogo con la figliola. Quelle visite notturne di Natascia, che avvenivano dopo il ritorno a casa del conte dal club, erano uno dei maggiori piaceri di madre e figlia.
“Cosa brucia? Devo raccontartelo…” Natascia pose la mano sulle labbra della mamma.
“Di Boris…Io so,” disse, seria “sono venuta per questo. Non parlate. No, dite!” Natascia mosse una mano. “Dite mamma, è carino?”
“Natascia, hai sedicianni. Io alla tua età ero già sposata. Dici che Boris è carino. Certo, Boris è molto carino e io gli voglio bene come a un figlio, ma è questo che desideri tu?…è ciò che pensi? Tu gli hai sempre fatto girare la testa, io questo vedo.”
La contessa, dicendo queste frasi, osservava la figlia. Natascia giaceva supina fissando involontariamente una delle sfingi di moganoche ornavano le colonnine del letto, così che la contessa la vedeva di profilo. La colpì l’espressione estremamente seria e concentrata della ragazza.
Natascia aveva ascoltato e rifletteva.
“E dunque?”
“Tu l’hai sempre preso in giro, perché? Cosa ti aspetti da lui? Lo sai bene che non potrai mai sposarlo.”
“Per quale ragione?” domandò Natascia senza muoversi.
“Perché è giovane, perché è povero, perché è parente…e perché tu stessa non lo ami.”
“E come fate a saperlo?”
“Io lo so.
“Non è cosa buona, amica mia”
“E se volessi…” disse Natascia.
“Non dire stupidaggini”
“E se volessi”
“Natascia, io parlo seriamente…”
Natascia non la lasciò continuare, afferrò la grossa mano della madre e la baciò sul dorso, poi sul palmo, poi i polpastrelli, poi di nuovo le nocche, sussurrando: “Gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio”
“Parlate mamma, perché tacete? Parlate” diceva interrogando con lo sguardo la madre, che la guardava intenerita; sembrava alla contessa di aver dimenticato tutto quello che avrebbe voluto dire.
“Questa cosa non va bene. Non conta il vostro patto di bambini e quella vicinanza con te può porti in cattiva luce nei confronti delle giovani persone che ci frequentano e possono dispiacersene. Lui, probabilmente cerca un partito ricco, per sé. Adesso è infatuato di te.”
“Infatuato?”
“Ti parlo per esperienza mia. Ebbi un cugino…”
“Lo so, Cirillo Matveic, adesso sarà vecchio?”
“Non lo è divenuto, vecchio. Ad ogni modo, Natascia, parlerò con Boris. Non deve venire così spesso in casa nostra”.
“Perché non può, se ne ha voglia?”
«Perché lo so, perché non vada a finir male.”
“Come fate a saperlo? No, mamma, non parlategli. Non dovete parlargli voi. Sarebbe una stupidaggine.” Obiettò Natascia con il tono di una paersona adulta che difende la sua personalità. “Allora, tanto non mi sposo, così può continuare a visitarci, se è contento lui e fa piacere a me.”
Natascia sorridendo guardava sua madre.
“Non mi sposo, così” ripeté.
“Cosa vuoi dire, amica mia?”
“Sì così; è assolutamente necessario che non mi sposi..così”
“Così, così” ripeté la contessa, scossa in tutto il vecchio corpo da un’improvvisa bonaria risata.
“Basta ridere, smettetela” strillò Natascia “fate tremare tutto il letto. Fate male a ridermi addietro. Smettetela…” Poi Natascia prese le mani della madre e cominciò a baciare il mignolo, “giugno”, di una e dell’altra mano la nocca corrispondente ad “agosto”
“Mamma, è molto innamorato? Quanto a vostro parere? Voi siete stati così innamorati? E tanto buoni, tanto, tanto buoni! Solo che non è sempre di mio gusto. É così limitato, come un orologio da tavolo…capite?…meschino, grigio, trasparente…”
“Non lo stai demolendo?”
Natascia proseguì.

“Vedete che non capite? Nicoluccio capirebbe…Besuxov, quello con gli occhi azzurri, rosso, grossi occhiali.”
“Con lui mi pare che civetti” osservò ridendo la contessa.
“No, lui è un framassone, lo sapevo. Va dal blu scuro al rosso. Poi ve lo descriverò…”
“Contessina” s’udì dalla porta la voce del conte “Non dormi?”
Natascia saltò giù dal letto, infilò le pantofole sui piedi nudi e corse nella sua camera.
Stette a lungo sveglia. Nessuno pareva capire cosa lei pensasse e che persona fosse.

“Sonia?” pensava guardandola dormire, raggomitolata come un gatto, con la sua grossa treccia. «Macché, lei no! Lei è buona. Si è innamorata di Nicola, non sa nulla e non vuole sapere nulla. Mamma non la capisce. È sorprendente come sono intelligente io e come è…buona lei”.
Natascia andò avanti a discorrere mentalmente con una terza persona e immaginando che dicesse a suo favore qualcosa di molto intelligente, proprio quello stesso intelligente e proprio buono uomo…”Tutto, tutto in lei” continuava quell’uomo “è straordinariamente intelligente, e caro, e perciò è straordinariamente buona, astutamente si mantiene sempre perfettamente a galla e che testa! Si può ben dire: straordinaria testa!” Cantava la sua aria preferita di un’opera del Cherubini, balzava nel letto, gioiosi pensieri tornavano come sempre a rallegrarla; chiamò Duniascia per dirle di spegnere la candela e prima che Duniascia fosse uscita dalla camera, Natascia era già entrata in quell’altro mondo, più felice, dei sogni, dove tutto era facile e bello come nella realtà, ma migliore, perché era differente.

Prontamente la contessa invitò Boris a colloquio e da quel giorno Boris cessò di frequentare i Rostov.

XIV

Il 31 dicembre 1809, vigilia del nuovo anno 1810, le réveillon fu il ballo dei cortigiani iecaterinesi. Al ballo avrebbero dovuto partecipare il sovrano e il corpo diplomatico. Il palazzo splendeva illuminato da innumerevoli torce, che ardevano sul lungofiume degli Inglesi. Il portone illuminato, addobbato in rosso, era guardato dalla polizia, ma non da gendarmi, bensì dal capo e da decine d’ufficiali della polizia. C’era un via vai di carrozze condotte da lacchè in livrea rossa e piume sui cappelli. Ne scendevano uomini in uniforme ornate di medaglie e nastrini, dame in raso e cappa d’ermellino che s’infilavano nel portone scostando
prudentemente il tendone. Quasi ogni volta che arrivava un nuovo equipaggio la gente commentava, c’era chi si toglieva il cappello.
“Il sovrano?…No, ministro…principe…diplomatico…non hai visto la coccarda!…Si discuteva nella folla. Una persona del pubblico, vestita meglio degli altri, sembrava conoscere molto bene tutti i nomi dei dignitari di quel tempo. Un terzo degli ospiti di quel ballo erano già arrivati, mentre i Rostov, che erano tenuti a parteciparvi, stavano ancora frettolosamente preparando l’abbigliamento. La preparazione di quel ballo aveva causato molte discussioni nella famiglia Rostov, c’era la paura di non ricevere l’invito, che non fossero pronti i vestiti e non fossero come avrebbero dovuto essere. Assieme ai Rostov andò al ballo Maria Ignatevna
Peronskaia, amica e parente della contessa, magra e giallastra dama di compagnia della vecchia corte, dirigente dei Rostov provinciali e appartenente all’alta nobiltà di San Pietroburgo. Alle dieci di sera i Rostov avrebbero dovuto passare a prendere la dama di compagnia presso il giardino di Tavriceskom; invece mancavano dieci minuti alle dieci e le signorine non erano ancora vestite. Natascia andava a un gran ballo per la prima volta nella sua vita. Quel giorno si era alzata alle otto e passato tutto il giorno in febbrili attività. Tutte le sue forze, quel mattino, erano dedicate all’obiettivo che tutti, lei, la madre e Sonia fossero abbigliate meglio di chiunque. Sonia e la contessa le si affidarono completamente. La contessa doveva indossare un vestito di velluto scarlatto, guarnito da organza

bianco e rosato e un corsetto ornato di roselline.
Tutto quanto fosse stato necessario era stato fatto: gambe, mani, visi, erano stati accuratamente truccati e incipriati; morbide calze di tessuto perforato e babbucce di raso bianco, ornate di roselline, erano state indossate, le acconciature quasi terminate. Sonia era vestita, la contessa pure; ma Natascia, affacendata attorno a tutti, era in ritardo. Sedeva davanti allo specchio in vestaglia, le spalle nude coperte da una stola. Sonia, già vestita, in piedi in mezzo alla camera, appuntava l’ultima spilla sul fiocco, gemendo per il dolore che le facevano le sue piccole dita.
“Non così, non così, Sonia!” le disse Natascia, volgendo il capo reggendosi con le mani i capelli che non era riuscita ad acconciare la cameriera “Non così il fiocco, vieni qua”. Sonia s’avvicinò, Natascia le cambiò la posizione del nastro.
“Scusate, padroncina, così non si può” mormorò la cameriera, reggendo i capelli di Natascia.
“Dio mio, dopo! Ecco così, Sonia.”
“Allora siete pronte?” s’udì la voce della contessa, “sono già le dieci.”
“Subito, subito, mamma. Tu sei pronta, mamma?”
“Debbo solo appuntare il fiocco.”
“Non fatelo da sola, ci penso io, voi non ci riuscite.”
“Va bene, sono già le dieci.”
Era stato deciso di arrivare al ballo alle dieci e mezza e Natascia doveva ancora vestirsi, poi bisognava passare a prendere la signora Peronskaia ai giardini Tavriceskom.
Terminata l’acconciatura, Natascia, indossata una corta gonnella sotto cui si vedevano le scarpette da ballo e un corsetto della mamma, corse da Sonia, la esaminò, poi corse dalla madre, le sistemò la stola, le sfiorò con un bacio i grigi capelli, poi tornò rapida da Sonia e le aggiustò la gonna. Il problema però era la sua gonna, che era troppo lunga; due ragazze la stavano ricucendo. La terza correva con spille per le sciarpe e spazzolini fra la contessa e Sonia; la quarta aggiustava con sapienti mani le pieghe dei veli.
“Mariuccia, in fretta, colombella!”»
“Datemi il ditale, per favore, padroncina.”
“Allora siete pronte, finalmente? disse il conte, uscendo dalla sua stanza. Come siete profumate. La Peronskaia sarà stanca di aspettare.
“Pronto, padroncina – esclamò la cameriera alzando con delicatezza il vestito di tulle e agitandolo per dimostrarne la vaporosità e la finezza del suo lavoro.
Natascia, che lo stava indossando, gridò, dal velo che le copriva il viso al padre che stava aprendo la porta, “Subito, subito, non entrare papà. Sonia si precipitò a chiudere la porta. Dopo qualche minuto il conte fu fatto entrare. Portava un frak grigio, calze e scarpette eleganti, era profumato e impomatato.
“Papà, sei magnifico” gli disse Natascia, mentre si aggiustava le pieghe del tulle.
“Scusate, padroncina, scusate” implorò la ragazza che, in ginocchio, staccava gli spilli dall’orlo del vestito, mettendoli ora in uno ora nell’altro angolo della bocca.
“Accidenti” Sonia strillò disperata guardando il vestito di Natascia “è ancora troppo lungo!”
Natascia controllò alla specchiera: il vestito era lungo.
“Mio Dio, signorina, non è per nulla lungo” affermò Mariuccia muovendosi in ginocchio sul pavimento.
“Se è lungo lo imbastiamo, in pochi minuti lo accorciamo” disse decisa Duiana, riprendendo l’ago e rimettendosi in posizione sul pavimento. In quel momento silenziosamente entrò la contessa con la sua toque e l’abito di velluto.

“Gioia mia!” esclamò il conte, “siete la più bella di tutte!”… Avrebbe voluto abbracciarla, ma lei, arrossendo lo dissuase per salvare l’organza.
“Mamma, la toque pende da una parte” esclamò Natascia “ora te la sistemo io” Si lanciò verso la madre, le ragazze che stavano ricucendo la sua gonna non fecero in tempo a scansarsi e un pezzo di tulle restò loro in mano.
“Dio mio, cos’è successo. Non è colpa mia…”
“Non è niente, la imbastiamo, non si vedrà nulla”
“Che bellezza sei, tesoro mio!” disse la tata sbirciando dalla porta “anche tu, Soniuccia, come sei bella!”…
Finalmente, a un quarto alle undici, salirono sulla carrozza e partirono. Ma bisognava ancora passare dal giardino Tavriceskom.
La Peronskaia era già pronta. Nonostante la sua vecchiezza e bruttezza la preparazione era la stessa dei Rostov, sia pure senza quella fretta (per lei era una questione di principio) Si concluse quando, profumato, imbellettato, incipriato il vecchio, sgraziato corpo, pulite accuratamente le grandi orecchie, la vecchia cameriera non ebbe entusiasticamente lodato, al suo ingresso in sala, la toilette della sua signora, il giallo vestito di chiffon. La Peronskaia lodò le toilettes delle Rostov.
I Rostov lodarono lo stile del suo vestito e la pettinatura;
alle undici si sistemarono nella carrozza e partirono.

XV

La mattina di quel giorno Natascia non ebbe un attimo di libertà e non riuscì mai a pensare a cosa stesse per accaderle. Nell’umida, gelida aria, la ristrettezza e l’oscurità dell’ondeggiante carrozza, per la prima volta poté immaginare cosa l’aspettasse al ballo, nella sala
illuminata – musica, fiori, balli, il sovrano, tutta la giovane aristocrazia di San Pietroburgo. Ciò che l’aspettava era incredibilmente bello e non poteva essere immaginato nella ristrettezza e nell’oscurità della carrozza. Natascia comprese tutto ciò che l’aspettava solo quando, superato l’addobbo rosso del portone, attraversato l’ingresso e tolta la pelliccia, cominciò a salire lo scalone illuminato e infiorato, davanti alla madre, con Sonia accanto. Solo allora si ricordò di come avrebbe dovuto comportarsi e si sforzò di assumere l’atteggiamento dignitoso che riteneva assolutamente conveniente per una giovane donna partecipante a un grande ballo. Ma, per sua fortuna, la testa cominciò a girarle, la vista le si offuscò, il battito del polso salì a cento, il sangue sussultò nel cuore. Non riuscì, fortunatamente, ad assumere quell’atteggiamento che l’avrebbe resa ridicola e andò avanti stordita dall’emozione, sforzandosi di dominarla. Quello era l’atteggiamento che più le si confaceva. Davanti, di dietro a loro, procedevano, silenziosi come loro e come loro abbigliati, gl’invitati. Nelle specchiere dello scalone si vedevano passare dame ingioiellate, vestite in bianco, azzurro e rosa. Era una processione nella quale Natascia non riuscì a distinguersi. All’entrata della prima sala il rumore di voci, passi, saluti assordò Natascia; l’illuminazione era abbagliante. Il padrone e la padrona di casa già da mezz’ora presso la porta aperta, salutarono i Rostov e la Peronskaia con lo stesso “Charmé de vous voir” che rivolgevano a tutti gl’invitati. Due ragazze vestite di bianco, una rosa nei neri capelli, fecero il loro inchino, ma lo sguardo della padrona di casa si soffermò più a lungo sulla snella Natascia, alla quale rivolse un sorriso particolare nel quale non mancava l’aria della padrona di casa. Guardando la giovane debuttante forse le tornò in mente la sua dorata giovinezza e il suo primo ballo. Anche il marito notò Natascia e domandò alla contessa quale delle due ragazze fosse sua figlia.
“Charmante!” disse, baciandole la punta delle dita.
Nella sala gli ospiti si affollavano davanti alla porta aperta in attesa del sovrano. La contessa si era posta nelle prime file. Natascia sentì voci che domandavano chi fosse e si accorse che la stavano guardando. Capì che il suo atteggiamento piaceva a chi la stesse guardando e tuttavia sentirsi osservata leggermente l’indispose.
“Io sono così come sono, tanto peggio per voi” pensò.
La Peronskaia spiegava alla contessa chi fossero tutte le persone importanti intervenute al ballo.
“Quello lì è un diplomatico olandese, grigio, vedete” diceva la Peronskaia indicando un anziano con una grande aureola di argentei capelli ricci, capace di far ridere un gruppo di dame che lo circondavano.
“Ecco la zarina di San Pietroburgo, la contessa Besusova”
Esclamò la Peronskaia, indicando Elena, che stava entrando.
“Com’è bella! Non lo è meno di Maria Antonietta; guardate come le ronzano attorno vecchi e giovani. Bella e intelligente. Si dice che il principe…ne faccia una malattia. Ecco quelle due bruttone” La Peronskaia indicò una dama che stava attraversando la sala accomapagnata dalla figlia, una ragazza estremamente brutta.
“Quella è una ragazza da marito milionaria” spiegò la Peronskaia “ed ecco il fidanzato”
“È il fratello della Bevusova, Anatol Kuraghin,” disse indicando la prestante Guardia dell’imperatore che stava passando a testa alta fra le dame guardando altrove.
“Straordinario, vero? Si dice che sposi quella riccona. E il vostro cugino, Trubezkoi, anche lui ronza intorno. Lo dicono, in tanti. Come lo stesso diplomatico francese.” spiegò alla contessa la Peronskaia che si trattava di Calancourt. “Guardate che tipo qualunque è lo zar! Però i francesi sono gentili, molto gentili. Ah, eccola! Nessuno supera la nostra Maria-Antonovna. E com’è vestita bene! Magnifico!”
“E quel grassone, con gli occhiali, noto framassone” la Peronskai indicò Pierre “di fianco alla moglie fa la figura del bamboccione!”
Pierre trascinava il suo grosso corpo attraverso la folla, accennando inchini a destra ed a sinistra, distratto e bonario come se stesse fendendo la folla di un bazar. Era evidente che fra la folla cercasse qualcuno.
Natascia si rallegrò vedendo il viso conosciuto di Pierre, la persona che la Peronskaia definiva “bamboccione” e intuì che stava cercando loro e particolarmente lei. Pierre le aveva promesso che sarebbe andato al ballo e le aveva proposto di essere il suo cavaliere. Ma Pierre non la raggiunse subito, si fermò presso un giovanotto bruno, in uniforme bianca, non alto, (arrivava agli occhiali di Pierre), ma d’aspetto straordinariamente bello, che stava parlando con un’altra persona anch’essa considerevolmente corpulenta, sfoggiante numerose decorazioni. Natascia riconobbe immediatamente la giovane persona in uniforme bianca: era Bolkonski, che le sembrò più giovane, esuberante, affascinante.
“Quello lo conosco già, è Bolkonski, lo vedete, mamma?” disse Natascia, indicando il principe Andrea “Vi ricordate, lo ospitammo a Otradno”
“Ah, lo conoscete?” domandò la Peronskaia “non lo sopporto. Attualmente fa il bello ed il brutto tempo, è sconfinatamente orgoglioso. Deve tutto a suo padre. Si è
legato a Speranski, al quale scrive i progetti. Guardate come tratta le signore. Una gli sta parlando e lui si gira dall’altra parte! Io gliene direi quattro, se mi trattasse come sta trattando quella signora!”
XVI

Improvvisamente la folla cominciò a mormorare, a muoversi, l’orchestra si mise a suonare più forte le solite note e il sovrano camminò in mezzo a due ali di folla. Dietro di lui la padrona e il padrone di casa. Lo zar camminava in fretta, inchinandosi a destra ed a sinistra, come se volesse sbarazzarsi al più presto di quel primo incontro. L’orchestra suonava polche, note per le parole che gli erano dedicate. Le parole di quelle canzoni cominciavano con “Alessandro, Elisabetta, incantateci”. Il sovrano si diresse verso la sala, la folla si ammassò alle porte; persone frettolosamente lo seguirono. La folla rifluì alle porte della sala, dove si trovava lo zar, che parlava con i padroni di casa. Qualche maldestro giovanotto spinse dame inviperendole. Alcune dame di rango, manifestando un comportamento completamente estraneo alle regole della nobiltà, danneggiarono la loro toilette infilandosi nella calca. Signori si schierarono per la polca aspettando le dame. Tutti fecero largo e il sovrano, che conduceva, non in tempo, per mano, la padrona di casa, uscì dalla porta della sala. Con lui i padroni di casa con M.A. Hariscnikov, poi gli ambasciatori, i ministri, diversi generali, che l’inesauribile Peronskaia enumerava. Più della metà delle dame avevano cavalieri e iniziarono o si prepararono a danzare le polche. Natascia decise di rimanere con la mamma e con Sonia almeno fin quando la maggior parte delle dame si fosse spostata dalle file accostate alle pareti per andare a danzare. In piedi, le magre mani tenute abbassate a seguire impercettibilmente il ritmo, il petto appena disegnato, trattenendo il fiato, Natascia guardava davanti a sè e nei suoi occhi brillava l’attesa delle gioie imminenti. A lei non interessava il sovrano, né le persone importanti che la Peronskaia enumerava. Natascia aveva un solo pensiero: “Se non m’invita nessuno, forse non potrò ballare fra i primi, e se non mi nota nessuno di tutti quegli uomini, che adesso mi sembra non mi vedano, e uno mi guardasse, si renderebbe conto che il mio atteggiamento significa: “Eccone una che non si accontenta di stare a guardare!” No, non può essere! Devono sapere che ho voglia di ballare, che ballo molto bene e che gli piacerà molto ballare con me.”
Le note della polca, che l’orchestra stava prolungando, rintoccavano malinconiche alle orecchie di Natascia. Le venne voglia di piangere.
La Peronskaia si allontanò da loro. Il conte era all’altro capo della sala, la contessa, Sonia e lei erano sole, come in un bosco, fra quella gente estranea, non interessavano a nessuno e non facevano niente. Il principe Andrea si avvicinò a una dama di fronte a loro, evidentemente non li conosceva. Il bel Anatoli, sorrideva parlando con una signora che aveva incontrato, e rivolse a Natascia uno sguardo assente. Boris passò due volte davanti a loro senza prestare attenzione. Vennero Berg e la sposa, che non danzavano.
A Natascia quel convegno famigliare in una festa da ballo sembrò un’assurdità, come se non esistesse un altro posto per una riunione di famiglia. Non diese retta a Vera, che avrebbe voluto parlare del suo vestito da ballo argentato.
Finalmente il sovrano si fermò presso l’ultima dama (la terza), l’orchestra tacque; un trafelato aiutante costrinse i Rostov a fare posto, benché fossero addossati alla parete, poi echeggiarono distinte, misurate, rispettose, le note del valzer. Il sovrano sorrideva esaminando la sala. Passò un minuto, nessuno voleva cominciare. L’aiutante-incaricato s’avvicinò alla contessa
Besuxov e la pregò di concedergli un ballo. Lei, sorridendo, gli porse la mano e poi gliela posò sulla spalla, senza guardarlo. L’aiutante-incaricato, padrone del suo mestiere, con sicurezza, calma e ritmo, cinse strettamente la dama, la condusse per cominciare in un glissando e volteggiò negli angoli della sala guidandola con la mano sinistra, la fece girare; fra le crescenti note dell’orchestra si sentiva solo il ritmico, veloce tintinnare degli sproni dell’aiutante e ogni tre battute balenava, accendendosi, il velluto rosso della sua dama. Natascia li guardava, non era lei che danzava il primo giro di valzer, le veniva da piangere.
Il principe Andrea, nella sua bianca uniforme di colonnello della cavalleria, vivace ed allegro, stava nelle prime file del cerchio, non lontano dai Rostov. Il barone Firgof gli stava parlando della prima seduta del consiglio del sovrano che avrebbe presumibilmente avuto luogo il giorno seguente. Il principe Andrea, persona vicina a Speranski e partecipante ai lavori della commissione legislativa, avrebbe potuto dare un affidabile contributo di conoscenze, nella seduta del giorno dopo, durante la quale avrebbero concorso diversi pareri. Ma il principe non ascoltava Firgof, guardava un po’ il sovrano, un po’ i cavalieri che desideravano ballare ma non si decidevano a scendere in campo. Osservava i cavalieri intimiditi dalla presenza del sovrano e le dame impazienti di essere invitate.
Pierre si avvicinò al principe Andrea e gli strinse la mano.
«Voi siete un buon ballerino. Qui c’è la mia protetta, la giovane Rostova, invitatela.”
“Dov’è?” domandò Bolkonski “Scusate” disse al barone, “di quella questione discuteremo in altra sede, qui siamo in una sala da ballo e bisogna ballare” e si mosse nella direzione indicatagli da Pierre. Lo sconsolato, intimorito viso di Natascia, impressionò il principe Andrea. Lui la conosceva, intuì il suo stato d’animo, capì che era una debuttante, si ricordò delle sue frasi alla finestra e affabilmente si presentò alla contessa Rostov.
“Permettetemi di farvi conoscere la mia figliola” lo salutò arrossendo la contessa.
“Dovrei avere il piacere di essere già conosciuto, se la contessina si ricordasse di me” rispose il principe, inchinandosi garbatamente, in completa contraddizione con la fama di scontrosità affibbiatagli dalla Peronskaia,
poi si avvicinò a Natascia ed accennò con la mano alla vita che aveva l’intenzione di cingere per ballare con lei. Le propose un giro di valzer. Un sorriso di felicità scacciò immediatamente la delusione dall’espressione della fanciulla.
“Ti aspettavo” pareva voler dire il sorriso splendente attraverso le lacrime con il quale l’intimorita, felice ragazza pose la sua mano sulla spalla del principe Andrea. Furono la seconda coppia scesa in campo. Il principe Andrea era uno dei migliori ballerini del suo tempo. Natascia danzava benissimo. Agili, leggeri, i suoi piedini, nelle scarpette di raso, eseguivano, autonomi, fedelmente i passi di danza, , il viso esprimeva raggiante felicità. Le sue mani e il suo collo, apparivano magri e meno belli del décolleté di Elena, e magre erano le sue spalle; ma tutti quegli sguardi sembravano scivolare come una vernice sul corpo di Elena, mentre Natascia pareva una ragazza che scoprivano per la prima volta, e c’era da vergognarsene, a meno che lei non ritenesse necessario farsi conoscere.
Il principe Andrea amava danzare e desiderava evitare di dover discorrere di politica con tutti quelli che gli si rivolgevano; voleva anche liberarsi da quel fastidioso cerchio di persone che si assembravano attorno al sovrano. Quindi desiderava ballare e scelse Natascia perché gli era stata indicata da Pierre e perché era la prima, fra le ragazze carine, a colpirlo; ma non appena ebbe abbracciato quel corpo snello, vivace, fervido, che si muoveva così vicino e ricevuto quel sorriso così aperto, si rese conto del suo fascino; quando, trattenendo il fiato, la ricondusse al suo posto, e si fu fermato a guardare le coppie danzanti, si sentì ringiovanire.

XVII

Dopo il principe Andrea, Natascia fu invitata da Boris, poi fu la volta dell’aiutante-ballerino che aveva introdotto le danze e di altre giovani persone; Natascia, che si scambiava i cavalieri con Sonia, non smise di ballare per l’intera serata. Non si accorse e non osservò cosa facessero tutti quanti in quel ballo. Natascia non solo non osservò il sovrano parlare a lungo in francese con l’ambasciatore francese, intrattenersi bonariamente con la tal dama; tal principe parlare con tal’altro principe; Elena ottenere un grande successo e guadagnarsi l’ammirazione di tutti quanti; non fece attenzione nemmeno al sovrano e si accorse che era andato via solamente quando, dopo la sua partenza, il ballo si era rianimato. In uno dei più piacevoli cotillons, prima di cena, il principe Andrea danzò di nuovo con 2Natascia. Le ricordò che si erano visti per la prima volta nell’allee di Otrand, che lei, quella notte, non riusciva ad addormentarsi al chiaro di luna e lui l’aveva involontariamente ascoltata parlare alla finestra. Natascia arrossì a quel ricordo e finse indifferenza, come se bisognasse vergognarsene. Il principe era cresciuto nell’ambiente della nobiltà e la frequentava volentieri, ma non ne aveva assunto né modi, né arie. Tale era Natascia, col suo carattere allegro e timido e i suoi errori di pronuncia del francese. Il principe era partico-larmente tenero, le si rivolgeva e parlava premurosamente. Seduto accanto a lei, parlandole di cose senza importanza, il principe Andrea, disinteres-sandosi del significato del discorso, aveva modo di vedere lo splendore dello sguardo e del sorriso della fanciulla e percepire la sua felicità interiore. Quando Natascia si alzava, accettava un invito e volteggiava nella sala, il principe Andrea ne ammirava particolarmente l’innocente grazia. A metà cotillon, eseguite le figure, Natascia, a corto di fiato, tornò al suo posto. Un nuovo cavaliere venne ad invitarla. Era stanca ed avrebbe preferito rifiutare, ma subito allegramente pose la sua mano sulla spalla del cavaliere e sorrise al principe Andrea.
“Avrei voluto rifiutare e sedermi accanto a voi, sono stanca; ma, come vedete, mi vengono a prendere e sono contenta, felice, amo tutti e tutto questo lo dobbiamo a voi” quel sorriso voleva dire questi e molti altri pensieri. Congedato il cavaliere Natascia attraversò la sala per scegliere due dame per la figurazione.
“Paragonata alla sua cugina e a quell’altra dama, questa ragazza potrebbe diventare mia moglie” improvvisamente si disse guardandola. Natascia sopraggiunse con la cugina.
“Che stupidaggine mi passa per la mente! è tuttavia molto probabile che questa ragazza, così dolce, così particolare, non sia trascorso un mese dopo aver danzato qui che abbia già trovato marito…Qui è cosa rara.” Pensò il principe Andrea quando Natascia, dopo aver riordinato la rosa sul corsetto, venne a sedersi accanto a lui. Al termine del cotillon il vecchio conte s’avvicinò, col suo frack grigio, ai ballerini. Salutato il principe, domandò alla figlia se fosse contenta. Natascia non rispose, ma il suo sorriso trionfante significava:
“Come si può porre una simile domanda?”
“Così contenta come non sono mai stata nella vita” disse e il principe Andrea si accorse della rapidità con la quale le magre dita della ragazza si erano mosse per abbracciare il padre. Natascia era così felice come non era mai stata in vita sua. A quel livello di felicità interiore, una persona si sente piena di bontà e di bene e non crede che il male, l’infelicità e la sofferenza siano possibili.

In quel ballo, Pierre, per la prima volta, si sentì offeso dalla posizione che aveva occupato sua moglie nelle più alte sfere. Era di cupo umore e disorientato. Una profonda ruga gli solcava la fronte e stando alla finestra guardava attraverso gli occhiali senza nulla vedere.
Natascia, andando a cena, passò davanti a lui. La tristezza, l’infelicità dell’espressione di Pierre la maravigliò e gli si rivolse. Voleva aiutarlo, farlo vpartecipare alla sua gioia.
“Com’è bello, conte” esclamò “vero?”
Pierre sorrise disorientato, evidentemente non aveva capito.
“Sì, sono molto contento” mormorò.
“Come possibile essere scontenti qui” pensò Natascia “soprattutto qualcuno così buono come quel Besyxov?”
Agli occhi di Natascia tutti i partecipanti al ballo erano brave, gentili, belle, persone, amiche l’una dell’altra, nessuno avrebbe offeso l’altro e quindi tutti dovevano essere felici.

XVIII

Il giorno dopo ripensò abbastanza a lungo al ballo. “Sì, è stato un ballo molto brillante. Già…e la Rostova molto gentile. C’è più freschezza in lei, è speciale, distinta dai modi pietroburghesi.” Questo era tutto ciò che pensava del ballo, sedendo al tavolo di lavoro, dopo il tè.
Ma, sarà stata la stanchezza o la mancanza di sonno, non era in giornata, non aveva voglia di fare alcunché, non lo soddisfaceva tutto il suo lavoro, come spesso gli accadeva e fu contento quando seppe che stava arrivando qualcuno.
Il visitatore era Bizki, in servizio nelle diverse commissioni, introdotto in tutti gli ambienti di San Pietroburgo, appassionato ammiratore e diffusore delle nuove idee di Speranski, uno di quei tipi che cambiano orientamento come i vestiti, dietro le mode, e per questo appaiono ardenti partigiani delle correnti in atto.
Entrò, trafelato, di corsa dal principe, togliendosi all’ultimo momento il cappello, e cominciò subito a parlare. Aveva appena appreso i dettagli della seduta del consiglio imperiale, aperto la mattina stessa dal sovrano e, entusiasta, li riferiva. Il discorso del sovrano era stato straordinario. Quello era un discorso che solo un monarca costituzionale poteva pronunciare.
“Il sovrano ha dichiarato che il Consiglio e il Senato costituiscono lo Stato sovrano, che il governo non deve fondarsi sull’arbitrio ma su solidi principi. Il sovrano ha detto che le finanze devono essere riformate e i conti resi pubblici.” Questo raccontava con enfasi Bizki sbarrando gli occhi.
“Sì, questo è l’inizio di una nuova era, un’era felice della nostra storia!” concluse.
Il principe Andrea ascoltò il racconto delle aperture del Consiglio imperiale, che aspettava con impazienza ed alle quali attribuiva tanta importanza e, sorridendo, si meravigliò del fatto che l’avvenimento, tanto invocato, non solo non lo stesse emozionando ma gli apparisse insignificante. Si astenne dal mostrare il sommesso disprezzo con il quale aveva ascoltato l’entusiastico racconto di Bizki. Il primo pensiero che gli passò per la mente: “Cosa importa a me ed a Bizki, cosa significa per noi cosa possa essere stato detto al Senato? Forse tutto questo mi può rendere più contento e migliore?”
Questo semplice ragionamento fece improvvisamente svanire tutto il precedente interesse per il compimento della riforma. Quel giorno il principe Andrea avrebbe dovuto pranzare da Speranski “en petit comité”, così si era espresso il padrone di casa invitandolo. Mangiare in famiglia con un piccolo circolo di altre persone che ammirava, lo aveva molto interessato, tanto più quando ancora non conosceva i modi famigliari di Speranski; ma adesso non aveva voglia di andarci.
Tuttavia, all’ora del pasto, il principe Andrea era già entrato nella piccola casa di Speranski al parco Tavriceski. Il parchetto della sala da pranzo dell’ abita-zione risaltava per l’accurata pulizia (reminiscenza della vita monacale). Il principe Andrea, leggermente in ritardo, incontrò, erano le cinque, le persone appartenenti a quel “petit comité”, tutte intime conoscenze di Speranski. Nessuna donna era presente, eccetto la piccola figlia di Speranski (faccetta lunga, somigliante al padre) e la sua governante. Gli ospiti erano Scerve, Marnizki e Stolipni. Il principe era nell’anticamera quando si senti una forte voce ed echeggiò una grande, teatrale, risata. Una voce, simile a quella di Speranski, si distingueva nettamente: xa,xa,xa. Il principe Andrea non aveva mai sentito ridere Speranski e il suono acuto della risata del funzionario statale lo meravigliò. Il Principe Andrea entrò nella saletta da pranzo. Il gruppetto stava in piedi fra due finestre, su un piccolo tavolo erano disposti gli antipasti.
Speranski, in frak grigio con decorazione, evidentemente lo stesso, con gilet bianco e grande cravatta bianca. che indossava all’assemblea del Consiglio imperiale, stava in piedi, raggiante, al tavolo. Gli ospiti lo attorniavano. Marnizki, rivolgendosi a Michele Mixailovic, stava raccontando un aneddoto. Speranski, ascoltando quel che Marnizki raccontava, rideva perché manifestamente ne conosceva già lo svolgimento. All’entrata del principe Andrea il racconto stava nuovamente suscitando risate. Sghignazzava il basso Stolipin masticando un pezzo di pane e formaggio, sogghignava Scerve, stridulo apertamente rideva Speranki. Costui, mentre tutti ancora ridevano, porse al principe la sua pallida, fragile mano.
“Molto lieto di vederla, principe” disse. “Un attimo” si rivolse a Marnizki, interrompendone il racconto “mettiamoci d’accordo, godiamoci il pasto senza parlare d’affari” e tornò ad ascoltare, sempre ridendo.
La sgradevole risata di Speranski aveva deluso e disgustato il principe Andrea. Quella persona non era lo Speranski che gli era sembrato fosse. Tutto ciò che di misterioso e attraente gli era parso avere Speranski, improvvisamente adesso era diventato palese e scostante. A tavola continuarono, senza alternative, ad essere raccontate divertenti storielle. Marnizki non aveva ancora terminato il suo aneddoto, che già un altro dei commensali aveva annunciato di essere pronto a raccontarne uno ancora più divertente. La maggior parte degli aneddoti sembravano non concernere il mondo dell’amministrazione, bensì le persone degli amministratori. Sembrava che di quell’ambiente facessero parte solo nullità, la cui sola prerogativa era d’essere innocui buffoni. Speranski raccontava che nella seduta del mattino un alto funzionario taciturno, alla richiesta della sua opinione aveva risposto che lui era di quell’opinione. Scerve raccontò che l’intero processo di revisione è considerato assurdo da tutti i personaggi presenti. Stolipin, balbettando, s’intromise nella discussione e cominciò con calore a parlare della precedente cattiva gestione della cosa pubblica, minacciando di portare la discussione su di un terreno più serio. Marnizki lo raffreddò prendendolo in giro. Scerve inventò uno scherzo e la discussione tornò al precedente leggero svolgimento. Evidentemente Speranski, dopo il lavoro, amava rilassarsi, si divertiva con gli amici bevendo birra e tutti i suoi ospiti lo assecondavano, allegri anch’essi. Ma quell’allegria spiaceva al principe Andrea, che la trovava fittizia. Il suono acuto della voce di Speranski lo colpiva sgradevolmente e trovava oltraggioso il suo continuo ridacchiare in falsetto. Il principe Andrea non rideva e temeva di apparire estraneo a quel gruppetto. Ma nessuno pareva accorgersi della discordanza d’umore. Loro sembravano tutti molto allegri. Cercò qualche volta d’interloquire, ma le sue parole galleggiavano via, come sughero nell’acqua e lui non aveva voglia di scherzare.
Non c’era nulla di grossolano o inopportuno in ciò che dicevano, tutto era spiritoso e avrebbe potuto essere ridicolo; ma non solo era assente il vero sale dell’allegria, loro stessi non sapevano in cosa consistesse.
Dopo il pasto, la figlia e la governante si alzarono. Speanski accarezzò con la sua pallida mano la figlia e le diede un bacio. Il gesto parve poco spontaneo al Principe Andrea. Gli uomini rimasero al tavolo, all’inglese, a bere Porto. Verso la metà della dicussione sulle gesta di Napoleone in Spagna, in merito alle quali tutti sembravano essere dello stesso parere, il principe Andrea cominciò a contraddirli. Speranski sorrise e, evidentemente nel tentativo d’evitarne l’inasprimento, raccontò un aneddoto che non aveva alcuna relazione con la discussione. Per qualche attimo tacquero tutti. Seduto al tavolo Speranski tappò la bottiglia di vino e consegnandola al servitore disse: “Non c’è di meglio di un buon vinello per mettersi in cammino”.
Tutti si alzarono e parlottando animatamente passarono in salotto. Speranski, al quale erano state portate due buste dal corriere, andò nel suo studio. Il brusio cessò e gli ospiti sussurrando si posero in attesa.
“Allora, ecco qua la dichiarazione” esclamò Speranski uscendo dul suo ufficio, “Talento sorprendente!” rivolgendosi al principe Andrea. Marnizki si mise subito in posa e cominciò a recitare in francese versi riferiti ad alcune persone conosciute di San Pietroburgo, suscitando anche qualche applauso. Il principe Andrea, alla fine della dizione, andò da Speranski per congedarsi.
“Dove andate così presto?”
“Ho un impegno per la sera…”
Tacquero ambedue. Il principe Andrea fissò profon-damente quegli occhi che non lasciavano trasparire alcunché e gli parve buffo aspettarsi qualcosa da Speranski e da tutte le sue attività e come potesse attribuire importanza a quel che Speranski stesse facendo. Quell’affettato, malinconico sorriso a lungo rimase nell’animo del principe Andrea, dopo che fu uscito dalla casa di Speranski.
Tornato a casa sua, il principe Andrea cominciò a riflettere su quei quattro mesi vissuti a San Pietroburgo, come se significassero qualcosa di nuovo. Riesaminò il suo impegno, il bussare a tante istanze, la storia del suo progetto di regolamento militare, del quale era stato preso atto e che si cercava di mettere a tacere prima di tutto perché l’altro lavoro, pessimo, era già stato fatto e presentato al sovrano; rievocò le sedute del comitato del quale faceva parte Berg; in quelle sedute diligentemente, a lungo, erano state discusse tutte le forme e i processi delle riunioni del comitato e diligentemente, concisamente, erano state trattate le questioni ritenute sostanziali. Pensò al suo lavoro legislativo ed al suo accurato lavoro di traduzione in lingua russa di raccolte di leggi romane e francesi e cominciò a pentirsene. Poi lucidamente immaginò Boguciav, la sua entrata nel bosco, il suo viaggio a Riasan, si ricordò dei contadini, del capogruppo di Drona e accostando loro tutti quegli uomini di legge, ai quali aveva distribuito paragrafi, cominciò a sorprendersi di aver potuto dedicare così tanto tempo a quell’inutile lavoro.

XIX

Il giorno dopo il principe Andrea cominciò a visitare alcune case, dove non era mai stato, fra cui quella abitata in quel tempo dai Rostov, con i quali voleva rinnovare la conoscenza, dopo quel ballo. Aveva frequentato i Rostov in occasione della questione legale, adesso desiderava vedere dove vivesse quella straordinariamente vivace ragazza che lo aveva così tanto gradevolmente impressionato. Natascia fu la prima persona che incontrò. Portava un vestito blu, da casa, che parve al principe le donasse perfino di più del vestito da ballo. La famiglia Rostov lo accolse come un vecchio amico, sempliSemente e affabilmente. Tutta la famiglia, alla quale il principe Andrea era sembrato rigidamente altero, adesso lo annoverava fra le persone belle, semplici e buone. L’ospitale e gentile vecchio conte, particolarmente carino a San Pietroburgo, era una di quelle persone delle quali il principe non poteva rifiutare un invito a pranzo. “Ecco buona, brava gente” pensava Bolkonski pensò “che gente simpatica e spontanea” questi aggettivi gli erano ispirati da Natascia; ma “buona gente” costituiva lo sfondo sul quale si distingueva quella poeticissima, deliziosa fanciulla, traboccante di voglia di vivere. Il principe Andrea provava per Natascia il sentimento a lui completamento estraneo, di un mondo particolare, tenero, presago di sconosciute felicità, lampi di quel mondo diverso, che lo avevano colpito percorrendo il viale di Otrad e quella notte di luna alla finestra, così stimolante.
Dopo il pasto Natascia, su richiesta del principe Andrea, si sedette al clavicordo e cominciò a cantare. Il principe, in piedi alla finestra, conversava con le dame e l’ascolt-ava. A un certo punto il principe Andrea tacque e sentì un nodo alla gola, una possibilità che non riteneva propria. Guardò Natascia cantare e sentì nascere nell’animo qualcosa di nuovo e felice. Era felice e nello stesso tempo triste. Era assolutamente risoluto a non piangere, ma era pronto a farlo. Per cosa? Sull’amore passato? Sulla piccola principessa? Sulle sue delusioni?…Sulle sue speranze? Sì e no. Il fatto importante, che lo commuoveva, era la chiara consapevolezza della paurosa contraddizione fra la profondità infinita e indefinibile e l’angustia anche fisica che già esistevano da parte sua e anche da parte di lei. Quella contraddizione lo tormentò e rallegrò durante la canzone.
Quand’ebbe terminato di cantare, Natascia gli s’avvicinò per domandargli se gli fosse piaciuta la sua voce. Natascia raccontò poi di essersi pentita di aver posto quella domanda, perché è una domanda che non sta bene porre. Andrea sorridendo, guardandola, disse che gli era piaciuto il canto come, allo stesso modo gli piaceva tutto quanto lei facesse.
Il principe Andrea lasciò i Rostov in tarda serata. Si coricò, ma si rese subito conto che non si sarebbe potuto addormentare. Accesa la candela, un po’ stava seduto sul letto, poi si alzava, si coricava di nuovo senza tentare di prendere sonno: era così contento, si sentiva un altro, come se nella stanza afosa fosse entrato un raggio di luce divino. Non gli passava per la mente il pensiero di essere innamorato della Rostova; non lo pensava di lei; la immaginava solamente e si rappresentava la vita nuova in una nuova luce.
“Per quale ragione devo dibattermi in una gabbia, devo rimanere isolato in stretti limiti, quando la vita, tutta la vita con lei mi schiude la felicità?” E per la prima volta, dopo tanto tempo, immaginò positivi piani per il futuro. Convenne, con se stesso, che avrebbe dovuto occuparsi dell’educazione di suo figlio, trovando un educatore e incaricandolo di compierla; poi decise di dare le dimissioni e recarsi all’estero, vedere l’Inghilterra, la Svizzera, l’Italia. “Devo approfittare della mia salute, fin che mi sento forte e giovane” rifletteva “Pierre ha ragione quando dice che bisogna credere nella felicità per essere felici e io adesso gli credo. Dimenticare i morti e finché si vive bisogna vivere ed essere felici.”

XX

Un mattino il colonnello Adolfo Berg, che Pierre conosceva come conosceva tutti a Mosca ed a San Pietroburgo, in uniforme inappuntabile, con le basette impomatate come le portava l’imperatore, venne a visitarlo.
“Sono appena stato dalla contessa vostra moglie e sono stato così sfortunato che non ho ricevuto soddisfazione; spero, conte, di essere più fortunato con voi.” disse, sorridendo.
“Cosa desiderate, colonnello? sono a vostra disposizione”
“Io, conte, mi sono appena completamente sistemato in un nuovo appartamento” riferì Berg, evidentemente consapevole che l’informazione avrebbe potuto anche suonare sgradevole, e quindi sforzandosi di sottindere che la festicciola aveva lo scopo di far reciprocamente conoscere le spose. (Sorrise con maggior calore.) “Volevo chiedere alla contessa ed a voi di favorirmi accettando una tazza di tè e…cenare con noi.”
Solo la contessa Elena Vasilievna, che riteneva umiliante facessero parte della sua società tipi come Berg, poteva avere la durezza di rifiutare un invito presentato con così tanta politezza.
§Berg spiegò perché desiderasse ottenere l’appoggio della piccola e dell’alta società: perché ne dipendeva il suo avvenire e perché in un certo senso mancava di sufficienti risorse, però lui era pronto per far parte dell’alta società e stava investendo costi, e fu così chiaro che Pierre non poté rifiutare e promise.
“Solamente non tardi, conte, se mi posso permettere di chiedere, magari dieci minuti alle otto, se posso permettermi di chiedere. Il generale parteciperà. Egli è molto buono con me. Ceneremo, conte. Così mi farete un favore.”
Contrariamente alla sua abitudine di essere sempre in ritardo, Pierre, invece delle otto meno dieci, arrivò a casa di Berg alle otto meno un quarto.
I Berg, preparato quanto occorreva per la serata, erano già pronti ad accogliere i primi ospiti.
Berg e la moglie sedevano nel nuovo, chiaro, studio, arredato con quadri, busti e mobili nuovi.
Berg, in uniforme nuovissima, sedeva dietro la moglie e le spiegava che bisogna sempre conoscere gente di rango superiore, perché in quei tempi è l’unico vantaggio delle conoscenze. Se sei sopra qualcuno, puoi chiedere qualcosa. “Ecco, guarda, come vissi il primo grado (Berg non contava gli anni, ma gli avanzamenti di grado) Il mio compagno presentemente non vale niente, il posto di comandante di reggimento è vacante e io ho la fortuna di essere vostro marito (si alzò e baciò la mano di Vera, senza omettere, muovendosi verso di lei, di rimboccare un angolo di tappeto.) E come ho ottenuto tutto questo? L’importante è scegliere le proprie relazioni. Beninteso bisogna essere virtuosi e accurati…”
Berg sorrise consapevole della sua superiorità sulla debole donna e tacque, pensando che ovviamente quella tenera moglie non era altro che una debole donna, incapace di concepire quali fossero i pregi di essere uomo – ein Mann zu sein -. Vera sorrideva anche lei, contemporaneamente, consapevole della sua superiorità su quel virtuoso, buon marito, che, erroneamente come tutti gli uomini, credeva di capire qualcosa della vita. Berg, a giudizio di sua moglie, considerava tutte le donne deboli e stupide. Vera, che s’era fatta un’ opinione fondata solamente su suo marito e la allargava a tutti, riteneva che gli uomini credessero di possedere solo loro la ragione e invece fossero vanitosi ed egoisti.
Berg si alzò, abbracciò la moglie facendo attenzione a non gualcire la costosa mantellina che le aveva comperato e la baciò con la bocca semichiusa.
“Purché non ci capiti di avere subito figli” disse inconsapevolmente pensando alla discendenza.
“Sì” rispose Vera “anch’io assolutamente non lo desidero. Bisogna prima sistemarsi nella società”
“Esattamente come quella della principessa Iusupova” disse Berg sorridendo, bonario e felice, indicando la mantellina.
In quel momento fu annunciato l’arrivo del conte Besuxov. I coniugi si scambiarono un sorriso di compiacimento, ciascuno attribuendo a se stesso l’onore di quella visita.
“Ecco cosa significa saper trattare con le conoscenze” rifletté Berg “ecco cosa significa sapersi comportare!”
“Solamente, scusa, quando accolgo gli ospiti” disse Vera
“non interloquire, perché io so come accogliere ciascuno e di quale argomento parlare”.
Berg sorrise anche lui.
“È impossibile, ogni tanto gli uomini devono parlare da soli col marito.”
Pierre fu ricevuto nella nuova anticamera dove non era possibile sedersi senza accorgersi della simmetria, pulizia e ordine e si capiva molto facilmente e non si trovava strano che Berg avesse disposto simmetrica- mente specchi e divani per i suoi cari ospiti, lasciando a loro la scelta, che a lui, fondamentalmente indeciso, riusciva difficile. Pierre turbò la simmetria spostando una sedia e subito Berg e la moglie cominciarono la serata salutando l’ospite e interrompendosi l’un l’altro.
Vera, convinta che Pierre bisognasse accoglierlo con un saluto in francese, cominciò subito. Berg, avendo deciso, che toccava al marito parlare, interruppe la moglie, portando il discorso sulla guerra con l’Austria e involontariamente sui motivi della proposta, che gli era stata fatta, di marciare con gli austriaci e su quelli che lo avevano indotto a rifiutare.
Benché la conversazione fosse oltremodo goffa e Vera fosse indispettita dall’intromissione dell’elemento maschile, ambedue i coniugi si compiacquero di aver cominciato molto bene la serata, sia pure con un solo ospite, convinti che fosse identica, come uguali sono due gocce d’acqua, a tutte le serate dove si discorre bevendo tè al lume di candela.
Poco dopo arrivò Boris, vecchio compagno di Vera.
Trattava Berg e Vera con una sfumatura di superiorità protettiva. Dopo Boris arrivò una dama con un colonnello, poi quel generale, poi i Rostov e quindi la struttura di quella serata poteva considerarsi completata. Berg e Vera, non nascondevano, sorridendo felici, la loro soddisfazione vedendo la loro sala piena di persone che si congratulavano, che s’inchinavano al fruscio delle mises. Tutto stava andando come sempre in quelle occasioni, specialmente rituale il comportamento del generale, che lodava l’appartamentino, accarezzava la spalla di Berg, e paternalmente esibiva la sua predominanza strapazzando la sedia di velluto. Il generale sedeva accanto al conte Ilia Andrevic, considerandolo l’ospite più importante dopo se stesso.
Gli anziani con gli anziani, i giovani con i giovani, la padrona di casa al tavolo da tè, sul quale nel cestino argentato stavano i biscotti comperati quella sera nella solita stimata pasticceria, tutto corrispondeva esattamente a quel che facevano tutti.

XXI

Pierre, considerato ospite di riguardo, doveva sedere sulla poltroncina a fianco di Ilia Andreievic, il generale e il colonnello. A Pierre era stata riservata la sedia imbottita di velluto proprio di fronte a Natascia, il cui comportamento era diverso da quello tenuto al ballo e lo meravigliava. Natascia era silenziosa e non solo non era di buon umore, ma era meno bella, meno contenta e gentile di come gli era apparsa al ballo.
“Cos’avrà?” pensò Pierre, guardandola. Natascia sedeva dopo la sorella al tavolo, non lo guardava e di malavoglia sbirciava Boris, seduto presso Vera. Appena tolto il suo pastrano e scartato con piacere del suo partner cinque pacchetti, Pierre, entrando nella sala al momento della consegna degli omaggi, la guardò di nuovo.
“Cosa le succede’” si domandò pittosto sorpreso.”
Il principe Andrea le stava parlando con contenuta dolcezza. Natascia, alzato il capo, arrossendo e cercando di trattenere il respiro, lo guardò. Un raggio di luce si accese di nuovo nel suo sguardo, che pareva spento. Ne fu trasfigurata e tornò la ragazza che s’era rivelata al ballo.
Il principe Andrea salutò Andrea e Pierre s’accorse della nuova, giovanile espressione del suo amico.
Pierre seguì dal viso di Natascia e dalle spalle di Andrea il gioco che si stava svolgendo fra i due e ne dedusse che quei gesti significassero che si stavano innamorando.
“Qualcosa di molto importante sta accadendo fra di loro” pensò Pierre, cui il gioco procurava un sentimento dolce e amaro nello stesso tempo e preferiva sorvolare.
Dopo sei partite il generale si alzò e disse che il grado gli proibiva di giocare e Pierre ricevette libertà di movimento. Natascia da parte sua parlava con Sonia e Boris. Vera parlava con il principe Andrea, con un fine sorriso. Pierre s’avvicinò e dopo aver domandato se la discussione fosse segreta, si sedette presso di loro. Vera, che aveva notato l’attenzione del principe Andrea per Natascia, trovò che durante la sera, quella presente sera, fosse necessario, per evitare malintesi, discutere col principe Andrea, quando fosse solo, dei sentimenti in generale della sorella. Era suo dovere cominciare a praticare, con un ospite così intelligente, le sue capacità diplomatiche.
Pierre, quando si fu avvicinato al principe, notò che Vera era impegnata in un compiaciuto animato discorso e che il principe Andrea gli sembrava infastidito (come gli accadeva di rado).
“Cosa pensate voi, principe, che siete così perspicace e intuite immediatamente il carattere delle persone?” disse Vera con un sottile sorriso. Quel che voi pensate di Natascia potrebbe dipendere dalle sue abituali infatuazioni, potrebbe essere, come accade ad altre donne (alludeva a se stessa) che s’innamorano d’una persona e poi le rimangono per sempre fedeli? Questo io credo sia un innamoramento passeggero. Cosa ne pensate, principe?”
“Conosco troppo poco vostra sorella” rispose il principe Andrea con un ironico sorriso, sotto il quale nascondeva il fastidio che quell’insidiosa domanda gli dava; e poiché gli piaceva sempre meno ciò che Vera continuava ad aggiungere, guardò dove fosse Pierre.
“Sì, è la verità, principe; ai nostri tempi,” continuò Vera, menzionando i nostri tempi, (come in genere fanno persone limitate che li trovano e giudicano particolari e ritengono che le caratteristiche delle persone varino con i tempi) ai nostri tempi la ragazza desidera così tanto la libertà, che le plaisir d’être courtisée, spesso reprime i sentimenti sinceri, et Natalie, il faut l’avouer, y est très sensible”.
Le allusioni a Natalia disegnarono di nuovo una smorfia di disappunto sul viso del principe; avrebbe voluto alzarsi, ma Vera continuava a parlare con un sorriso ancora più stretto.
”Penso che nessuna sia stata così corteggiata come lei” affermava Vera, “ma che mai, in questo recente passato, nessuno le sia seriamente piaciuto. Voi sapete, conte “ andò avanti rivolgendosi a Pierre “che con il nostro caro cugino Boris, detto entre nous sostò molto nel “pays du tendre…” e alluse alla carta da gioco dell’amore.
Il principe Andrea taceva, corrucciato.
“Voi in fondo andate d’accordo con Boris?” domandò Vera.
“Sì, lo conosco…”
“Oh, probabilmente le ha parlato del suo amore di bambino per Natascia?
“C’è stata una simpatia fra bambini?” domandò improvvisamente arrossendo il principe.
“Sì. Vous savez, entre cousin et cousine cette intimité mêne quelquefois ä l’amour : le cousinage est un dangeureux voisinage. N’est-ce pas ? ”
“Oh, senza dubbio” disse il principe e, di botto, innaturalmente infervorato, si mise a scherzare con Pierre sul fatto che bisognasse sorvegliare i propri comportamenti con i propri cugini moscoviti quindicenni, poi a metà del discorso scherzoso prese la mano di Pierre e lo condusse in disparte.
“Che c’è”? disse Pierre, incuriosito dallo strano comportamento del suo amico, di cui aveva notato lo sguardo rivolto a Natascia.
“Ho bisogno di parlare con te” mormorò il principe Andrea “tu conosci i nostri guanti per signora (intendeva i guanti della massoneria che si consegnavano ai nuovi fratelli da dare alla donna prediletta) Io…Ma no, parlerò dopo con te…” Poi, con una strana luce nello sguardo, con calma andò a sedersi accanto a Natascia. Pierre vide che le aveva chiesto qualcosa e che lei, arrossendo, gli stava rispondendo.
In quel momento Berg venne a pregarlo insistentemente di partecipare alla discussione fra il generale e il colonnello sui fatti spagnoli.
Berg era di buon umore e contento. La soddisfazione era costante sul suo viso. La serata era bella, assolutamente simile a tutte le serate che aveva visto. Tutto era uguale. Le dame chiacchieravano fittamente, le carte, il generale che alzava la voce giocandole, il samovar e i biscotti; mancava però quello che aveva sempre visto accadere nelle serate e che avrebbe voluto imitare. Mancavano le discussioni ad alta voce fra uomini e le liti su questioni importanti e intelligenti. Il generale avviò quelle discussioni e Berg vi coinvolse Pierre.

XXII

Il giorno dopo il principe Andrea andò a pranzo dai Rostov, invitato dal conte Ilia Andrevic e passò da loro l’intera giornata.
Tutti in casa sentivano per quale ragione era venuto il principe Andrea e lui, apertamente, cercò tutto il giorno di stare con Natascia. Non solo nell’animo, spaventato ma felice e fiero di Natascia, ma in tutta la casa si agitava il timore dell’importante mutamento in corso. Lo sguardo della contessa era rammaricato e severo mentre il principe parlava con Natascia e, quando brevemente egli le si rivolgeva, la contessa cercava, timidamente, di cominciare una conversazione su un tema qualunque. Sonia non osava staccarsi da Natascia e nello stesso temeva di essere di troppo. Quando incontrava lo sguardo del principe Natascia impallidiva dall’ansia che le dava l’attesa delle sue parole. La timidezza del principe la stupiva, pensava che il principe non riuscisse a decidersi di parlare.
Quando il principe, la sera, se ne fu andato, la contessa domandò sottovoce a Natascia.
“Eh allora, cosa c’è?”
“Mamma! Per l’amor di Dio, non mi domandate nulla adesso. Sono cose che non si dicono” esclamò Natascia.
Ma, quella sera, benché emozionata, spaventata, gli occhi spalancati, Natascia stette a lungo nel letto della mamma. E le raccontò di come lui l’avesse lodata, di come parlava, che voleva andare all’estero e che le aveva domandato dove avrebbero passata l’estate e che aveva fatto domande su Boris.
“Ma questo, questo… non mi è mai capitato” diceva “solo che ho paura, ho sempre paura, cosa significa? Significa che è una cosa seria, vero? mamma, dormite?”
“No, anima mia, anch’io ho paura” rispose la madre “vai.”
“Tanto non riuscirò a dormire. Che cosa stupida dormire! Mammina, mammina, questa cosa non mi è mai capitata!” Diceva emozionata e spaventata dal sentimento che percepiva. “Non l’avrei mai pensato!”
A Natascia sembrava di essersi innamorata del principe già la prima volta che l’ebbe incontrato a Otrad. Era la stessa strana, sconosciuta felicità che la spaventava, la stessa che aveva quella volta provata (ci credeva fermamente) la stessa che incontrava adesso e le sembrava avesse fatto innamorare il principe di lei. “E doveva essere inevitabile venire a San Pietroburgo; e prescritto che si dovessero incontrare a quel ballo. Tutto questo era destino. Chiaro che fosse destino e a cosa avrebbe condotto tutto questo. Già allora, quando solo lo vidi, sentii qualcosa di nuovo.”
“Cosa ti ha detto? Che poesie ti ha scritto? Leggi…” pensierosa domandò delle poesie che il principe
Andrea aveva scritto nell’album di Natascia.
“Mamma, non è vergognoso quel che ci ha scritto?”
“ Sicuro, Natascia. Dio perdoni. Les mariages se font dans les cieux. »
«Mammina, tesoro, come vi amo, com’è bello!” esclamò Natascia, abbracciando la madre, con le lacrime agli occhi per la felicità.
Nello stesso tempo il Principe Andrea si trovava con Pierre e gli parlava del suo amore per Natascia e della sua ferma intenzione di sposarla.
Quel giorno c’era ricevimento presso la contessa Elena Vasilievna, c’erano diplomatici francesi, c’era il principe, in quel periodo frequentatore assiduo della contessa e numerose brillanti signore e signori. Pierre aveva attraversato la sala a testa bassa, meravigliando tutti gli ospiti per la sua cupa, assorta espressione. In coincidenza con il ballo Pierre soffriva dei sintomi di un attacco d’ipocondria e lottava disperatamente con forza per non soccombere. Col tempo la relazione di sua moglie col principe l’aveva d’un tratto ridotto al rango di cameriere e lui se ne vergognava di fronte all’alta società; sempre più spesso gli passava per la mente il triste pensiero dell’inutilità della sua tolleranza. Nello stesso tempo la sua mente rifletteva sul suo ruolo di protettore di Natascia e del suo amico principe Andrea e sulla dissonanza fra la sua posizione e quella del suo amico. Questi pensieri non facevano che aumentare la tristezza del suo umore. Si sforzava di liberarsi del pensiero di sua moglie, di Natascia e del principe Andrea. Di nuovo tutto gli sembrava miserando in confronto all’eternità, di nuovo gli si presentava la domanda: a che pro? Giorno e notte si torturava lavorando sulla massoneria, sperando di sfuggire agli spiriti maligni. Alle due, Pierre, uscìto dall’anticamera della contessa, era appena andato a sedersi, indossata una banale vestaglia, a un tavolo nella sua piccola camera piena di fumo, e aveva cominciato a ricopiare vecchi atti originali scozzesi, quando sentì che qualcuno stava entrando. Era il principe Andrea.
“Ah, siete voi” disse con fare distratto e poco accogliente “stavo lavorando” poi indicò il quaderno con l’espressione delle persone infelici che ti fanno capire come vedono il loro lavoro.
Il principe Andrea, con l’entusiasmo per la nuova vita raggiante sul viso, ignorando lo stato d’animo dell’amico, gli stava sorridendo, egoisticamente felice.
“Allora, anima mia, sono venuto a dirti quello che avrei voluto dirti ieri. Non mi è mai capitato nulla di simile. Sono innamorato, amico mio”. Pierre, sospirando tristemente, di botto sprofondò il suo corpaccione nel divano accanto al principe Andrea.
“Di Natascia Rostov, vero?”
“Eh sì, di chi, altrimenti? Non avrei mai creduto che un sentimento così forte mi possedesse. Ieri mi tormentavo, soffrivo, ma non credevo che un simile tormento esistesse al mondo. Non l’ho mai provato, prima. Adesso lo vivo, ma non posso vivere senza di lei. Ma è possibile che lei mi ami?…Io sono più vecchio di lei…Non dici nulla?…”
“Io? Io? Cosa devo dirvi” sbottò Pierre alzandosi e cominciando a camminare nella stanza.
“Ieri lo pensai…Quella ragazza è talmente un tesoro, talmente…Quella è una rara persona…Non tergiversate, sposatela, sposatela, sposatela…Sono sicuro che non ci potrà essere persona più felice di voi.”
“Ma lei?”
“Lei vi ama.
”Non dire sciocchezze” sorrise il principe guardando negli occhi Pierre.
“Ama, lo so” affermò stizzito Pierre.
“Ascolta” gl’ingiunse Andrea afferrandogli la mano”tu la mia posizione la conosci? Devo dire tutto.”
“Suvvia, parlate, io sono molto contento” il viso di Pierre si schiarì ed egli si pose benevolmente in ascolto. Il principe Andrea sembrava ed era completamente un’altra, nuova, persona. La sua ansia, il suo disprezzo per la vita, la sua delusione erano spariti. Pierre era l’unica persona con la quale era disposto a confidarsi; ora voleva esporgli tutto ciò che gli stava sul cuore. Con chiarezza e coraggio gli svelò i suoi piani a lungo termine, gli spiegò che non intendeva sacrificare la sua felicità ai capricci del padre, che era deciso ad ignorare il suo parere su quel matrimonio, che lui amava con o senza il consenso di suo padre, che si meravigliava di quello strano, a lui non congeniale sentimento che lo possedeva.
“Non avrei mai creduto a chi mi avesse detto che si possa amare in questo modo” mormorò il principe Andrea. “è un sentimento che non ho mai provato prima. Per me tutto il mondo si divide in due metà: una, tutta felicità, speranza, luce; l’altra, dove lei non c’è, triste e scura.”
“Malinconica e buia” ripeté Pierre “sì, sì, lo capisco.”
“Non posso non amare la società e non me ne rammarico. Sono molto felice. Tu mi capisci vero? Lo so che sei contento per me.”
“Sì, sì” confermò Pierre, guardando commosso il suo amico. Tanto splendente gli sembrava essere il destino del suo amico, quanto triste gli appariva il proprio avvenire.

XXIII

Per il matrimonio occorreva il consenso del padre e quindi il giorno dopo il principe Andrea si recò da suo padre.
Il padre accolse con affettata calma, ma interna contrarietà, la comunicazione del figlio. Non poteva capire che qualcuno volesse cambiare vita, introdurre qualcosa di nuovo, quando questa vita fosse avviata alla fine. “Devo solo vivere fin che posso, poi faranno quel che vorranno” si disse il vecchio. Col figlio usò tuttavia tutta la diplomazia possibile in una simile circostanza. Passò ad esaminare la questione con tranquillità:
“Primo: la sposa non aveva una brillante parentela, non era ricca e non era conosciuta. Secondo: il principe Andrea non era più molto giovane ed aveva una salute mediocre ( il vecchio padre diede particolare peso a quest’ultimo argomento) la sposa era giovanissima. Terzo: c’era il figlio che verrebbe affidato a una ragazzina. Per terminare il vecchio padre consigliò al figlio, guardandolo con aria beffarda, di posporre l’affare di un anno, andare all’estero, curarsi, esplorare, divertirsi, passare dal cugino Nicola “e dopo, se amerai ancora, caparbiamente, come dici, così fortemente, allora sposati. E questo dopo la mia parola, capisci, dopo…” Chiuse il vecchio principe il suo discorso con un tono che non ammetteva obiezioni.
Il principe Andrea chiaramente intese che il vecchio padre sperava che il suo sentimento o quello della fidanzata non avrebbe retto al trascorrere di un anno o che lui, il vecchio principe, sarebbe morto in quel periodo, e decise di rispettare la volontà del padre: presentare la proposta e rinviare il matrimonio di un anno.
Trascorse tre settimane dall’ultima sera passata dai Rostov, il principe Andrea tornò a San Pietroburgo.
Dal giorno seguente alla sua discussione con la madre, Natascia ogni giorno aspettò Bolkonski, ma lui non si fece vedere. Anche Pierre non comparve né il secondo né il terzo giorno e Natascia, che non sapeva che il principe Andrea era andato dal padre, non riusciva a spiegarsene la ragione.
Passarono così tre settimane. Natascia non si dava pace, non usciva di casa e come un ombra, vagava inoperosa da una camera all’altra; di sera di nascosto da tutti piangeva e non andava più a confidarsi con la mamma. Arrossiva e s’irritava continuamente. Le sembrava che tutti conoscessero la sua pena e la compatissero. Anche l’offesa alla sua vanità contribuiva ad aumentare la sua infelicità.
La volta che andò dalla madre per parlare scoppiò improvvisamente a piangere. Le sue lacrime erano quelle del bambino offeso che non sa per quale ragione viene punito.
La contessa cercò di calmare la figliola. Natascia ascoltò dapprima singhiozzando le parole della madre, poi improvvisamente la interruppe:
“Basta mamma, per favore, io non penso e non voglio pensare! Se n’è andato, così, ed è finita, è finita…»
La voce le tremava, ma non piangeva più; continuò con calma:
“Io assolutamente non voglio maritarmi. Lui mi fa paura; io adesso mi sono completamente calmata…”
Il giorno dopo quella discussione Natascia indossò un vecchio vestito, tralasciato nei mattini felici, e riprese le abitudini, interrotte dal ballo. Preso il tè, andò nella sala, di cui amava la particolare acustica e ricominciò a solfeggiare. Terminato il primo esercizio, in mezzo alla sala ripeté alcune strofe che le piacevano. Sceglieva con piacere, come se le venissero in mente d’un tratto, le melodie che riempivano i vuoti della sala e poi lentamente si spegnevano.
“Così è meglio, che stare molto a pensarci” si disse andando in avanti e indietro nella sala, a passi lenti sul sonoro parchetto, ad ogni passo battendolo col tacco (calzava scarpette nuove) allegramente adeguando la cadenza al ritmo delle canzoni. Passando davanti allo specchio si dava un occhiata: “Eccola, sono io!” pareva le dicesse la sua espressione. “Allora va bene, e non ho bisogno di nessuno.”
Un servitore avrebbe voluto entrare per mettere ordine, ma Natascia non glielo permise, chiuse la porta e continuò il suo balletto. Natascia, quella mattina ritrovò il suo carattere allegro e la sua autostima.
“Guardate che meraviglia quella Natascia!” ripeté rivolgendosi al genere maschile – Buona, bella voce, giovane, non si confonde con nessuno, lasciatemi solo in pace.” Ma non solo non fu lasciata in pace, non riuscì a tranquillizzarsi e se ne rese subito conto.
Dal portone aperto qualcuno domandò: “É in casa?” e si sentirono passi. Natascia si volse verso lo specchio, ma non riuscì a vedersi. Ascoltava i passi. Messa a fuoco la sua immagine, vide nello specchio che era impallidita. Era lui. Ne era sicura, benché avesse udito solo il suono della sua voce dal portone. Corse in sala dalla mamma.
“Mamma, Bolkonski è arrivato!” esclamò “è terribile, è insopportabile! Io non voglio sposarmi! Cosa mi succederà?”
Il principe Andrea era entrato in sala prima che la contessa fosse riuscita a rispondere alla figlia. Il principe aveva un atteggiamento fermo e serio, che si schiarì subito vedendo Natascia. Baciò la mano della contessa e di Natascia e si sedette sul divano…
“Da un po’ di tempo non abbiamo avuto il piacere…”cominciò la contessa, ma il principe Andrea la interruppe anticipando la sua domanda, evidentemente ansioso di dire quel che aveva da dire.
“In questo tempo non sono venuto da voi perché sono andato da mio padre: dovevo trattare con lui un argomento molto importante. Sono tornato solo la notte scorsa” disse guardando Natascia “ed ora devo discutere con voi, contessa.” Precisò dopo una breve pausa.
La contessa trattenne a fatica il fiato e abbassò lo sguardo.
“Sono a vostra disposizione.”
Natascia sapeva che avrebbe dovuto uscire, ma non si poteva decidere: con un groppo in gola, rivolse ad occhi spalancati, direttamente, uno sguardo sgarbato al principe.
“Adesso? Così in fretta!…no, non può essere!” pensò.
Egli la guardò di nuovo e quello sguardo la convinse che non si sbagliava. Sì, in quel preciso momento si compié il suo destino.
“Lasciaci soli, Natascia, ti prego.”
Natascia uscendo rivolse alla madre ed al principe uno sguardo supplichevole.
“Sono venuto, contessa, a chiedervi la mano di vostra figlia.”
La contessa, emozionata, per un momento tacque.
“La vostra proposta…” cominciò con gravità,
la contessa.
Il principe Andrea la guardava in silenzio – “la vostra proposta…” la contessa era imbarazzata – “ci onora e…l’accolgo con piacere. Mio marito…sono convinta… che non avrà nulla in contrario…”
“Allora glielo dirò quando avrò avuto la vostra approvazione…la vostra me la concedete?”
*Sì” disse la contessa, gli tese la mano e con le labbra gli sfiorò la fronte mentre il principe s’inchinava. Freddezza e tenerezza si disputavano i suoi sentimenti; avrebbe desiderato amarlo come un figlio, ma lo sentiva estraneo e temibile.
“Sono convinta che mio marito sarà d’accordo” disse la contessa “ma vostro padre…”
“Mio padre, al quale ho spiegato la mia intenzione, fa dipendere la sua approvazione del matrimonio da un anno di attesa. Questo volevo comunicarvi.”
“Va bene, Natascia è così giovane, però quanto tempo!”
“Non si potrà fare altrimenti” sospirò il principe.
“La vado a chiamare” la contessa uscì dalla sala.
“Buon Dio, sii clemente con noi” ripeteva, cercando la figliola. Sonia le disse che Natascia era in camera da letto.
Natascia sedeva sul suo letto, pallida, gli occhi asciutti, guardava le sacre icone e bisbigliava segnandosi.
Vista la mamma si alzò e le andò impetuosamente incontro.
“Mamma, com’è? che succede?”
“Vai, vai da lui. Chiede la tua mano” disse la contessa, freddamente come sembrò a Natascia…”Vai, vai”
ripeté sospirando la contessa, e si mosse, con aria triste e di disapprovazione, per raggiungere Natascia.
Natascia, distratta, vedendo il principe, si fermò sulla porta della sala. “Questa persona estranea è venuta adesso solo per me?” si domandò e in un attimo rispose:
“Sì, solamente, cerca solo il modo di spiegarsi con me”. Il principe Andrea le andò incontro, abbassando gli occhi.
“Mi sono innamorato di voi la prima volta che v’incontrai. Posso sperare?”
La guardò e l’espressione seria e appassionata della ragazza lo stupì. Il viso di Natascia diceva:
“Perché domandare? Perché dubitare di ciò che non è possibile sapere? Perché parlare quando nessun discorso può esprimere quello che si sente?”
Si fermò davanti a lui. Il principe Andrea le prese la mano e la baciò.
“Mi volete bene?”
“Sì, sì” dichiarò Natascia leggermente stizzita, col respiro affannato e scoppiò a piangere.
“Che c’è? Cos’avete?”
“Ah, sono così felice” sorridendo fra le lacrime Natascia gli si accostò e dopo aver riflettuto un secondo, come se ne avesse dovuto chiedere il permesso a se stessa, gli diede un bacio.
Il principe Andrea le afferrò la mano, la guardò negli occhi; non trovava più nell’animo l’amore di prima per lei. Era avvenuto un cambiamento: non c’era più quel poetico, misterioso, delizioso desiderio, ma compassione per la debolezza femminile e infantile di quella fanciulla, lo sgomento di fronte alla sua dedizione e senso del dovere, la pena insieme alla gioia d’essere legato con lei per tutta la vita. Il suo sentimento adesso, benché non fosse così sereno e poetico, era più serio e più forte.
“Ve lo ha detto maman che non si può fare prima di un anno?” spiegò il principe guardandola negli occhi.
“No” rispose Natascia, ma non aveva capito il senso della domanda.
“Scusatemi, voi siete così giovane e io ho già vissuto tanto. Temo per voi. Voi ancora non conoscete voi stessa.”
“Natascia ascoltava attenta, sforzandosi di capire il significato delle sue parole, e non capiva.
“Potete immaginare quanta pena mi darà quest’anno che mi separa dalla mia felicità.” continuò il principe: “Vi prego di fare, fra un anno, la mia felicità. Ma voi siete libera: il nostro fidanzamento rimarrà un segreto e se voi sarete convinta di non amarmi o mi amerete…” qui ebbe un sorriso sforzato.
“Perché dite queste cose?” lo interruppe Natascia “voi sapete che mi sono innamorata di voi il giorno stesso che v’incontrai la prima volta a Otrad” fermamente convinta di dire la verità.
“C’è un anno di tempo per convincervi.”
“Un anno intero!” esclamò improvvisamente Natascia, che solo in quel momento aveva capito che il matrimonio sarebbe stato ritardato di un anno “perché un anno? Per quale ragione un anno?…Il principe cominciò a spiegargliene le ragioni. Natascia non lo ascoltava.
“E non si può fare altrimenti? domandò. Il principe Andrea rispose con l’espressione del viso che non era possibile cambiare quella decisione.
“Ma è terribile. No, questo è terribile, terribile” gridò Natascia scoppiando di nuovo a piangere. “Morirò in quell’anno, non è possibile, è terribile.” Alzò lo sguardo e vide sul viso del fidanzato compassione e imbarazzo.
“No, ma no, ce la farò!” Natascia si asciugò le lacrime “sono così felice!”
Padre e madre entrarono nella sala per complimentarsi con i fidanzati.
Da quel giorno il principe Andrea frequentò i Rostov da fidanzato.
XXIV

A richiesta del principe Andrea non ci fu fidanzamento e nemmeno annuncio del suo fidanzamento con Natascia. Egli spiegò che, poiché ne era lui la causa, il peso del rinvio doveva essere da lui interamente sopportato. Disse che la sua parola era valida per tutta la vita, ma che non voleva tenervi legata Natascia e intendeva concederle completa libertà. Se dopo un certo tempo si fosse resa conto di non amarlo, sarebbe stato suo diritto sciogliersi dalla promessa. Né Natascia, né i suoi genitori, approvavano quei discorsi, ma il principe Andrea aveva insistito. Il principe Andrea frequentava ogni giorno casa Rostov, ma non si comportava da fidanzato con Natascia: le dava del voi e si limitava a baciarle la mano. Fra il principe Andrea e Natascia, dopo la proposta di matrimonio, si era stabilito un rapporto intimo, riservato, completamente diverso da prima,. Come se fino ad allora fossero stati estranei l’uno all’altra. Amavano parlare di quando si consideravano amici e null’altro; adesso si sentivano esseri completamente diversi: liberi da ogni ambiguità, ragionevoli, sinceri. In famiglia all’inizio si sentivano imbarazzati nei rapporti con il principe Andrea; lui sembrava una persona d’un altro mondo; Natascia cercava di abituare i famigliari alla sua presenza, con orgoglio assicurava tutti, che egli effettivamente sembrava particolare, ma che era come tutti, e che lei non lo temeva e nessuno doveva temerlo. In capo a qualche giorno la famiglia si abituò, la vita tranquillamente riprese il suo corso e il principe vi prese parte. Parlava con il conte d’economia, d’abbigliamento con la contessa e con Natascia, di romanzi e trame con Sonia. Qualche volta in famiglia i Rostov, in merito al principe Andrea, si discorreva di come fosse nata la relazione con Natascia e del suo sviluppo. La visita del principe Andrea a Otrad, il suo arrivo a San Pietroburgo, l’affinità fra Natascia e il principe, che la tata aveva notato la prima volta che l’aveva visto, il conflitto del 1805 fra Andrea e Nicola e molti altri particolari di ciò che stava accadendo, erano argomenti delle conversazioni famigliari.
In casa regnava la poetica monotonia e la taciturnità che accompagnavano la presenza dei fidanzati. Capitava spesso che tutti, seduti uno accanto all’altro, stessero in silenzio. Talvolta si alzavano per andare altrove, lasciando soli i fidanzati, taciturni. Costoro di rado parlavano della loro vita futura.. Il principe Andrea non amava parlarne. Natascia condivideva il sentimento del fidanzato, che intuiva.
Una volta Natascia cominciò a parlare del figlioletto. Il principe arrossì, come attualmente spesso gli accadeva e disse che suo figlio non sarebbe vissuto con loro.
“Perché?” domandò intimorita Natascia.
“Non voglio allontanarlo dal nonno e poi…”
“Come lo amerei!” esclamò Natascia, che aveva prontamente intuito il suo pensiero, “ma io so che non volete possa essere motivo di contrasti fra noi due.”
Il vecchio conte qualche volta avvicinava il principe Andrea, lo baciava, gli chiedeva consigli in merito alla formazione di Peti od al servizio di Nicola. La vecchia contessa sospirava guardandoli. Sonia costantemente temeva di essere di troppo e si sforzava di trovare, , pretesti per lasciarli soli, appena possibile. Quando il principe parlava (sapeva raccontare molto piacevolmente) Natascia lo ascoltava orgogliosa; quando parlava lei, un po’ timida, un po’ ardita, si accorgeva che lui la guardava attento e curioso. Natascia, perplessa, si domandava: “Cosa cerca in me? Perché mi scruta? Perché non capisco cosa cerca con quello sguardo?”
Qualche volta ritrovava la spensieratezza del suo carattere e allora amava ascoltare e veder ridere il principe Andrea. Rideva di rado il principe, ma però quando rideva lo faceva con tutto se stesso; dopo una di quelle risate Natascia lo sentiva più vicino. Natascia sarebbe stata completamente felice se il pensiero dell’imminente separazione non l’avesse preoccupata.
Il giorno prima della sua partenza da San Pietroburgo il principe Andrea condusse con sè Pierre, che dal giorno dal tempo del ballo non era più stato in casa dei Rostov. Pierre aveva l’aria disorientata e imbarazzata. Conversò con la madre. Natascia, seduta con Sonia al tavolino degli scacchi, vi invitò il principe Andrea, che si avvicinò
“Besuxov lo conoscete da tempo” domandò “vi piace?”
*Sì, è buono ma anche molto buffo” e lei, come sempre quando si parlava di Pierre, cominciò a raccontare storie della sua proverbiale distrazione, storie spesso inventate.
“Sapete, gli ho confidato il nostro segreto” disse il principe “lo conosco dall’infanzia. È un cuor d’oro. Vi prego, Natalia” continuò con tono serio “ io parto. Dio solo sa cosa può accadere. Voi potete cambiare idea. So che non dovrei parlare di questo. Solamente, quel che può accadere a voi, non accadrà mai a me…”
“Cosa può succedere?”
«Tante cose” continuò il principe Andrea “vi raccomando, mademoiselle Sophie, per quanto possa accadere, di rivolgervi a lui per consigli e aiuto. È una persona distratta e timida, ma dal cuore d’oro.
Né padre, né madre, e nemmeno Sonia potevano prevedere che effetti avrebbe avuto per Natascia la separazione dal fidanzato. Congestionata dall’emozione, gli occhi umidi, vagava in casa, occupandosi di cose insignificanti, come se non si rendesse conto di ciò che l’aspettava. Non pianse quando lui ripetutamente, scusandosi, le baciò la mano. “Non andate via” lo implorava con una voce che lo faceva pensare se non dovesse rimanere, pensiero che lo angustiò lungamente in seguito. Anche quando egli partì non pianse Natascia, ma ci furono giorni in cui stette nella sua camera, seduta, senza piangere e senza fare niente, dicendo ogni tanto “Ah, perché è andato via?”
Ma dopo due settimane, inaspettatamente per il suo ambiente, uscì dall’apatia, ritornò quella di prima, unicamente le tracce sul viso, simili a quelle che rivelano i bambini appena alzati dal letto dopo una malattia, mostravano il tormento subìto.

XXV

La salute e l’umore del principe Nicola Andreevic Bolkonski peggiorarono sensibilmente dopo la partenza del figlio. Era più eccitabile di prima e i suoi incontrollati scoppi d’ira si sfogavano nella maggior parte dei casi sulla principessa Maria. Sembrava che tormentarla feroSemente lo sollevasse da tutti i suoi mali. La principessa Maria aveva due passioni e quindi due gioie: il nipotino Nicola e la religione e ambedue erano i temi preferiti delle polemiche e delle canzonature del principe. Se ne parlavano, il principe portava il discorso sulle superstizioni delle vecchie ragazze o sulle birichinate e i dispetti dei bambini . “Tu vorresti che Nicola agisse come una vecchia ragazza, quale tu sei; al contrario, al principe Andrea occorre un figlio non una ragazza” diceva1Oppure, rivolgendosi a mademoiselle Bourienne, le domandava, in presenza della principessa Maria, se le piacesse il nostro nuovo pope e la prendeva in giro…
Incessantemente offendeva la principessa Maria, che comunque non aveva bisogno di sforzarsi per perdonarlo. Era possibile che si pentisse di essere ingiusto con lei? Lui che l’amava (lei lo sapeva). E cos’era giusto? Alla principessa Maria non veniva mai in mente quella sublime parola: giustizia. Tutte le complesse leggi dell’umanità erano per lei riassunte in una semplice e chiara legge: l’amore per l’abnegazione, insegnatoci soffrendo per l’umanità da Lui stesso: Dio.
Che significato avevano per lei la giustizia e l’ingiustizia delle altre persone? Lei doveva soffrire e amare, e questo lei faceva.
In inverno tornò a Lisi Gori il principe Andrea; di buon umore, gentile e tenero come la principessa Maria non si ricordava di averlo conosciuto in passato. Intuiva, la principessa, che qualcosa di nuovo gli era accaduto, ma il fratello non le parlò della sua relazione.
Prima di andarsene il principe Andrea ebbe una lunga conversazione su quel tema con il padre e la principessa Maria notò che, accomiatandosi, avevano ambedue un atteggiamento scontento.
Poco tempo dopo la partenza del principe Andrea, la principessa Maria scrisse da Lisi Gori alla sua amica Julia Karaghin di Pietroburgo una lettera, nella quale fantasticava, come fantasticano le ragazze, di farle sposare suo fratello e con la quale nello stesso tempo le esprimeva condoglianze per la morte del fratello, ucciso a Turzi.

“Sventure, mia cara, gentile e dolce amica Julie, evidentemente ci stanno colpendo.
La Vostra perdita è così grave che non posso concepirla che come una prova imposta a Voi ed alla Vostra esimia madre, amandovi, da Dio misericordioso.
Ahinoi, amica mia, la religione, e una sola religione, non dico che possa consolarci, ma salvarci dalla disperazione; solo la religione può spiegarci ciò che senza il suo aiuto l’essere umano non può capire: per quale ragione creature buone, altolocate, che hanno fortuna nella vita, non solo avversano, ma danneggiano la felicità di altri, – appellandosi a Dio, continuando a essere malvagi, inutilmente cattivi, oppure perché esistono quelli che sono di peso per se stessi e per gli altri. La prima morte, alla quale io ho assistito e che mai potrò dimenticare – la morte della mia povera cognata, mi ha in questo senso profondamente ferita. Esattamente così come voi chiedete al destino la ragione della morte del Vostro insostituibile fratello, io mi domando perché sia morta Lisa, il nostro angelo – una persona non solo incapace di compiere, ma nemmeno di pensare, qualsiasi azione non buona. Perché, amica mia? Ecco cosa accadde cinque anni or sono e io, con la mia debole mente, comincio a capire chiaramente perché abbia dovuto morire e l’immagine di quella morte fosse l’espressione dell’infinita bontà del Creatore, le cui azioni, che noi per la maggior parte non comprendiamo, sono solo l’essenza del suo infinito amore per la sua creazione. Può darsi, ho spesso pensato, che la sua natura angelica non le concedesse la forza di superare le difficoltà materiali. Era una perfetta giovane sposa, può darsi non le sia stato possibile diventare un’altrettanto irreprensibile madre. Adesso, non solo ci ha lasciati, in particolare il principe Andrea, nel rammarico e nel dolore,
ma ha ricevuto il posto che io non ho avuto nemmeno il coraggio di desiderare per me stessa. Ma, per non parlare sempre solo di lei, quella precoce e strana morte, malgrado l’infinita tristezza, ha avuto una benefica influenza su di me e su mio fratello,. Allora, al tempo della disgrazia, non ebbi quei pensieri; allora li scacciai inorridendo, ma adesso vedo chiaro e non ho dubbi. Vi scrivo questo, amica mia, per convincervi della verità evangelica che per me si svela inequivocabilmente: non c’è foglia che Dio non voglia.
La sua volontà è iospirata unicamente dal suo infinito amore per noi e tutto quel che ci accade è per il nostro bene. Voi vorreste sapere se passeremo il prossimo inverno a Mosca? A parte il desiderio di rivedervi, non penso e non credo che verremo a Mosca. Vi stupirete, il motivo è Buonaparte. Ed eccone la spiegazione: la salute di nostro padre sta peggiorando visibilmente, non sopporta contraddizioni ed è molto irritabile. Questa irritabilità, come sapete, è originata dalla situazione politica. Egli non riesce a sopportare il pensiero di Buonaparte che conduce i fatti come se fosse pari a tutti i sovrani d’’Europa e in particolare ai nipoti della nostra grande Caterina. Come sapete la politica mi lascia completamente indifferente, però le parole di mio padre e i suoi discorsi con Michele Ivanovic mi tengono informata di tutto quanto succede nel mondo e in particolare di Buonaparte, al quale Lisi Gorax non riconosce né grandezza personale e tanto meno la qualità d’imperatore dei francesi. Mio padre su questo non tollera contraddizioni. A me sembra che mio padre, prevalentemente a causa della sua visione della realtà e prevedendo scontri che i suoi modi gli potrebbero procurare, parli malvolentieri di un viaggio a Mosca. Tutto quando guadagnerebbe in salute, andrebbe perso nelle inevitabili discussioni su Buonaparte. In ogni caso verrà deciso a breve. La nostra vita familiare si svolge secondo le vecchie abitudini, con l’eccezione dell’assenza di mio fratello Andrea. Come già vi scrissi, egli in questi ultimi tempi è moto cambiato. Dopo il suo lutto solo ora, nel corso dell’anno corrente, è come fosse rinato: è tornato ad essere il bambino che conobbi: buono, tenero, cuor d’oro, come nessun altro. Sembra essersi convinto che la vita non sia già finita. Ma, contemporaneamente a questo risveglio morale la sua salute fisica è molto indebolita; è molto più magro di prima e nervoso. Mi preoccupa e sono contenta che abbia intrapreso quel viaggio all’estero che gli aveva da tempo consigliato il medico. Spero si ristabilisca. Voi mi scrivete che a San Pietroburgo si parla di lui come di una delle più attive, colte e intelligenti giovani persone. Perdonate l’orgoglio della stretta parente: io non ho mai dubitato di questo. Non c’è bisogno di nominare il bene che ha fatto a tutti, cominciando dai suoi contadini fino ai nobili. Arrivando a San Pietroburgo ha ottenuto solamente quel che gli spettava. Mi meravigliano indiscrezioni giunte fino a Mosca da San Pietroburgo e soprattutto la voce, falsa, come quella di cui mi scrivete, del matrimonio di mio fratello con la piccola Rostov. Io non penso che mio fratello sposerebbe quella ragazza, se dovesse decidere di risposarsi. Eccone le ragioni: per primo io so che, benché egli parli raramente della moglie defunta, l’impronta di quella disgrazia è troppo profonda nel suo cuore per farlo decidere a dare una matrigna al nostro piccolo angelo. Secondo, perché per il poco ch’io sappia, quella ragazza non appartiene alla categoria di donne che piacciono a mio fratello Andrea. Non penso che la prenderà in moglie e francamente dico che spero non lo faccia.
Così ho riempito il mio secondo foglio. Scusate, amica mia, Vi conservi il buon Dio sotto la sua protezione. Vi saluta la mia amica mademoiselle Bourrienne.
Mari

XXVI

Verso la metà dell’anno la principessa Maria ricevette dalla Svizzera, inaspettatamente, una lettera del fratello con la quale egli le dava strane, sorprendenti notizie. Il pincipe Andrea annunciava il suo fidanzamento con la Rostova. La lettera era colma di fervido amore per la sua promessa sposa e di tenera fiducia nella sorella. Scriveva il principe che non aveva mai amato così e che adesso conosceva e capiva la vita. Chiedeva alla sorella di scusarlo per non averle confidato la sua decisione durante la sua visita a Lisi Gorax, benché ne avesse parlato con il padre. Non gliene aveva parlato perché lei avrebbe chiesto al babbo di dare il suo consenso e se non avesse avuto successo, irritandolo, tutto il dispiacere e il malcontento sarebbe ricaduto su di lei. Anche se, scriveva, allora il progetto non era meno definitivamente deciso di adesso. “A suo tempo il babbo mi prescrisse una proroga di un anno ed ecco che sono già passati sei mesi, ossia la metà del periodo dall’inizio e io sono più di sempre fermo nella mia decisione. Se i dottori non mi trattenessero qui alle acque, sarei in Russia, ma il mio ritorno è differito di tre mesi. Tu conosci la mia relazione con il babbo. Non ho bisogno di nulla, da lui. Sono e sempre sarò indipendente, ma agire contro la sua volontà, suscitare la sua ira, quando, forse non resterà a lungo ancora con noi, e rovinare, irritandolo, metà della mia felicità. Gli scrivo adesso una lettera che ti prego di consegnargli in un momento opportuno, e informarmi della sua opinione su tutto quanto e se acconsenta a ridurre di tre mesi la proroga. Dopo non poche esitazioni, riflessioni e preghiere, la principessa Maria consegnò la lettera al padre. Il giorno dopo il vecchio padre le disse, tranquillamente:

“Scrivi al fratello di pazientare fin che sarò morto, non andrà a lungo, lo libero presto…”
La principessa Maria avrebbe voluto obiettare, ma il padre non la lasciò parlare e cominciò ad alzare la voce:
«Sposati, sposati, colombella…la parentela è buona!…Gente intelligente, eh? Ricca? Sì. Nicoluccio avrà una buona matrigna. Scrivigli di prender moglie anche domani. Sarà la matrigna di Nicoluccio, quella, e io sposo la Bourienka!…Ah, ah, ah e così lui non sarà senza matrigna. Una cosa è però sicura, nella mia casa non mi occorre un’altra femmina, pigli una moglie che vive per conto suo.
Forse che traslochi da lui? disse rivolgendosi alla figlia “per Dio, sto gelando, che freddo!..”
Dopo quello sfogo il principe non parlò più, nemmeno una volta, della questione. Ma la sua stizza per la pusillanimità del figlio si manifestò nei suoi rapporti con la figlia. Alle canzonature abituali si aggiunsero come novità i discorsi sulle matrigne e le millanterie su m.lle Bourrienne.
“Perché non la sposo? Sarebbe una grande principessa!” Dopo di che, la principessa Maria, sorpresa e meravigliata, era costretta riflettere se il padre si stesse effettivamente avvicinando alla francesina. La principessa Maria descrisse al fratello l’accoglienza fatta dal padre alla lettera; ma lo consolò promettendogli di intercedere.
Il piccolo Nicola e la sua educazione, André e la religione erano le consolazioni e le gioie della principessa Maria; ma, tuttavia, così come ogni persona coltiva propri sogni e speranze, la principessa Maria nascondeva nel profondo della sua anima un sogno e una speranza che costituivano la consolazione della sua vita. La consolavano, nutrivano il suo sogno, i figli di Dio, poveracci pellegrini, che la frequentavano di nascosto dal padre. Col tempo la principessa Maria vede sempre più chiaramente che, qui sulla terra, la gente cerca piacere e felicità; si lavora, si soffre, si lotta, ci si fa del male l’uno all’altro per ottenere quell’impossibile, illusoria e impura felicità.
“Il principe Andrea amava la moglie, lei morì, ciò malgrado lui vuole trovare la felicità con un’altra donna. Papà non vuole perché vorrebbe per suo figlio una consorte più nobile e più ricca. E tutti lottano, soffrono, tormentano la loro anima, la loro anima eterna, per ottenere beni materiali che durano un attimo. Non solo, noi stessi lo sappiamo, Cristo, figlio di Dio, è sceso sulla terra per dirci che questa vita è effimera, di sofferenza, tuttavia sopportiamo tutto pensando di ottenere la felicità. Come mai nessuno se ne rende conto?” Pensava la principessa Maria. “Nessuno, eccetto quei poveracci di figli di Dio, che vengono da me, con la bisaccia in spalla, passando dalla porta posteriore del giardino per paura di capitare sotto gli occhi del principe non per paura di essere svillaneggiati, ma per non indurlo a peccare. Abbandonata la famiglia, il luogo d’origine, privi di beni materiali per evitare legami, vagano, vestiti di stracci, sulle terre altrui, da un posto all’altro, senza far male a nessuno, pregando per quelli che li scacciano e per quelli che li proteggono: “sopra la verità di quella vita non c’è vera vita!”
Una delle pellegrine, Fedosuscka, una donnetta cinquantenne, piccola, umile, tutta grinze, vagava già da più di trentanni scalza, portando un cilicio. Era particolarmente amata dalla principessa Maria. Qualche volta, quando nella tepida stanza, alla luce discreta di una lampada, la donnetta descriveva la sua vita, il pensiero attraversava improvviso la mente della principessa che la Fedosuscka fosse sulla giusta via e che anche lei avrebbe dovuto intraprenderla. Addormentatasi la pellegrina, la principessa lungamente rifletteva e infine decideva che, per quanto potesse apparire strano, avrebbe dovuto imitarla. Confidava la sua intenzione solamente al monaco-confessore, padre Ankifio, che l’approvava. Col pretesto di fare un regalo alla pellegrina, la principessa Maria si procurò l’abbigliamento dei pellegrini: caffettano, zoccoli, mantello e sciallo nero. Di frequente la principessa, passando davanti all’armadio segreto che lo conteneva, sostava, incerta se fosse giunto il momento di realizzare la sua intenzione. Altre volte, ascoltando i racconti della pellegrina, la eccitavano quei discorsi, freddi, meccanici, per lei pieni di profondi pensieri, fino al punto di sentirsi pronta a buttar via tutto e scappare di casa. Nella sua immaginazione si vedeva in compagnia della Fedoruscka, vestita con il grossolano camicione, camminare col bastoncino e la bisaccia su strade polverose, guidando i suoi passi sulla retta via, senza invidie, senz’amori terreni, senza desideri, lontano da impostori, e alla fine arrivare là dove non c’è tristezza, né merito, ma eterna gioia e beatitudine.
«Arrivata in un posto, pregherò; non farò a tempo ad ambientarmi, andrò oltre. E andrò fin dove reggeranno le gambe, mi sdraierò e morrò in qualche posto, per finalmente essere nel luogo eterno dove non c’è tristezza né merito.” Questo pensava la principessa Maria.
Ma poi, guardando il babbo e l’ancora piccolo nipotino Koko, s’indeboliva la sua vocazione, in segreto piangeva, e si sentiva in peccato perché amava il padre e il nipotino più di Dio.

PARTE QUARTA

I.

La leggenda biblica racconta che l’assenza del lavoro, l’ozio, era una degli elementi della felicità del primo uomo, alla sua caduta. Amore e ozio rimasero all’uomo impuro, ma la maledizione affligge tutti, non solo perché dobbiamo guadagnarci il proprio pane col sudore, ma perchè è nostra caratteristica non poter essere oziosi e tranquilli. Voci arcane dicono che l’ozio è una colpa e dovremmo sentirci colpevoli. Se l’uomo potesse trovarsi nella condizione, di fronte all’ozio, di sentire l’utilità di adempiere al suo dovere, egli avrebbe raggiunto lo stato di beatitudine primordiale. É di questa vincolante, impeccabile condizione che si serve lo stato: il ceto militare. Ed è in quest’ozio obbligatorio e perfetto che consiste e consisterà la principale attrattiva della carriera militare.
Nicola Rostov esperimentò completamente quella beatitudine, continuando, dopo il 1807, a servire nel reggimento di Pavlograd, nel quale comandava già lo squadrone al posto di Denisov.
Rostov aveva maniere semplici, bonarie, che i conoscenti moscoviti definivano in qualche modo di mauvais genre, ma lo facevano amare e stimare dai commilitoni, subordinati e superiori, e gli rendeva sopportabile la vita.
Tempo dopo, ossia nel 1809, spesso nelle lettere che riceveva da casa, la madre si lamentava del peggio-ramento della situazione e lo pregava di tornare a casa a sostenere e tranquillizzare i vecchi genitori. La lettura di quelle lettere ispirò a Nicola il timore di perdere, immischiandosi in quelle complicate faccende, la sua quiete. Si rendeva conto che, presto o tardi, sarebbe stato di nuovo coinvolto in quella vita intrecciata di errori e correzioni, di calcoli, litigi, intrighi, di relazioni nella società, l’amore di Sonia e le promesse a lei fatte. Tutto questo lo spaventava e lo confondeva: rispose alla madre con fredde lettere che cominciavano classicamente con “Ma chère maman” e terminavano con “votre obéissant fils”, e omettevano d’indicare quando intendesse ritornare. Nel 1810 ricevette una lettera dei famigliari con la quale veniva informato del fidanzamento di Natascia con Bolkonski e che il matrimonio sarebbe stato ritardato di un anno, perché mancava il consenso del vecchio genitore. Quelle notizie dispiacquero e offesero Nicola. Gli dispiaceva che Natascia, che amava più di tutti, lasciasse la famiglia; poi di non essere presente, perché avrebbe dimostrato a quel Bolkonski che dal proprio punto di vista di ussaro non dava molta importanza ai gradi di nobiltà; se Bolkonski veramente amasse Natascia non si assoggetterebbe alla stravagante volontà del padre. Non si decise subito a chiedere una licenza per andare a vedere Natascia promessa sposa; lì si stavano avvicinando le manovre, era sopraggiunto il parere di Sonia sul pasticcio; Nicola decise di rinviare ancora. Ma in primavera gli giunse una lettera della madre, inviatagli all’insaputa del padre, che lo convinse a partire. La contessa scriveva che se Nicola non avesse preso in mano gli affari, tutti i beni della famiglia sarebbero finiti all’asta e tutti sarebbero finiti sul lastrico. Il conte era così debole, che affidava tutto a Mitenka e così buono che si faceva ingannare da tutti, così le cose andavano di peggio in peggio.
“Per l’amor di Dio, ti supplico, vieni subito se non vuoi vedere me e tutta la tua famiglia in rovina.”

La lettera ebbe effetto su Nicola. Gli comunicò la pesante consapevolezza del dovere. Adesso che doveva partire, se non avesse ottenuto una licenza, avrebbe dovuto lasciare il servizio. Le ragioni del suo obbligato ritorno a casa non gli erano chiare, ma, dopo pranzo, riposato, fece sellare il grigio Mars, uno stallone nervoso, mai veramente domato, lo riportò alla stalla coperto di schiuma, poi avvisò Lavruscka (il lacché di Denisov rimasto con lui) andò verso sera ad informare gli amici che stava andando in licenza e rincasò.
Il suo vice Ann non trovava strano che Nicola andasse via, né che il Comando non lo avesse informato, a lui interessava la promozione a quartiermastro e partecipare alla prossima manovra; non parve strano, visto che partiva, che avesse venduto al conte polacco Golugoskov la troika di stalloni ricavandone duemila rubli, come aveva scommesso; così com’era comprensibile che avrebbe avuto luogo senza di lui il ballo dei lanceri; lui doveva partire da quel bel mondo chiaro e buono per andare in quello dove tutto era stupido e confuso. Mancava una settimana all’inizio della licenza. Gli ussari, non solo del suo reggimento, anche della brigata, organizzarono pranzi per Rostov, quotandosi fino a 50 rubli a testa per offrire leccornie; due musicanti suonarono, due cori cantarono canzonette. Rostov danzò la Trepaka con il maggiore Basov, ufficiali ubriachi lo lanciarono in aria, lo abbracciarono e malmenarono; soldati del terzo squadrone lo lanciarono in aria un’altra volta gridando urrà!
Poi Rostov salì sulla slitta e s’avviò a percorrere la prima tappa.
Fino a metà strada, come sempre succede, fra Kremenciuga e Kiev, i pensieri di Rostov furono dedicati allo squadrone; ma appena passata la metà cominciò a dimenticare la troika di stalloni, il suo quartiermastro e la signora Borsciosovski ed a riflettere su cosa lo aspettasse a Otrad. Quanto più s’avvicinava, tanto più intensamente (come se i suoi sentimenti obbedissero alla legge fisica dell’attrazione) pensava alla sua casa. All’ultima stazione di posta prima di Otrad diede tre rubli di mancia al postiglione e, come da ragazzo, corse verso l’ingresso di casa.
Dopo l’entusiasmo degli incontri e passato quello strano senso di scontentezza che ci coglie confrontando la realtà con quello che ti aspettavi ( e giustficasse tutta quella fretta) Nicolò cominciò a riambientarsi nel vecchio mondo famigliare. Padre e madre erano gli stessi, un pochino invecchiati. Di nuovo in loro c’era una certa aria di preoccupazione e di possibile discordanza che Nicola in passato non aveva mai notato e che derivava, come egli presto venne a sapere, dal cattivo stato delle cose. Sonia aveva compiuto vent’anni. S’era fatta più bella e non si riprometteva nulla di più di ciò che era, ma che era sufficiente. Era felice di divedere Nicola e il fedele, indelebile amore colmava la fanciulla di gioia. Petia e Natascia videro Nicola per primi. Petia era divenuto un bel ragazzo tredicenne, robusto vispo e birichino, già in procinto di cambiare la voce. Nicola guardò Natascia a lungo, sorridendo.
“Sei cambiata”
“Sono imbruttita?”
“Al contrario, ma un po’ di sussiego eh, principessa?” mormorò Nicola.
“Sì, sì, certo” disse Natascia, raggiante.
Raccontò al fratello la sua romantica storia con il principe Andrea, la sua venuta a Otrad e gli mostrò la sua ultima lettera.
“Sei contento?” domandò Natascia “sono così tranquilla, felice.”
“Sono molto contento” rispose Nicola “è una persona molto distinta. Ne sei molto innamorata?”
“Come dirti” rispose Natascia “sono stata innamorata di Boris, del maestro, di Denisov, ma non era assolutamente la stessa cosa. Sono tranquilla, decisa. Lo so che non c’è gente migliore di lui e così mi tranquillizzo, mi fa bene. Non è assolutamente come in passato…”
La noncuranza di Natascia per il fatto che il matrimonio fosse rimandato di un anno meravigliava Nicola; ma Natascia energicamente rimproverò al fratello il non rendersi conto che non ci fosse altra soluzione e sarebbe stato stupido opporsi alla volontà del padre, tanto più che lei stessa la rispettava.
“Tu non capisci proprio nulla” affermò Natascia. Nicola tacque, annuendo.
La guardava attentamente. Mostrava spesso di meravigliarsi, guardandola. Non era completamente convinto che fosse una fidanzata entusiasta del suo promesso sposo. Era tranquilla, allegra, del tutto come prima. Fatto che sorprendeva Nicola e lo induceva a considerare con diffidenza la proposta di matrimonio di Bolkonski. Non credeva che il suo destino fosse già deciso ed a maggior ragione che coincidesse con quello del principe Andrea. Gli sembrava che a quel matrimonio mancasse qualche presupposto.
“Perché quel rinvio? Perché non si erano fidanzati?” pensava. Discutendone con la madre e con la sorella, ebbe, sorpresa solo in parte, la sensazione che la mamma provasse la stessa sua diffidenza nei confronti di quello sposalizio.
“Ecco cosa scrive” diceva la contessa, mostrando al figlio la lettera del principe Andrea con la stessa malcelata animosità che provano sempre le madri nei confronti della futura felicità delle figlie, “scrive che non farà ritorno prima di dicembre. Cosa può essere che lo trattiene? Sicuramente, la malattia. La salute resta debole. Non dirlo a Natascia. Ti pare felice, ma il tempo della sua adolescenza è già passato e io so cosa prova quando riceve una sua lettera. Del resto, Dio comanda, speriamo ce la mandi buona” concludeva ogni volta la contessa “lui è una personaper bene.”

II

Nei primi giorni dal suo ritorno Nicola era di cattivo umore, perfino annoiato. Lo tormentava l’imminente necessità di sistemare quelle stupide faccende proprietarie di cui la madre gli aveva parlato. Per tentare di levarsi rapidamente dalle spalle quel fardello,
il terzo giorno, irritato, senza aver risposto alla sorella che voleva sapere dove andasse, andò, corrucciato, nella dépendance da Mitenka e gli chiese la contabilità totale. Cosa fosse quella contabilità totale Nicola lo sapeva ancora meno dello spaventato e perplesso amministratore. Il discorso sulla contabiltà fu breve. Il “podestà”, l’ amministratore provinciale eletto, сhe aspettava nel primo ufficio, cominciò, spaventando e sbalordendo i visitatori, a sibilare e imprecare, alzando la voce sovrastando tutti e quella del giovane conte, snocciolando una dopo l’altra bestemmie e parolacce.
“Briganti! Carogne! Cani randagi…senza famiglia…ladri…canaglie!”
Poi quelle persone, non meno spaventate e sbalordite, videro il contino, paonazzo, con gli occhi fuori dale orbite, prendere per il bavero il grosso, prestante Mitenka e trascinarlo fuori dalla stanza gridando: “Vattene! Mascalzone! e non farti più vedere!”
Mitenka scese a precipizio i sei scalini e fuggì nel prato. (era un’aiola dove a Otrad cercavano scampo i malfattori; il Mitenka stesso, arrivando ubriaco dal villaggio, si nascondeva in quel prato e molti abitanti di Otrad, volendo nascondersi da Mitenka conoscevano la forza salvatrice di quel prato.)
La moglie e la cognata di Mitenka si sporsero spaventate dall’ingresso della seconda camera, dove bolliva un lindo samovar e si affrettarono a coprire il grande letto del fattore con i lembi di una coperta trapuntata.
Il giovane conte, ansimante, non prestò loro attenzione e a passi decisi entrò nella casa casa passando loro di fronte.
La contessa che veniva subito a sapere dalle ragazze cosa stesse succedendo nella dépendance, da un lato era preoccupata per le relazioni suscettibili di migliorare le loro attuali condizioni, dall’altro per i fastidi cui andava incontro suo figlio. Origliò alcune volte alla porta del figlio; Nicola accendeva una pipa dopo l’altra.
Il giorno dopo il vecchio conte chiamò da parte il figliolo e gli disse, con un timido sorriso:
“Sai, mio caro, non vale la pena d’arrabbiarsi. Mitenka mi ha raccontato tutto”
“Lo so” – rifletté Nicola – “che non capirò mai nulla di questo assurdo mondo”
“Ti sei incollerito perché non ha registrato quei settecento rubli. Loro non hanno fatturato il trasporto. Non hai guardato nella pagina seguente.”
“Paparino, è un mascalzone e un ladro, io lo so. E continuerà ad esserlo. Però se voi non volete io non gli parlerò.”
“No, figlio mio”. ( Anche il conte era imbarazzato. Si rendeva conto di essere stato uno scorretto gestore della sostanza della moglie e si sentiva colpevole di fronte ai figli, ma non sapeva come rimediare.) “No, prendi in mano tu gli affari, io sono vecchio, io…”
“Paparino, perdonate se vi ho procurato dei guai. Io sono meno abile di voi.”
“Al diavolo con quei contadini, soldi e trasporti dal confine” pensava “magari capirò un giorno perché ci vogliono seicento rubli per trarre qualcosa da un buco, ma quella del trasporto dal confine proprio mai” si convinceva sempre di più riflettendo a quell’affare. Una sola volta la contessa chiamò il figlio per mostrargli la cambiale di duemila rubli di Anna Mixailovna e domandargli cosa bisognasse fare.
«Ecco come si fa. Mi diceste che dipende da me; io non amo Anna Mixailovna e nemmeno Boris, ma essi furono amici nostri e bisognosi. Ecco cosa si fa!” fece a pezzi la cambiale, commuovendo fino alle lacrime la vecchia madre. Dopo di che, il giovane conte, che non si era mai occupato prima di affari, si dedicò con passione alla caccia, un lavoro nuovo per lui, degli approfittatori del suo vecchio padre.

III

Si era già ai primi freddi, le gelate mattutine cominciavano a rapprendere le terre bagnate dalle piogge autunnali, già l’erba cominciava a incurvarsi e quella verde brillante a differenziarsi dalle spighe marroni del grano selvatico, da quelle giallo-chiaro delle stoppie e le rosse del grano saraceno. Boschi e sommità di monti, alla fine di agosto, erano isole rimaste verdi in mezzo a campi arati neri, stoppie dorate, distese verde chiaro e rosso brillante. Le lepri avevano già cambiato colore per metà, i cuccioli delle volpi cominciavano a giocare, i giovani lupi erano ormai grossi come i cani.
Era il tempo migliore per la caccia. I cani dell’impaziente giovane cacciatore Rostov non solo erano pronti, ma erano così eccitati che il consiglio dei cacciatori decise di dare loro tre giorni di riposo e cominciare il 16 settembre da Dubravi, dove era stata avvistata una cucciolata intatta di lupi.
Quella decisione fu presa il 14 settembre.
Da quel giorno tutto in casa fu rivolto alla caccia; faceva un freddo pungente che però di sera s’attenuava. Il 15 settembre, il giovane Rostov, ancora in vestaglia, guardò dalla finestra e vide che un simile mattino non sarebbe proprio stato adatto per la caccia: il cielo sembrava si fosse adagiato sul terreno e non c’era un filo di vento. L’unica cosa che si muoveva nell’aria era qualche microscopica goccia, sciolta nella foschia o nella nebbia. Dagli arbusti del giardino gocciole trasparenti cadevano sulle foglie. Il terreno dell’orto nereggiava e si fondeva non lontano con l’opaca, umida nebbia. Nicola passò dal terrazzino bagnato e fangoso per andare nel canile ingombro di foglie. Milka, la cagna nero-pezzata con i grandi occhi sporgenti, si alzò, si stiracchiò e poi di scatto gli balzò addosso a leccargli naso e orecchie. L’altro cane, un levriero, visto arrivare il padrone sul sentiero, inarcata la schiena, si precipitò sul terrazzino, per strofinarsi ansando sulle gambe di Nicola.
«О гой» risuonò l’inimitabile richiamo dei cacciatori durante il tempo della caccia che fonde i forti toni del basso con quelli acuti del tenore; e da un’ angolo apparve il capo caccia Danilo, rugoso, grigio cacciatore rapato all’ucraina, lo scudiscio in mano, con quell’espressione d’indipendenza e di disprezzo dalle cose del mondo che hanno solo i cacciatori. Si tolse il suo berretto circasso davanti al padronсino e lo guardò con aria di sfida: Nicola sapeva che tutta quell’aria di superiorità non significava disprezzo per lui ma dipendeva dall’opinione che Danilo aveva delle sue qualità di cacciatore.
“O Danilo” disse Nicola, via via pervaso, in prossimità dell’apertura e nel vedere quei cani e il cacciatore, dall’indefinibile smania della caccia: un sentimento che fa dimenticare tutti gli altri propositi, allo stesso modo come la persona innamorata dimentica le sue intenzioni di fronte all’oggetto del suo innamoramento.
“Cosa ordinate, vostra altezza?” domandò il protodiacono con la voce di basso arrocchita dall’aizzare i cani e guardando il padroncino con i suoi penetranti occhi neri, sia pure tenendo la testa bassa. “Allora, ce la farai?” domandavano quei due occhi.
“Bella giornata, eh? Per correre a cavallo eh?” disse Nicola grattando le orecchie di Milka.
Danilo non rispose, battè le palpebre.
“Uvarka ha esplorato la foresta” parlò con la sua voce di basso dopo un minuto di silenzio “ed ha fatto sapere che è passata nella riserva di Otrad ed è là che sono.” (intendeva dire che la lupa, della quale ambedue avevano sentito parlare, era passata con i cuccioli nel bosco di Otrad, che si trovava a due verste da casa e quindi non era in un posto molto distante.)
“Dunque bisogna andare?” disse Nicola “vai a chiamare Uvarka”.
”Come comandate!”
“Provvedi al mangiare”
“Eseguo.”
Cinque minuti dopo Danilo e Uvarka erano nel grande studio di Nicola. Benché Danilo fosse di piccola statura, a vederlo in una stanza faceva la stessa impressione di un cavallo o di un orso in mezzo a mobilio e supellettili dell’uomo. Danilo se ne rendeva conto lui stesso e, involontariamente si teneva sull’uscio, si sforzava di parlare piano, non si muoveva per non disturbare in qualche modo le signorie, cercava di spiegare tutto alla svelta per tornare al più presto possibile all’aperto.
Terminate le interrogazioni, Nicola intuendo le intenzioni di Danilo (Danilo voleva andare) ordinò di sellare. Ma mentre Danilo stava per uscire, entrò di corsa nella stanza Natascia, spettinata, non ancora vestita, con addosso un grande grembiule della tata e Petia alle calcagna.
“Stai andando” esclamò Natascia “lo sapevo!” Sonia diceva che non sareste andati. “Sapevo che in una giornata simile non si muove nessuno”.
“Noi andiamo” rispose Nicola che aveva deciso d’intraprendere seriamente la caccia ai lupi e non voleva avere i fratelli fra i piedi. “Andiamo solo a cacciare i lupi, tu ti annoieresti.”
“Tu lo sai, che sarebbe il mio piacere più grande, è una cattiveria che tu vada da solo, faccia sellare e non dica niente a nessuno, ” protestò Natascia.
“Inutile tutti questi ostacoli, andiamo!” gridò Petia.
“Con te non si può: mammina ha detto che con te non si può.” disse Nicola rivolgendosi a Natascia.
“Niente, io ci vado, assolutamente ci vado.” Esclamò decisamente Natascia. “Danilo, fai sellare per noi e Michele esca con la mia muta” ordinò riferendosi al bracchiere.
Rimanere nella stanza parve a Danilo insopportabile e penoso, ma fare qualcosa con la padroncina, questo era impossibile. Abbassò lo sguardo e andò via in fretta come se gli ordini non lo riguardassero, per non rischiare di offendere il padroncino.

IV

Il vecchio conte, in passato protagonista di grandi battute di caccia, ora costretto a passare la mano al figlio, quel giorno 15 settembre si preparava con allegria a partire anche lui. Verso le cinque tutta la partita era pronta sul terrazzo.
Nicola, serio e concentrato a dimostrazione che si stava facendo sul serio, procedeva davanti a Natscia e Petia, che gli stavano raccontando qualcosa. Sorvegliava tutte le fasi della caccia, cavalcava davanti allo stuolo di cacciatori in sella al suo cavallo rossiccio, accompagnato dalla sua muta di cani, attraverso i campi di stoppie alla guida nella riserva di Otrad.
Il cavallo del vecchio conte, uno stallone biancorosso che faceva pensare a Bucefalo, portava le staffe comitali; conosceva ogni passaggio e il conte poteva fidarsi.
Sei bracchieri controllavano cinquantaquattro cani, di levrieri ne correvano, condotti da otto persone, più di quaranta sicché attraversava i campi una battuta con centotrenta cani e venti cacciatori a cavallo. Ogni cane riconosceva il richiamo del padrone. Ogni cacciatore sapeva cosa doveva fare e dove. Quando arrivavano alla recinzione della riserva, tutti, senza strepito e discorsi, tornavano verso il bosco di Otrad, sparsi sui sentieri e la pianura. Le groppe dei cavalli, attraversando la campagna, sembravano formare un tappeto di pelliccia, qualche volta sui sentieri i cavalli scalpitavano nelle pozzanghere; la coltre di nebbia impercettibilmente e regolarmente si staccava dal suolo; l’aria era mite, ovattata, il silenzio interrotto da qualche fischio dei cacciatori, qualche sbuffata dei cavalli, il sibilo delle frustate e il guaìto dei cani costretti all’ordine. Percorsa una versta la schiera di cacciatori incontrò, uscito dalla nebbia un gruppetto di cinque cacciatori con i loro cani,. Li guidava un robusto vecchio dai grandi baffi grigi.
“Salve zietto” lo salutò Nicola quando gli fu di fronte.
“Bel lavoro, avanti! Come lo immaginavo!” esclamò il vecchio (lontano parente, vicino non ricco dei Rostov)
“Lo sapevo che ti saresti mosso! Bel lavoro, marsc!” (questo era l’abituale intercalare del vecchio)
”Prendi il comando, tutta la zona, compresa la mia terra, sono a tua disposizione, buon lavoro marsch! Non sono lontani!”
“Ci sto andando. Sciogli i cani?” domandò Nicola.
I levrieri formarono un unico branco, il vecchio si affiancò a Nicola. Natascia, ben protetta dagl’indumenti che ne lasciavano vedere solo il visetto entusiasta, cavalcava vicino a lui, seguita da Petia, erano accompagnati attentamente da Michele, loro maestro d’equitazione. Petia tirava ridendo le briglie del suo cavallo, Natascia agilmente e con sicurezza conduceva il suo nero cavallo arabo.
Il vecchio zio disapprovava la partecipazione di Natascia e Petia, considerati giovani birichini, ad un’azione così seria come la caccia.
“Salute, zietto, ci siamo” salutò Petia.
“Vi saluto, state attenti a non calpestare i cani!” rispose bruscamente il vecchio cacciatore.
«Nicoluccio, Trunila che cane adorabile! Mi conosce” esclamò Natascia indicando un levriero.
Trunila, pensò Nicola, è un levriero, non un cane qualunque e guardò severo la sorella indicandole la distanza da osservare in quel momento. Natascia capì.
“Voi, zietto, non dovete pensare che siamo esitanti. Teniamo il nostro posto e non rallentiamo.”
“Ben fatto, contessina” convenne il vecchio “solamente non cadete dal cavallo” e aggiunse “ottimo lavoro, marsc! non cedere mai!”
La riserva di Otrad si estendeva ancora per 100 metri e Nicola, avendo deciso con lo zio dove fissare i limiti, indicò a Natascia la posizione oltre la quale in nessuno caso avrebbe dovuto andare rischiando di cadere in un burrone.
«Attenta, nipotina, quando hanno i cuccioli , non accarezzarle” ammonì il vecchio zio.
“Che palizzata!” convenne Rostov “Karai, cerca!” gridò, adeguandosi al consiglio intuito nelle parole del vecchio zio. Karai era vecchio, sbavava, era famoso perché da solo, una volta, aveva abbattuto la lupa madre. Erano tutti fermi sul posto. Il vecchio conte, conoscendo l’ardore venatorio del figlio, aveva fretta e invece di raggiungere i bracchieri sul posto, Ilia Andreic, allegro, trepidante, le guance colorite, si portò con il suo morello presso un passaggio abbandonato della palizzata e passò con il suo calmo, buono, Bucefalo, mite come lui. Si sentivano i richiami dei bracchieri. Il conte Ilia Andreic, benché non fosse un appassionato cacciatore, conoscendo bene le regole della caccia, si spostò dietro un arbusto, allentò le briglie, sistemò la sella, si sentì pronto e sorridendo si accinse ad assistere allo spettacolo. Accanto a lui stava il suo maggiordomo, vecchio, appesantito cavaliere: Semen Cermak. Cermak governava un trio di cani lupo, ben nutriti come il padrone e i cavalli. Due di essi, vecchiotti, stavano fermi presso la muta. Un centinaio di passi dal bosco sostava l’altra spalla del conte, Mitka, gran cavaliere e appassionato cacciatore. Il conte, secondo antica tradizione venatoria, si rinforzò mangiando focacce e bevendo dalla sua borraccia argentata un sorso del suo preferito bordò.
Il vino e il cibo avevano rinvigorito Ilia Andreievic; gli occhi brillanti, intabarrato nella pelliccia, pareva un bambino portato in giro a spasso.
Cermak, l’espressione tirata per la concentrazione sul suo compito, affiancò il padrone, al quale da trent’anni era legato anima e corpo e di cui intuiva gli stati d’animo, per ricevere istruzioni. Una terza persona si avvicinò cautamente (evidentemente era stata istruita) uscendo dal bosco e si pose dietro il conte. Era un vecchio con la barba grigia, portava una palandrana femminile e un grande colbacco. Era il buffone Nastasia Ivanovna.
“E allora, Nastasia Ivanovna” lo canzonò a bassa voce il conte “se inciampi nella bestiola, Danilo ti dice cosa devi fare”-
“I baffi li ho anch’io” disse Nastasia Ivanovna.
“Silenzio” sibilò il conte, poi, rivolgendosi a Semen.
“Si è vista Natalia Ilinicna?” domandò a Semen “dov’è?”
“Stanno con Pietro Ilic, fuori dal campaccio di Sciarovi” rispose ridendo Semen, “tutte dame che amano molto la caccia.”
“Semen, ti meravigli come va a finire…eh? commentò il conte “ormai agli uomini non rimane altro!”
“Come non meravigliarsi? Coraggio, complimenti!”
“E Nicola dov’è? In groppa a Liadobski, vero?” domandò bisbigliando il conte.
“Proprio così! tutti sanno già dove stare.
Sanno bene anche dove andare, Là dove io e Danilo l’altra volta abbiamo molestato la diva” spiegò Semen, sapendo cosa al padrone piacesse sentirsi dire
“Va tutto bene, vero? E l’allevatore di cavalli?””
“Uno spettacolo! Poco fa fra le erbacce di Savarniski è corsa fuori una volpe. Volevano saltare un fosso ma il cavallo, un cavallo da migliaia di rubli, si è spaventato; non vale il prezzo. Sono cose che i giovani se le vanno a cercare!”
“Andare a cercarsele” convenne il conte che, evidentemente, amava i concisi discorsi di Semen “andare a cercarsele” ripetè cercando la tabacchiera sotto la pelliccia.
“Una volta, quando rinunciai a tutte quelle medaglie, come Michele Sidoric…” Semen s’interruppe, aveva sentito chiaramente nell’aria ancora quieta della battuta gli ululati di non più di due o tre levrieri. Abbassò il capo, tese l’orecchio e avvertì con un gesto il padrone. Aveva notato sul terreno tracce di colaticcio di lupachiotto, che conducevano direttamente a Liadobski.
Il conte, senza smettere di sorridere, guardò davanti a sé, lontano verso l’argine, non sentì odori; cercò la tabacchiera nella pelliccia. Alla voce dei cani seguì il roco, basso latrato di Danilo; si era unito ai tre primi levrieri ed era chiaro dal loro particolare abbaiare che stavano rincorrendo la lupa. Le urla dei bracchieri erano sovrastate dalla voce di Danilo, ora un basso ululato, ora un acuto latrato, che sembrava pervadere il bosco e andare a perdersi lontano nella pianura. Fattosi un attimo di silenzio il conte e i suoi assistenti si convinsero che la battuta si fosse divisa in due piste, una larga, evidente, diversa da quella segnalata loro dai latrati di Danilo, che correva, davanti al conte, ai lati del bosco. Le due piste si fondevano, s’incrociavano, s’allontanavano l’una dall’altra. Semen tirò il fiato e si chinò a sbrogliare il collare d’un giovane levriero. Anche il conte respirò e accortosi di avere in mano la tabacchiera, l’aprì e fiutò una presa.
“Indietro” ordinò Semen ai cani, che stavano per entrare nel bosco. Il conte trasalì e lasciò cadere la tabacchiera.
Nastasia Ivanovna la raccolse e la consegnò al conte.
Improvvisamente, come spesso accade, scoppiò il rumore della battuta, come se di colpo davanti a loro si fossero aperte le gole dei cani per fondersi con i latrati di Danilo. Il conte si volse e alla sua destra vide Mitka, che strabuzzando gli occhi e agitando la berretta, lo invitava a guardare in avanti, dall’altro lato.
“Trovata!” gridò liberando finalmente la parola che tratteneva da tempo fra le labbra e, lanciando i cani, galoppò in direzione del conte.
Il conte e Semen balzarono fuori dal margine del bosco e alla loro destra videro la lupa, che, intimidita silenziosamente trotterellava verso lo stesso limite del bosco dove stavano loro. I cani si scatenarono e abbaiando spinsero la belva davanti alle zampe dei cavalli.
Interrotta la corsa, volse malvolentieri, con un rauco grido, la sua grossa testa verso i cani, saltellò, e scodinzolando si nascose nel bosco. In quel momento, dall’altra parte del bosco apparvero uno, due tre cavalli, galoppando e nitrendo verso il luogo dove si era rifugiata la lupa. Dietro irruppe, attraversata la boscaglia di nocciolo, lucido di sudore il cavallo nero di Danilo. Sulla sua lunga groppa stava aggrappato Danilo, senza berretta, i grigi capelli scarmigliati sul bel viso anch’esso madido di sudore.
Urlava. Quando vide il conte ebbe un lampo negli occhi.
“Dove andate…!” gridò, segnalando pericolo con la frusta. “C’è il lupo!…i cacciatori!” e senza alcun riguardo per il conte, che si era spaventato, frustò il fianco del suo stallone e lo spinse verso i suoi cani. Il conte, come se si sentisse colpevole, si rizzò a cercare, sorridendo intimorito, l’appoggio di Semen. Ma Semen non gli era più accanto: aveva aggirato la boscaglia spingendo la lupa fuori dal bosco. Da due direzioni stavano accorrendo contemporaneamente i branchi di levrieri. Ma il lupo si era rifugiato nella boscaglia e nessun cacciatore lo seppe intercettare.

V

Nicola Rostov, nella sua posizione fra agli altri, aspettava la belva. Dall’accelerazione della corsa, gli ululati conosciuti dei suoi cani, le voci concitate dei bracchieri, sentì che la caccia si sarebbe conclusa sull’isola. Sapeva che sull’isola c’erano lupi giovani inesperti e lupi adulti esperti veterani;
Sapeva che i levrieri si dividevano abitualmente in coppie, inseguivano qualunque cosa e che si smarrivano per ogni contrarietà. Si aspettava in ogni momento di vedere la belva apparire verso la sua zona. Immaginò mille varianti del comportamento dell’animale: come e da quale parte sarebbe apparso e in che modo lui l’avrebbe catturato. Dubitò e ne sorrise. Scomodò perfino il buon Dio, affinché gl’indirizzasse il lupo; pregava con lo stesso appassionato e profondo sentimento della gente nel momento in cui si emoziona fortemente per un’azione bloccata da futili motivi.
“Dai! Tocca a te” parlava con Dio “fallo per me! So che sei l’Onnipotente e so che è peccato chiederti un simile favore. Ma, perdio, fa in modo che il lupo corra verso di me e Karai, lo azzanni alla gola, sotto gli occhi dello zio che sta guardando da quel posto.” In quella mezzora mille volte girò, concentrato e attento, il suo sguardo dal bosco della bandita ai margini del vallo, alla boscaglia dietro cui, a destra, si intravvedeva emergere il cappellaccio dello zio.
“Accidenti, non avrò fortuna” pensava Rostov “posso mettercela tutta! Non l’avrò. Io non sono fortunato né alle carte né in guerra” Austerlitz e Doloxov lampeggiarono nella sua immaginazione. “Solamente una volta nella vita può accadere di catturare un lupo, non desidero altro!” Aguzzava udito e vista, guardando a sinistra e poi a destra, cercando di percepire ogni minimo suono della corsa. Guardò di nuovo a destra e vide che da una picola radura qualcosa gli stava correndo incontro.
“Non è possibile” pensò Nicola, con il fiato rotto, come succede a chi vede realizzarsi perfettamente ciò che da tanto tempo desidera. Si stava realizzando un gran colpo di fortuna, in modo del tutto semplice, senza strepito, senza clangore né celebrazioni. Nicola non credeva ai propri occhi e dubitò ancora per qualche secondo. Il lupo venne avanti e superò faticosamente una buca. Era una vecchia bestia col dorso grigio e la pancia rossiccia. Non sembrava aver fretta, forse convinto di non essere visto da nessuno. Nicola, trattenendo il fiato, diede un’occhiata ai cani: fermi, non capivano niente. Il vecchio Karài, abbassata la testa, arditamente si lanciò digrignando e affondò i gialli denti in una coscia del lupo. “Bravissimo” mormorò Rostov, sporgendo fieramente le labbra. I cani, intirizziti, si scossero e drizzarono le orecchie. Karài abbandonò la coscia, drizzò le orecchie e leggermente dimenò la coda.
“Lo molla? Non lo lascia andare? Si domandò in quel momento Nicola come lo vide avanzare allontanandosi dal bosco. Improvvisamente tutta la fisionomia del lupo era cambiata; si rizzò, non vide nello sguardo dell’uomo nessuna espressione che lo riguardasse, distolse lo sguardo dal cacciatore, si fermò- indietro o avanti? “Eh! Fa lo stesso, avanti!” si vide che rifletteva, poi si decise, si lanciò in avanti, sciolto, libero, cauto, ma con la coda al vento.
“Scappa! Non è possibile!” pensò Nicola continuando a urlare con voce che arrocchita.
“Dài, Karài” urlava, incitando il vecchio cane, che era rimasto la sua ultima speranza. Karài, raccolte tutte le forze che gli erano rimaste, faticosamente tagliò la strada alla belva. Ma si vide che la distanza fra la folta coda del lupo e quella del cane aumentava e fu subito chiaro che Karai avrebbe mancato la preda. Nicola ebbe non lontano davanti a sè il bosco dove probabilmente il lupo si sarebbe rifugiato. Apparvero, davanti i cani e i cacciatori quasi frontalmente. Era l’occasione. Un magro giovane cane brunastro della muta, che Nicola non conosceva, affrontò il lupo quasi rovesciandolo; poiché nessuno se l’aspettava, il lupo si rialzò rapidamente e azzannò il cane lasciandolo sanguinante al suolo.
“Infrazione!Zio!…” si lamentò Nicola…
Il vecchio Karài, che arrivava zoppicando, dopo il tentativo di tagliargli la strada si trovava almeno a cinquanta passi dal lupo. Il lupo, come se avesse presentito il pericolo, gli lanciò uno sguardo di sbieco e corse via con la coda fra le gambe.
Ma lì – Nicola vide solo l’azione di Karai -in un attimo era balzato sul lupo ed era ruzzolato con lui nella vasca dell’acqua che avevano accanto. Quel momento in cui Nicola vide il cane azzuffarsi col lupo nella vasca,e si sentiva il rauco, terrorizzato lamento del lupo, (Karài lo teneva per la gola) quel minuto fu uno dei più felici nella vita di Nicola. Trasse una freccia dal suo arco per abbattere e finire il lupo, allorché improvvisamente da quel groviglio il cane si sporse verso la testa della bestia, poi si trovarono ambedue a mezza gamba sullorlo della vasca. Il lupo digrignò i denti (Karài non lo teneva più per la gola), levò le gambe posteriori dalla vasca, riprese fiato è si staccò di nuovo dal cane, muovendosi in avanti.
Karài, col pelo irto, probabilmente contuso o ferito, uscì faticosamente dalla vasca.
“Dio mio, e adesso?” si disperò Nicola.
Gli esperti cacciatori tagliarono dal loro lato la fuga al lupo e i cani lo arrestarono e lo circondarono un’altra volta.
Nicola, il suo seguito, lo zietto e i suoi cacciatori si impedirono al lupo di avanzare sul prato per cercare di uscire dalla bandita a cercare scampo. Danilo balzò urlando dal limite del bosco sul margine di quell’erba. Aveva visto che Karài aveva preso il lupo e, fermato il cavallo, pensò che la faccenda fosse conclusa. Ma i cacciatori non avevano ancora preso il lupo, che si era rialzato ed aveva cercato di fuggire. Danilo uscì dall’argine ma non si lanciò verso il lupo, ma si lanciò direttamente verso il limite della bandita, intanto che Karài tagliava la strada alla bestia. Grazie a quella manovra raggiunse il lupo nel momento in cui per la seconda volta veniva bloccato dai cani dello zioetto.
Danilo lo raggiunse cavalcando in silenzio, con il измученныpugnale nella mano sinistra e usando la sua sferza come una catena trascinò la bestia sul fianco fino al serbatoio. Nicola non aveva visto né sentito Danilo in quei momenti, fin quando non gli venne incontro direttamente, ansimante, e non sentì il suono del corpo caduto e non lo vide giacere in mezzo ai cani sul prato col lupo tentando di prenderlo per le orecchie. Nicola avrebbe voluto fosse ucciso a bastonate, ma Danilo mormorò: “Non occorre, è finito” e, cambiando posizione, mise un piede sul muso della lupa ferita, la immobilizzò con il bastone, le legò le zampe, la girò e la trascinò via sul dorso. La lupa madre ancora vivente fu caricata con aria di trionfo su un cavallo innervosito e sbuffante; accompagnata da cani uggiolanti fu raggiunto il posto dove era stato deciso che i cacciatori si sarebbero riuniti . C’erano due giovani levrieri e tre cavalli scalpitanti. I cacciatori vennero a guardare la lupa madre, che, l’ampia testa penzolante dal bastone, a sua volta guardava con grandi occhi lucenti quella folla di cani e di persone che la stavano osservando. Se la toccavano sussultava, e fissandoli, scuoteva furiosamente le zampe. Anche il conte Ilia Andreic venne a guardarla.
“O poveretta” disse “madre, neh?” domandò a Danilo che gli stava accanto.
“Femmina madre, vostr’altezza” rispose Danilo togliendosi la berretta.
Il conte risalì col pensiero al lupo che lui a suo tempo si ebbe lasciato scappare ed al suo conflitto con Danilo.
“Però, fratello, sei forte” disse il conte.
Danilo non disse nulla e gli rivolse un timido simpatico e mansueto sguardo di ragazzo.

VI

Il conte tornò a casa. Natascia e Petia rimasero con i cacciatori, promettendo di tornare subito a casa. La battuta di caccia andò avanti, visto che era presto. Durante il resto della giornata furono esplorati a cavallo boschi e fossati. Nicola, fermo in un campo di stoppie, incontrò tutti i suoi cacciatori. Di fronte a Nicola si stendeva una verde radura e là stava appostato dietro un nocciolo un cacciatore solo, accompaganato da levrieri. Nicola sentiva il ritmico ansimare, a lui conosciuto, dei cani di Voltorna; gli altri cani gli si accostarono, alcuni si accucciarono, altri ricominciarono a cacciare. Dopo qualche minuto dall’isola s’udì comandare la caccia alla volpe e si alzarono tutti, sguazzando nell’acqua, alcuni deviando, alcuni dirigendosi direttamente verso la radura, lontano da Nicola. Nicola vide precipitarsi giù dal fossato rosse berrette bagnate, seguite dai cani e dopo qualche secondo, da quella parte apparire la volpe nella radura. I cacciatori, che stavano in agguato, si mossero e mandarono in avanti i cani; Nicola vide una piccola, strana, volpe rossiccia, correr col pelo irto attraverso la radura. I cani stavano per raggiungerla. Eccola raggiunta, circondata, eccoli stringere il cerchio, fiatarle addosso, ecco un cane bianco che l’aggredisce, ne segue uno nero e poi tutti quanti cercano d’azzannarla. Compaiono due cacciatori, uno con una rossa berretta, l’altro con un verde caffettano.
“Cosa significa?” pensò Nicola “da dove vengono questi cacciatori? Non sono dello zio.”
I cacciatori raccolsero la volpe e sostarono a lungo in piedi, con calma, con accanto i cavalli a briglia sciolta e i cani accucciati. Si videro i cacciatori gesticolare attorno alla volpe. Da qualche parte risuonò il segnale convenuto di lite.
«Quello è il cacciatore di Ilaghin che litiga con il nostro Ivan” disse allarmato Nicola.
Nicola chiamò vicino a se la sorella e Petia e andò a piedi dove i bracchieri avevano radunato i cani. Alcuni cacciatori galoppavano verso il luogo della lite.
Nicola, sceso da cavallo, sostò accanto ai cani; radunati Natascia e Petia presso di sè, si mosse per andare a vedere come la questione sarebbe andata a finire. Dalla boscaglia uscì trafelato un cacciatore portando la volpe per le zampe e la depose davanti al giovane padrone. S’era tolta, appena apparso, la berretta e parlava rispettosamente; ma era pallido, stravolto e ansimava. Aveva un occhio pesto, probabilmente, senza rendersene conto.
“Cos’è successo laggiù?” domandò Nicola.
“Cacciano via i nostri cani! Uno dei loro ha azzannato la mia Grigia. Ho preso la volpe per una zampa. La vuoi?”
Dice il cacciatore, evidentemente ancora infervorato nella discussione con il suo avversario.
Nicola, evitando di parlare con il cacciatore, invitò la sorella e Petia a seguirlo e andò verso il luogo dove si trovava il gruppo ostile di Iliaghin.
Il vincitore della caccia giunse circondato da una folla di cacciatori entusiasti e cominciò a descrivere le sue gesta.
Il fatto era che Ilaghin, con i quali i Rostov avevano annose liti e processi, aveva cacciato in luoghi che spettavano ai Rostov e adesso guidava la caccia sull’isola dove cacciavano i Rostov e vi aveva mandato cani estranei. Nicola non aveva mai incontrato Ilaghin, ma, come sempre senza mezze misure nei giudizi e nei sentimenti, vista la boria e la prepotenza di quel possidente, lo affrontò manifestando tutta la sua avversione. Gli andò davanti agitando fortemente la sferza con la ferma intenzione di usarla contro il suo nemico. Giunto al limite del bosco vide venirgli incontro il robusto possidente col colbacco di castoro, in sella a un bel cavallo moro, accompagnato da due guardiani. Invece del nemico di Nicola gli si presentò un possidente partecipante, desideroso di fare conoscenza con il giovane conte. Avvicinatosi a Rostov Ilaghin, alzando sulla fronte il colbacco, gli disse che l’accaduto gli dispiaceva molto e avrebbe punito il cacciatore che aveva scacciato i cani, poi chiese di fare conoscenza e gli offrì di cacciare nella sua battuta. Natascia, che temeva potesse capitare qualche guaio al fratello, sostò poco lontano, emozionata. Vedendo che i слихатdue avversari si salutavano amichevolmente, si avvicinò. Ilaghin si tolse il colbacco di fronte a Natascia e sorridendo disse che la contessina rappresentava Diana per la passione per la caccia e per l’avvenenza di cui aveva sentito molto parlare. Ilagin, per scusare la colpa del suo cacciatore, calorosamente chiese a Rostov di passare nel suo spazio, che si trovava a una л
versta, sull’altra sponda, raggiungibile, a suo dire, in poco tempo. Nicola acconsentì e i gruppi di cacciatori, trottarono oltre, uniti. Per raggiungere lo spazio di Ilaghin bisognava attraversare i campi. I cacciatori si sparpagliarono. I signori procedevano assieme. Lo zietto, Rosto, Ilaghin, sorvegliavano con la coda dell’occhio i cani estranei, cercando di non farsi notare; bisognava evitare il sorgere di lotte fra cani rivali. Rostov ammirava molto il suo bel cane di razza, piccolo ma dai garretti d’acciaio e il muso affilato, diverso dal cane pezzato dagli occhi neri della muta di Ilaghin. Intuì la velocità dei cani di Ilaghin e la possibile rivalità con il suo Milke. A metà della discussione sull’entità del raccolto, descritta da Ilaghin, Nicola accennò al suo cane pezzato:
“Com’è bello quel cane che avete? È veloce?”
“Quello? Sì, è un bravo cane” riconobbe Ilaghin orgogliosamente al suo pezzato Ersy, per avere il quale aveva dato al suo vicino, qualche anno prima, tre cani da guardia.
“Anche a voi, conte, il raccolto di grano non è stato gran che”? continuò il suo discorso Ilaghin e, contando di rendere la cortesia al giovane conte, esaminò i suoi cani e scelse Milka, indicando Milka con il suo frustino.
“Buona la vostra nero-pezzata! Elegante!” disse.
“Non vuol dire nulla” rispose Nicola e pensò “che dovrebbe vederla rincorrere la lepre in un campo per avere un’idea di che cagna sia”. E, rivolgendosi al cavaliere, disse che avrebbe dato rubli al cacciatore capace di raggiungerla.
“Io non credo” continuò Ilaghin, “che altri cacciatori
c’invidino la selvaggina e i cani. Vi sto parlando di me stesso. Io mi diverto con la corsa, a stare insieme e mangiare con la compania, non c’è di meglio” (si tolse un’altra volta il colbacco davanti a Natascia) stare a fare il conto delle prede: tutta roba passata per me!”
“Ovvio.”
“Perché mi pare poco dignitoso catturarli, a me i cani estranei piace solo rincorrerli, lo vedete, conte? per questo dico…”
“Prendilo, quello!” si sentì in quel momento il grido di uno dei bracchieri in attesa. Stava all’apice del campo di stoppie, con lo scudiscio alzato e ripeteva cantilenando: “Prendilo” Dal tono si capiva che vedeva giacere la preda davanti a sé.»
“Non si fida, sembra” – disse con disprezzo Ilaghin –“richiamatelo, conte”.
“Sì, bisogna avvicinarsi…sono insieme?” rispose Nicola, osservando Ersy e il rossiccio Rugai dello zio con due loro rivali che non avrebbe mai osato paragonare ai suoi cani. “In confronto alla mia Milka sono due straccioni!” pensò vedendo passare appaiati i cani dello zio e di Ilaghin.
“Lupo adulto?” domandò Ilaghin, avvicinandosi sospettoso al cacciatore non senza apprensione per Ersy…
“Siete Michele Nikanoric?” domandò rivolgendosi allo zio. Lo zio s’accostò, aggrottando le ciglia.
“Sono io! Dopotutto – bell’affare, marsch! Avete compassione per i vostri cani. Li risparmiate i vostri, a quel che vedo!”
“Rugài! Vieni qua” gridò e aggiunse un diminutivo che esprimeva il suo affetto per quel bel cane fulvo. Natascia notò, inquietandosi, il tentativo di dissimularsi di quei due vecchietti e l’agitazione di suo fratello.
Un cacciatore stava sul dosso con la frusta pronta, i signori gli si avvicinarono a piedi; i levrieri passarono all’orizzonte saltando il fossato; s’allontanarono anche i cacciatori eccetto i loro padroni. Tutti si muovevano lentamente, con compostezza.
“Da dove viene quella persona?” domandò Nicola, avvicinandosi un centinaio di passi al cacciatore, ma non ebbe il tempo di rispondere perché la volpe si scosse dall’umido nascondiglio e balzò fuori. I cani si precipitarono dal punto di raccolta, da tutte le parti accorsero i cavalli estranei alla muta.
Preoccupati si affrettarono Ilaghin, Nicola, Natascia e lo zio, un po’ a casaccio, vedendo solo i cani e la muta, nel timore di non assistere all’esito della caccia. La preda era adulta e furba. Non solo balzava in tutte le direzioni, ma scuoteva le orecchie, urlando e stridendo. Lasciava avvicinare i cani e poi scattava in un’altra direzione, abbassando le orecchie e correndo all’impazzata. Si rifugiò appiattandosi nelle stoppie ma di fronte aveva cespugli d’erba alta e dietro ad essi la palude.

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Riccardo Buonvicini

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