Fuco
La regina, impegnata a deporre migliaia di uova al giorno, non aveva notato che il fuco 418 era diverso dai colleghi. Se n’era accorta una delle principesse. Costei stava componendo lo sciame, che avrebbe guidato in primavera, quando fosse giunto il momento di formare un altro nido. Il fuco 418 introduceva eleganti variazioni nel ballo, era creativo. La principessa decise di sottrarlo alla miseranda fine, cui erano destinati i colleghi; lo avvicinò:
“-Senti, tu mi piaci. Vorrei che venissi con me, in primavera, nel mio sciame-“
-“Ma non so nemmeno se arriverò a Natale”-
-“Ci penso io. Indossa questa muta”-
-“Ma è quella delle operaie”-
-“Giusto, vai a lavorare con loro, sono gli ultimi giorni, poi andrete a dormire”-
-“Non so nemmeno se sarò capace di volare, non sono mai uscito,
accidenti”-
-“Preferisci morire”-
-“No. Ballare con te”-
-“Devi allenarti. Vieni all’uscita 38, andiamo fuori insieme”-
La fatica fu immensa. Cadde, franò, sbattè, s’impiantò, s’aggrappò, sfuggì. Che terribile esperienza. La bella principessa lo riportò sfinito nel nido e lo ingozzò di pappa reale.
Volò, il giorno dopo, con le operaie, non senza sofferenza, su una siepe di mirto. Una corolla, più birichina delle altre, s’accorse che quell’ape si muoveva goffamente e non succhiava. La siepe divenne un chiacchiericcio. Ma le api operaie non fecero caso. Sempre i fiori reagiscono allegramente al solletico che fanno loro le api, per indurli a cedere il nettare. Uscì ogni giorno, migliorando, fino al giorno della ritirata generale. Ebbe una cella nel quartiere operaio.
Ma non finì bene nel nuovo nido, perchè il favorito della regina non voleva togliersi la muta che gli permetteva di volare sui fiori. La ragion di stato ve lo costrinse e il fuco non più diverso subì il destino dei colleghi.