Espediente al Bolscioi
Il Festival Beethoveniano è un grande successo. Stasera c’è Fidelio, diretto dal famoso maestro giapponese Iniko Kairosawa. Naturalmente non si trova un biglietto, nemmeno a pagarlo in lingotti. Sono le due del pomeriggio, mancano per l’ultima prova solo i due tenori, il grande K., Florestano, e l’eventuale sostituto, il promettentissimo A., Il direttore è già sul palco.
Entra correndo Baxonin, l’intendente, rosso in viso: i due tenori, non uno solo, tutt’e due sono all’ospedale. Intossicazione alimentare, spiega il professor Kiscdikob, sono in intensiva, stiamo facendo la lavanda gastrica, non sono in pericolo di vita, ci vorrà una settimana. Cosa fare? Che disdetta. A quest’ora. Come si fa a disdire? Bisognerà per forza. Kairosawa ha un ‘idea. Il grande tenore italiano P. è a Mosca per incidere Turandot con il maestro Ignatiev, conosce benissimo l’orchestra, ha già fatto il Boris. Proviamo a interpellarlo, è un generoso, uno che se può ti aiuta. Alle quindici P. è in teatro, allegro come sempre, affabile, abbraccia, saluta. Però di tedesco non sa che quattro parole. Gute morghen, früstücch, bütter, danche danche, parmesan. P. è di Parma. A parte l’aria del secondo atto, che Iniko s’impegna ad insegnargli adesso, il resto sono terzetti, quartetti ecc. andrà benissimo. Tanto la gente non capisce niente, del cast c’è solo il baritono che parla il tedesco, gli altri si arrangiano, Marcellina è la famosa Trice, americana, Leonora la Flevovitz, serba. “Le conosco le conosco tutt’e due, con loro ho già fatto il Barbiere, o bella o bella”. Applausi a non finire, un successone, il pubblico chiama i magnifici interpreti innumerevoli volte al proscenio, Florestano è festeggiato con potenti salve di battimani e infiniti bravo bravo. Fiori, fiori. Il presidente, il sindaco e tanti adoratori lo soffocano nel camerino. L’ambasciatore tedesco si congratula:
“Maestro, come ha cantato quell’aria meravigliosa…ma dove ha imparato il tedesco? Non è una lingua facile per un italiano, vero?”
P., che, salvo l’aria del II° atto, ha cantato tutta l’opera in dialetto emiliano:
“Parmesan, err Batsafter, ik parmesan, capito?”